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Poesie e Racconti

Questo è uno spazio dove intendo scrivere i miei pensieri, le poesie, i racconti che mi frullano per la mente.

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Fotografie

Fotografie.

Nella prima foto, in bianco e nero, una giovane donna bruna, mia madre, sorride tenendo in braccio una bambina paffuta, che sono io. La foto è di formato piccolo e riprende mia madre solo dalla vita in su. Dietro di noi si intravede a malapena un edificio, è la scuola adiacente la nostra casa di via Feltre, ci fa da sfondo una lunga e folta siepe che qui appare nera fa confondere i capelli scuri di mia Mamma; ci sono alcuni alberi da frutto, è ancora inverno e sul prato c’è la neve, si sta sciogliendo perché il posto è molto soleggiato. Mia mamma sorride, gli occhi socchiusi sono rivolti verso di me, ha un po’ di rossetto sulle labbra, caso raro, mi tiene in alto col suo braccio sinistro e con la mano destra cerca di raggiungere la mia che porto verso la bocca con un’espressione birichina. Anch’io rido, volevo proprio cacciarmela in bocca quella saporita manina, ho gli occhi chiusi per del sole forte e per via che rido. Mia madre indossa un cappotto color cammello, che appare grigio, io un cappottino chiaro, con le tasche a cuore ( se ne vede una sola) un cappuccetto di lana col pon pon stile puffo, i calzoncini di lana bianca e scarpette bianche che sembrano poco adatte per camminare sulla neve, ma ho sei mesi e ho imparato a camminare sull’anno.

Nella seconda foto siamo sempre noi, ma la neve è altissima. Siamo sulla stradina che corre parallela davanti alla nostra casa e la neve è stata accumulata ai lati dallo spazzaneve. Mia madre sorride e guarda direttamente verso l’obiettivo, è accovacciata e mi tiene in braccio come se volesse presentarmi, la sua espressione è dolce e felice. Io invece sono seria, sto pensando. Le foto sono state scattate nella medesima giornata da un mio zio di Conegliano, sono poche le  occasioni in cui ci  prendiamo il lusso di farci fotografare , ancora non possediamo la splendida piccola Kodak che immortalerà tutte le foto degli anni successivi.

Le due istantanee che seguono sono di 6/7 anni dopo. Ritraggono la nostra famiglia in montagna forse a Falcade o Gosaldo, meta di scampagnate. Sul prato è distesa una pesante coperta militare.
Mio padre è sul lato sinistro della foto, sempre in bianco e nero, è seduto con le gambe distese che escono in parte dall’inquadratura. Sta intagliando un pezzetto di legno, è lo specialista in zufoli e mulinelli, è di profilo, giovane , con i capelli scuri   già un po’ stempiato. La testa chinata .Mia nonna paterna occupa tutto il lato destro, è ripresa di schiena, la bella testa di capelli folti e bianchissimi, indossa una camicetta chiara a puntolini scuri, si vede il colletto, un golf blu che appare nero di lana fine e pettinata, una gonna grigia. Io e mia sorella siamo davanti mio padre, chinate su qualcosa, stiamo giocando sedute con le gambe raccolte sotto di noi, pantaloncini (braghette!) a quadri, maglioncini blu leggeri, le tese di profilo,  un po’ rialzate verso mia madre. Lei è al centro, altrimenti la mole di mia nonna la cancellerebbe, ed e ripresa nell’attimo in cui sta facendo una capriola, ancora con la testa sotto, sorridente, gli occhi chiusi ,le gambe in alto. Indossa calzoni verde spento (sempre grigi nella foto) da donna, fatti apposta per queste gite, una maglia chiara sopra la camicetta .  La foto successiva è mossa: Mio padre volta la testa e guarda mia madre con un’espressione sorpresa, mia nonna è sempre di schiena, così non le si può vedere il viso, ma alza la mano destra che prima era appoggiata e non si vedeva, come facesse uno scatto, dallo stupore. Io e mia sorella, alziamo entrambe le teste, già voltate verso mia madre, sbalordite. Mia madre è ginocchioni, ride, con una mano si raddrizza una ciocca di capelli bruni che benché corti, sono davanti alla fronte.
E’ divertita, come se ne avesse combinata una bella, gli occhi grandi, scuri ,non ha occhiali che devono giacere sulla coperta da qualche parte, ci guarda, è l’unica ritratta nitida, noi altri siamo mossi.
Queste due ultime foto non sono mai state scattate. Nessuno avrebbe potuto preveder che mia madre, quel giorno di sole, avrebbe fatto una capriola sul prato, né coglierla nell’attimo in cui gira su sé stessa, si rialza un poco, si scosta i capelli e ride della cosa, ride  di noi tutti che per la sorpresa siamo lì, altro che mossi, imbambolati come statue di sale, come pupi siciliani staccati dai fili.

“Cosa c’è, cosa avete? Ne ho fatte tante di capriole da bambina, ma cosa avete?” E ride, come fa solo lei, piano ma si sente che ride di gusto e si asciuga le lacrime dagli occhi.

Io per la prima volta ho visto mia madre com’è, la bambina che era stata e ho avuto il presentimento delle cose che mutano, di lei che sarebbe cambiata ancora. Vorrei che qualcuno avesse scattato due foto, avesse ripresa la sequenza con un filmino anche mosso o sfocato. Mia madre raramente alza la voce, non ha mai urlato, non da’ in escandescenze come mio padre e mia nonna, che le hanno sempre rubato le parti nelle tragi-commedie familiari. Mia madre sommessa e coraggiosa, in quell’attimo da figura onnipresente che colmava la nostra vita come l’aria,  indispensabile ma per questo ignorata come persona fisica e individuo pensante, mia madre invisibile che anticipava i nostri bisogni e li anteponeva ai suoi, mia madre si presenta viva e unica, in carne ed ossa. Non mi ero accorta prima che esistesse.
Ho l’esatta percezione che mia mamma, in quel modo, girando su stessa trascinandosi dietro tutto il cielo e il sole sopra, il prato sotto e noi  sulla coperta, abbia sovvertito la creazione  e  l’ordine prestabilito delle cose per sempre. L’infanzia fantastica e protetta è finita , un velo si è alzato, mia madre è una donna e io ho tutto un mondo nuovo davanti e attorno a me.

Paola Marini Gardin

9 Ottobre 1963

9 Ottobre 1963

 

Nell’ottobre del 63 avevo appena incominciato la prima elementare, allora la scuola iniziava il 1 ottobre lasciandoci liberi per tutta l’estate per riaccoglierci con i primi freddi.

La sera del 9 ottobre fu come tutte le altre: dopo alcune ore di gioco, i compiti, i litigi con mia sorella piccola che aveva 3 anni, la cena aspettando che ritornasse mio papà dalla solita partita alle carte, e poi a letto senza neanche carosello perché non avevamo ancora la TV. Non credo ci accorgemmo di niente, noi in via Feltre a Belluno, non c’erano i cellulari, e nessuno disse molto di ciò che era successo a noi bambini nemmeno la mattina dopo. Ma non era una mattina come le altre. Gli adulti non si comportavano come al solito. C’era agitazione, movimento, parole, sguardi che non sapevo interpretare.  Quella che ricordo come la notte del 9 ottobre fu forse la notte successiva, o l’atmosfera dei giorni successivi, qualcosa di enormemente minaccioso che mi era scivolato accanto “quella notte” col suo carico d’acqua e di morte.

Il resto venne a pezzi, a strappi di parole i giorni seguenti. Non so precisamente quando, forse all’alba del giorno 10 mio padre si era precipitato fuori. Il fiume portava i morti. Dove il Piave li aveva buttati fuori qualcuno cominciava a recuperarli, e a chiamare aiuto. Mio padre si era trovato al cimitero comunale, che era vicinissimo alla nostra casa, in mezzo a improvvisati becchini spaventati e costernati, che non sapevano come affrontare quei cadaveri portati nei teli, nei lenzuoli, tre, cinque dieci ma quanti sono? I bambini, ci sono bambini, donne, corpi, mezzi corpi, svestiti scorticati stravolti.

Arrivavano le bare, alla sera i fanali, il buio lacerato dai lumi e dalle imprecazioni, dai pianti. L’orrore e la paura facevano fare cose assurde, come mettere corpi adulti in bare troppo piccole, mio padre dovette affrontare un operaio, sconvolto, che stava per spezzare le gambe a un cadavere di uomo, per farcelo entrare  a forza.

“Non così,- gli dissi- io lo sapevo, l’avevo visto fare in Germania: i corpi dei morti diventano duri, ma pian piano, pian piano muovendogli le gambe sono riuscito a sciogliere quei legamenti ghiacciati, a farlo entrare dolcemente fra le tavole di legno”. Mio padre questo episodio lo raccontò in seguito e non pensava certo che io lo ascoltassi, ma io da piccola riuscivo a stare in una stanza senza che i grandi se ne accorgesser.  Era riuscito ad adagiare il corpo di lato, leggermente piegato, come se dormisse. Mio padre stette lì tutta la notte e il giorno seguente. Il Piave portava i corpi, da Longarone fino alle nostre rive, e oltre, giù fino  a San Donà di Piave. Tra di loro, mio padre riconobbe qualcuno: conosceva tutti i “suoi” ragazzi che frequentavano l’IstitutoTecnico Commerciale ( “la  Ragioneria “ di cui lui era il bidello-custode), e anche molti dei loro genitori, quelle persone che ogni trimestre da tutti i paesi e quindi anche da Longarone, Provagna, Faè… venivano ai colloqui coi professori e si poi fermavano a parlare coi bidelli, per chiedere come veramente si comportassero i propri figli.

Non so dare la giusta collocazione temporale ai fatti, ma qualche giorno dopo ci fu una cerimonia al Cimitero Comunale, alcune vittime vennero sepolte lì, come altre nei cimiteri di altri Paesi della Valbelluna. Mio padre ci andò e venne accolto da una linda crocerossina che voleva dargli “un fazzolettino disinfettante”, le autorità erano schierate, tutti a puntino, ma degli operai e becchini che avevano lavorato i giorni precedenti non vide nemmeno neanche l’ombra.  Mio papà sentì discorsi, fazzolettini disinfettanti, di autorità: quando vide tutto questo mio papa si arrabbiò e lo esterno ma quella notte dov’erano le autorità? Comodi nei loro letti, mentre i poveracci tiravano su i morti dal fango!  Dove erano i fazzoletti, i guanti, quella notte? Ma se mancavano le bare, se nessuno sapeva cosa fare né cosa fosse successo…mio padre si arrabbiò o meglio fece una delle sue tremende sfuriate, minacciò tutto e tutti, urlò tutta la sua rabbia e la sua indignazione e tornò indiavolato a casa. Sperai l’avessero scambiato per un parente stravolto, allora mi vergognavo per le uscite di mio padre.

Noi bambini continuammo ad andare a scuola, a vergare con inchiostro e pennino fin quasi a Natale, come si usava allora, infiniti segni sulle righe del quaderno di prima, uncini, tondi, linee. Gradatamente saremmo arrivati all’alfabeto… I quaderni dei nostri coetanei di Longarone erano sparsi nel fango, quando dopo alcuni mesi andai per la prima volta al cimitero delle Vittime del Vajont mi sembrò che le duemila croci bianche assomigliassero ai quei segni dei quaderni, ogni segno un quaderno incompiuto.

Solo dopo alcuni giorni mio papà mi condusse per mano a vedere il Piave, andammo giù per il sentiero che tante altre volte avevo fatto con lui, dalla collina allora  coltivata a vite si scendeva fino al fiume, questo corso  sempre scarso, depredato della sua acqua da tutte le dighe e le condotte forzate della valle.

Ma quel giorno il Piave era altissimo e veloce e scuro. E già si era abbassato, mi disse mio padre, facendomi vedere a che livello fosse arrivato i giorni precedenti indicandomi gli stracci e il fango depositati sulle chiome degli alberi.

Non credevo che il fiume potesse fare tanto, e gli domandai perché, e perché avesse ucciso, e dove erano le persone, e perché non avessero nuotato, perché nessuno le avesse salvate.

Ci misi anni per capire.

Anni in cui ad ogni ricorrenza  scrivevamo “i pensierini” sul 9 ottobre e poi i temi, anni in cui non ho smesso di leggere, di appassionarmi agli scritti di Tina Merlin , alle memorie dei sopravvissuti, ad indignarmi ogni volta che sentivo parlare di ” disastro inevitabile della natura” e di come ” la diga però non avesse ceduto, opera magnifica”.  Altri anni in cui ho semplicemente vissuto.

Alle scuole medie alcune mie compagne, eravamo l’unica classe tutta femminile, venivano da Longarone e Soverzene. Ho il ricordo vivido di quando l’anziana insegnante di francese ne fece alzare una, la figlia del dottore di Longarone, morto nel 1966 mentre accorreva in aiuto ai suoi concittadini vittime dell’alluvione del 4 novembre e per questo insignito della medaglia d’argento alla memoria. Ho presente la mia compagna, dignitosa, con le braccia appoggiate dritte sul banco, come a sorreggersi, rispondere con poca voce ma senza lacrime. E noi facemmo un silenzio assoluto. Le domande della professoressa erano gentili, quasi troppo, le trovai indiscrete: Siete andati a Roma, vi ha ricevuto il Presedente? Ti sei commossa? ecc.  Alla fine smise e la lasciò sedere, credo di non aver mai odiato tanto una professoressa, anche se adesso penso che le sue intenzioni fossero buone. Il dolore composto della mia compagna. Il dolore per le vittime, le domande fuori posto dei curiosi, dei cronisti, dei benintenzionati…

Tanti, tantissimi altri ricordi legati alla tragedia si sono susseguiti nel tempo anche perché poi lavorai due anni proprio a Longarone, ma uno mi è rimasto stampato nella memoria su tutti.

Un giorno venne a casa nostra un ragazzo, uno che aveva frequentato laRagioneria, e chiese di vedere mio padre. Stettero loro due soli in cucina, ma la porta rimase aperta e in qualche modo è come se io fossi sempre stata al centro di quella stanza. Il ragazzo era di Longarone e si era salvato perché quella notte era lontano, ospite di parenti. La sua famiglia era stata distrutta.

Il ragazzo era venuto per fare una domanda a mio padre. Gli chiese come era sua madre nel momento in cui lui l’aveva riconosciuta in mezzo ai morti e poi ricomposta nella bara.

“Com’era mia madre?”

–        I corpi degli uomini e delle donne di Longarone e di Faè si presentavano ai nostri occhi in condizioni irreali e riuscivano a spiegare, nel loro terrificante aspetto, meglio di ogni realistica ricostruzione, la portata del disastro.

AVEVANO UN ASPETTO DIVERSO DELLE VITTIME DEL Polesine, di AGADIR, di SKOPJE: SEMBRAVANO MORTI DUE VOLTE! ( Il Giornale d’Italia F. Borsato).-

” Tua madre sembrava che dormisse”

Il ragazzo alzò il viso, guardò fisso mio padre, un misto di dolore, di speranza, di sfida:

“Gino, dimmi la verità, l’acqua l’ha trasportata fino a Belluno “.

Mio padre restituì lo sguardo, calmo, gli occhi fissi nei suoi, quegli occhi color acciaio che possono tanto incenerirti sul posto quanto rassicurarti. Il ragazzo abbassò la testa.

“Tua madre era bella. Ti dico: sembrava che dormisse. L’acqua non le ha fatto nulla altrimenti non avrei potuto riconoscerla ho adagiato io la tua mamma, nella bara, nessuno l’ha toccata”.

Il ragazzo rialzò il viso, solo allora mi accorsi del colore dei suoi occhi, azzurro-cielo.

“Grazie, Gino.”

Tutta la stanza si colorò d’azzurro cielo.

 

 

 

Paola Marini Gardin

Di Gatti e di altri Amori- 2^ parte

 

PuntinoLa mia nonna materna a volte ci raccontava fiabe e cantava filastrocche, altrimenti dopo aver aiutato mia madre nelle faccende o aver annaffiato le decine di vasi di fiori in giardino, se ne stava silenziosa a sferruzzare coperte e calzetti di lana. In quanto ai nostri felini domestici, pur dando loro da mangiare, non amava averli in giro per casa, del resto dopo aver preso qualche gnoccata sul muso, questi si guardavano bene dallo starle fra i piedi. Non occorreva nemmeno che lei dicesse “Pussa via!” che erano già spariti.

L’altra nonna era inaffidabile in quanto a faccende di casa, doveva aver già abbondantemente dato lavorando quarantanni come maestra e allevando otto figli. Non le si poteva chiedere di guardare una pentola: diceva di sì con convinzione, ma poi si perdeva a fare rebus e cruciverba con l’inseparabile Settimana Enigmistica. Oppure lavorava a uncinetto centrini di ogni misura. Ma in quanto a felini, era una gattofila nata.

 

Da piccola era stata una monella, sempre in giro per le strade e le piazze di Belluno a giocare e combinare guai con gli altri ragazzini. Orfana di madre, era stata cresciuta dal papà e da una balia che poi divenne la sua matrigna. Questa donna, preoccupata per l’affetto a suo vedere esagerato che la piccola dimostrava per la sua gatta che riempiva di baci (“Non baciarla sulla pancia, ché ti porta le malattie! Non portarla a letto…”) un bel giorno chiuse la bestiola in un sacco e la buttò nell’Ardo il quale si getta nel Piave che va a sfociare in mare. Fine dei problemi. A mia nonna disse che la gatta era morta improvvisamente e che l’aveva seppellita in profondità sotto terra. Mia nonna pianse tutte le sue lacrime, il papà la consolò: la micia ora era in paradiso, sulle ginocchia di san Pietro.  Non si sa come, la gatta saltò dalle sante ginocchia e sopravisse.  Tornò a casa dopo un mese, magra, sparuta e conciata da far pietà, accolta dalla gioia incontenibile della padroncina. La verità venne  a galla ( è il caso di dirlo) messa alle strette la povera matrigna confessò il misfatto e da allora non aprì più bocca per rimproverare la figliastra che non mancava di puntualizzare: “ Seppellita eh? Resuscitata dai morti nevvero?”

Da grande mia nonna sposò il nonno Giacomo, che oltre ad amare molto lei amava anche i gatti. Ne capitarono tante di storie, con queste piccole pesti.  I nonni avevano una grande cucina economica, la “stufa”. Di solito il nonno lasciava “covare” le braci in modo da poter poi riattizzare velocemente il fuoco quando doveva cucinare o riscaldare l’ambiente. C’era un gatto che trovava particolarmente comodo e gradevole il tepore che emanava il forno della cucina, miagolava chiedendo di entrarci e il nonno lasciava che vi si accomodasse, spalancandogli lo sportello che poi lasciava aperto. Prima di riavviare il fuoco, controllava che il gatto fosse uscito.  Una sera la famiglia era riunita per la cena, il fuoco scoppiettava, tutti erano in silenzio, si sentivano solo tintinnare i cucchiai nei piatti quando un rumore di soffi diabolici invase la stanza e il tubo della grande cucina economica prese a vibrare sempre di più, sempre di più! I bambini avevano la pelle d’oca pensando alle storie di spiriti e di streghe, tutti guardavano allibiti il tubo che si scuoteva finché le varie parti si scomposero e rovinarono sul piano della stufa e una figura nera soffiante e indemoniata schizzò fuori dall’ultimo pezzo di tubo.   Era il gatto.  Non aveva chiesto di entrare, aveva trovato lo sportello del forno aperto e ci si era infilato… il nonno l’aveva chiuso…

Il nonno aveva anche allevato un pulcino caduto dal nido, questo piccino lo seguiva dappertutto, mangiava dalle sue mani e gli beccava dolcemente il viso e la bocca, per puro affetto. Il nonno aveva in qualche modo insegnato ai gatti a non toccarlo (guai a loro) e i gatti rispettavano la consegna.  Un giorno il pulcino trovò un dito di vino nel bicchiere del nonno e si ubriacò. Andò a farsi passare la sbornia nel posto più sicuro e comodo che riuscì a scovare. Mio nonno non lo trovava più. Lo cercò in casa, esaminò la bocca di cani e gatti, non c’erano tracce di piumette. Indossò le pesanti zoccole di legno per uscire a cercarlo e CICK!  Schiacciò col piede qualcosa di morbido e tenero riposto in fondo alla calzatura. Il pulcino.

Non si dette pace per averlo ucciso, proprio lui che l’aveva allevato con tenerezza e amore. L’unica consolazione fu che era morto contento: puzzava di alcool, non doveva nemmeno essersene accorto.

Mia nonna mi raccontava con dolore la morte del nonno, avvenuta sei anni prima che io nascessi.  Morì di tetano dopo una lunga agonia, era un uomo forte e il suo cuore non voleva cedere. Accadde per colpa di una piccola ferita alla mano che non si preoccupò di disinfettare, ne aveva presi tanti di graffi e lacerazioni, lavorando nell’orto!  Allora si usava fare in casa la veglia alle persone care decedute, il nonno fu composto e disteso sul letto, la nonna i figli e le figlie erano distrutti dal dolore, ma non poterono fare a meno di compatire anche la gatta preferita dal nonno, la povera bestiola triste e abbacchiata vegliava il suo amato padrone acciambellata sotto il letto, rifiutando cibo e carezze. Non uscì finché non fu portato in chiesa per il funerale, seguendo la triste comitiva fino sul sagrato della parrocchiale, dove dovette starsene fuori dalla porta.  Aspettò. Quando la bara fu portata fuori si unì ai familiari. Qualcuno trovò la cosa irriverente e tentò di scacciarla, ma il parroco, un uomo buono e saggio nonché amico dei miei nonni, non lo permise.  “ L’ha seguito fino a qui meglio di tanti cristiani! Che lo accompagni fino alla tomba.” Il corteo si avviò lungo il viale del cimitero, davanti la bara con i portatori, tra cui mio padre e suo fratello, dietro il parroco, la gatta e i chierichetti, poi mia nonna con le figlie, di seguito parenti e compaesani.

La gatta tornò ogni santo giorno sulla tomba del nonno, fedele e silenziosa, dalla mattina alla sera, per il resto della sua vita.

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Da parte mia ogni volta che un gatto moriva, ne facevo una tragedia, stavo male per giorni. Così quando sparì l’ennesimo gatto, giurai a mia madre che mai più ne avrei voluto un altro, troppo dolore.  Passò qualche giorno e incappai in due orfanelli, che dovevo fare? Li portai a casa e mia madre sbottò. “ Due! Avevi detto niente più gatti e te ne torni con un paio!” Erano bellissimi questi fratellini: un maschietto striato grigio chiaro e una femmina tigrata rossa. Giocavano insieme e facevano salti incredibili, sembravano due acrobati circensi, un giorno fecero entrambi un salto mortale all’indietro e si scontrarono di testa a mezzo giro, ricadendo a terra mezzi tramortiti. Dopo pochi mesi Sophie, la micetta rossa, sparì e mi rimase il fratello. Diventò un bel gatto con due canini insolitamente lunghi. Purtroppo verso l’anno, come tutti i maschi, se ne andò in giro a esplorare e battagliare e tornò claudicante  con una zampa posteriore ferita. Avevo dei risparmi e lo portai dal veterinario, a Cavarzano, mio padre ci accompagnò in auto.  Con gran stupore del mio genitore il dottore gli fece nientemeno che una lastra e mi vide pagare senza battere ciglio l’astronomica cifra di sessantamila lire. Per fortuna la zampa non era rotta, il veterinario si complimentò per il bel gatto: “Questa bestiola non ha due canini, ha dei fanoni!” Ed io ne fui molto orgogliosa.  Guarito, il campione tornò a baruffare e perse uno dei suoi tanto decantati, aguzzi canini. Poi cominciò ad allontanarsi, ingrandendo la sua zona di dominio, attraversò la strada e vi morì, piccolo mucchio di pelo grigio perla travolto da un’auto.

 

 

 

Mio Puntino, mio Gatto

Manchi da un anno, mio Gatto.

Sono triste senza la tua morbida presenza,

un intero anno senza il tuo ronfo nelle mie orecchie,

aspettando invano il tuo irrompere che spezzava il mio sonno.

A volte mi pare di udire il tuo richiamo

e speranzosa ti cerco.

Come ti rimpiango piccolo amico

mio custode, mia piccola anima,

mio tesoro di pelo.

Nessuno più mi rincorre miagolando disapprovazione

quando mi allontano da casa.

Nessuno appare chiamandomi al mio ritorno.

Ti ho cercato per strade, prati e cortili.

Te ne sei andato e non so dove cercarti.

Mi manchi da un anno mio Gatto

mia panterina nera e bianca

mia lucida lontra bagnata,

sogno di averti ancora in braccio, accoccolato,

e mi sveglio chiamandoti.

 

Puntino Puffo

Paola Marini Gardin

Belluno, 25-11-2018

 

Di Gatti e di altri AMORI – 1^ Parte

Puntino
il mio Gatto

Amo i Gatti.
Mi piacciono anche i cani e ogni tipo di animali in genere a parte le zecche e le zanzare alle quali io invece piaccio molto.

I Gatti fanno parte della mia vita, i periodi in cui sono costretta a non averli accanto sono aridi e duri da superare.
Sono gattofila da parte della famiglia di mio padre. Mio nonno (suo padre) che purtroppo non ho mai conosciuto amava i gatti, si racconta che il mattino si alzasse presto per preparare la colazione: ai gatti. Sfamati i pelosi, pensava anche a moglie e figli. Mio nonno, colpito in gioventù da una palla di neve ad un orecchio, col tempo diventò completamente sordo e lavorava in casa, credo tenesse la contabilità per diversi imprenditori, mentre mia nonna faceva la maestra, mattina e pomeriggio. Avevano anche un cane, qualche mucca, una capra che svezzò mio padre, un maiale, conigli, papere, tacchini e galline. Rimasta vedova, mia nonna allevò anche i bachi da seta. Gatti e cani avevano la loro prospettiva naturale di vita, per le altre bestie la scadenza era molto più breve. Per ognuno di questi animali mia nonna mi raccontava degli aneddoti, molti li ho dimenticati. La gatta più longeva che abbia avuto visse 22 anni, era molto amata e si chiamava Fauzia. Per due volte, partorì oltre ai normali cuccioli, un gattino con sei zampe. Il poverino era trascurato subito mentre la gatta prodigava cure al resto della cucciolata. Mia nonna ogni volta cercò di farle accettare il derelitto di turno, ma la gatta non ne voleva sapere. “Si vede che Fauzia sapeva che in natura il micino non sarebbe sopravvissuto” concludeva mia nonna. In ultimo la gatta era diventata cieca, ma scodellava ancora un cucciolo all’anno.
Quando venne a stare da noi mia nonna portò con sé la sua cagnolina, Liù, una piccola meticcia nera con una macchia bianca sotto il collo e una bella coda da volpina. Continuava, però, ad amare i felini e noi abbiamo sempre avuto dei gatti che la mia mamma sfamava a patto che se ne stessero fuori di casa. Grazie a mia nonna, il gatto o la gatta prescelti avevano l’autorizzazione a varcare la porta di casa e saltare in grembo a mia nonna per essere accarezzati. In seguito mia mamma tollerò persino che si accoccolassero sulla sedia di mia nonna anche in sua assenza. Devo dire che è sempre stata mia madre a procurare il cibo per i gatti e a prendersi cura degli orfanelli, gatti o conigli che fossero. Succedeva che la mamma morisse e i cuccioletti erano allattati con minuscoli biberon casalinghi annacquando il latte bovino. Sopravvivevano, la mia mamma era molto precisa e amorevole, ma una volta cresciuti erano messi fuori. I gattini passavano alle cure mie e di mia sorella che trascorrevamo ore a giocare con loro. “Non baciateli sul muso, non respiragli vicino, non baciategli la pancia!” raccomandava inutilmente mia madre, paventando terribili malattie infettive.
I coniglietti invece passavano alle cure di mio padre, le femmine la scampavano diventando riproduttrici, uno o due maschi prestanti pure, gli altri dopo qualche mese erano ammanniti con la polenta. Erano trattati bene: erbetta fresca, fieno, persino erbe aromatiche di montagna. Per dargli gusto. Da piccole ci fu risparmiato il terribile momento del macello: un unico colpo sulla nuca, lo spellamento (la pelle era sotterrata in profondità, perché le volpi non ne sentissero l’odore), il corpo appeso a due chiodi per le zampe di dietro, il sangue che colava. Un coniglio arrosto a settimana, ogni domenica.

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Ho ricordi precisi dei primi gatti della mia vita. Un bel gattone rosso che era stato dei miei zii Pina e Achille. Quando si trasferirono in un appartamento, prendemmo noi il loro gatto. Il micio rosso aveva un grande territorio di caccia attorno alla nostra casa, abitavamo a qualche centinaio di metri dal centro, ma allora ci consideravamo in periferia, quasi circondati dai prati che arrivavano fino al Piave. A nord, purtroppo, c’era la strada, via Feltre, dove spesso finiva la vita selvaggia dei nostri felini cacciatori.
Non compravamo certo crocchette o alimenti per cani e gatti: a loro andavano i resti del nostro cibo, un po’ di pane e latte la mattina e ogni tanto delle frattaglie prese per pochi spiccioli in macelleria. Il gatto rosso provvedeva autonomamente ai suoi pasti, ma quando la mia mamma apriva e chiudeva più volte la forbice simulando il taglio della carne che aveva già preparato, polmone di solito, il micio si fiondava sul davanzale della finestra per divorare il contenuto del piattino. Tutti i gatti che avremmo avuto in seguito correvano al richiamo del “zic zac” della forbice e se volevamo chiamarli, bastava sforbiciare in aria.
Ricordo il gatto rosso sul davanzale, specie in inverno, schiacciato contro i vetri della finestra della cucina, il pelo folto, le zampette serrate, il musetto rivolto verso di me. Mia nonna paterna non stava ancora con noi e mai gli fu permesso di entrare. Io capivo che stare in casa al caldo era quello che desiderava e che avrei voluto anch’io, ma ero troppo piccola per disobbedire apertamente a mia madre. Un giorno il gatto scomparve, non duravano mai molto i nostri gatti. Abituati a cacciare correvano a loro volta il pericolo di diventare prede di volpi e faine, attirate dalla presenza delle nostre conigliere e del pollaio.
Prima di questo avevo avuto un altro gattino, tutto mio. Una creaturina bianca a macchie nere, un cuccioletto da coccolare. Ho una sola foto con lui sul divano, io piccola e scura (forse eravamo stati al mare ed ero abbronzata) e lui una pallottola pelosa che sfugge alla mia presa. Mi seguiva fuori nel prato e io mi divertivo a farlo giocare con uno spago o con un ramoscello che tentava di afferrare. Tentava anche di prendere la sua coda, girando intorno. Gli volevo bene, come poté succedere che usai il fuscello come un frustino sulle sue zampette? E un giorno non lo trovai più. Chiesi di lui, mia mamma disse che si era ammalato di diarrea e l’avevano messo in una scatola a guarire, domani l’avrei rivisto. Ma domani non arrivava mai, continuai giorno dopo giorno a chiedere, la risposta era sempre la stessa. Mi persuasi di essere stata io la causa della sua malattia e della sua morte, perché l’avevo frustato, avevo colpito il suo tenero corpicino peloso col frustino. Un rimorso durato decenni, fino a che mi sono resa conto che il “fuscello” non avrebbe causato danni nemmeno a un neonato prematuro di topo. Il gattino doveva essersi ammalato e io avevo collegato i due fatti gattino sofferente/gattino frustato incolpandomene. Allora non si usava vaccinare i gatti contro la gastroenterite o altre malattie né tantomeno portare cani o gatti bisognosi di cure da un veterinario. Solo vacche o cavalli meritavano questo privilegio e unicamente perché erano economicamente utili e necessari, non animali da compagnia. Scontai in ogni caso la mia colpa presunta amando incondizionatamente tutti i gatti della mia vita.


Avevamo anche un pollaio, ero ancora molto piccola quando mia mamma mi portava con sé a prendere le uova delle nostre galline. La mamma aveva paura del grande gallo bianco che a volte le si avventava contro, io a mia volte ne avevo il terrore e ho conservato una certa avversione per il pollame in generale. Non delle chiocce con la covata, i pulcini che spuntavano da sotto la loro mamma apprensiva mi incantavano. Un giorno accadde veramente che il gallo colpisse mia madre ad una gamba e così mio padre provvide a promuoverlo da re del pollaio a re del tegame.  Quando crebbi un po’ andai da sola a prendere le uova, velocemente, fingendomi un’apache che rubava cavalli, con la dannata paura di essere assalita dagli speroni dei pennuti. Anche i tacchini, che mia nonna chiamava “dindie” e “dindiot” m’incutevano una discreta fifa.
Soffrivo molto per la perdita di ogni amato gatto, ma appena uno spariva ne compariva subito uno nuovo, o anche due. La primavera era la stagione che ci elargiva più gatti, oltre ai nostri nuovi nati arrivavano quelli che persone sconosciute abbandonavano dentro il nostro cortile con grande gioia mia e di mia sorella e costernazione dei miei genitori. Era la stagione delle cucciolate più fortunate, i gattini facevano in tempo a crescere prima di affrontare l’inverno e inoltre c’era più possibilità di farli adottare da qualche famiglia, in campagna c’era sempre bisogno di gatti che pigliassero i topi.  Le figliate autunnali avevano meno probabilità di essere accettate, senza che noi lo sapessimo, interveniva una sofferta selezione ad opera di mio padre. A volte però le gatte riuscivano a nascondere talmente bene i loro cuccioli che quando comparivano con quattro – cinque gattini al seguito, già padroni di sé e deliziosamente miagolanti, nemmeno Erode sarebbe riuscito a eliminare quegli innocenti, tantomeno il mio papà.

Purtroppo era inevitabile dover tenere a bada la natalità felina e mio padre doveva dolorosamente addossarsene il compito. Non esisteva allora, la prassi di sterilizzare cani o gatti.  Tolte le gatte che, fatte furbe dopo la prima esperienza, si nascondevano per partorire e allevare i piccoli, alla gatta era preparata una comoda cuccia in una cassetta foderata, posta in alto nella baracca degli attrezzi. La gatta si fidava. Partoriva i gattini, minuscoli esseri che leccava ben bene e allattava. Subito o alla sua prima brevissima assenza, una mano che di solito la accarezzava prendeva i neonati, ne lasciava solo uno nella cuccia, si metteva gli altri in petto, sotto la maglia perché stessero caldi fino all’ultimo. Da solo mio padre faceva un centinaio di metri fino ad un ponte sul rio davanti al cimitero. Un’unica botta alla nuca, un salto nell’acqua. Tornava avvilito, arrabbiato con se stesso e col suo ruolo di boia. Solo da grandi ci rivelò questi fatti e quanto gli era pesato dover sopprimere le cucciolate. Non mi sento di biasimarlo.  Per un po’ la gatta cercava i suoi piccoli, poi si rassegnava e allevava l’unico rimastole.
Io leggevo nel suo sguardo un accorato “Perché?” e cercavo di consolarla accarezzandola. Spesso il fortunato era un maschietto (che non avrebbe prodotto altre cucciolate) ma non sempre mio papà riusciva a distinguere il sesso dei cuccioli, scegliere in fretta e di nascosto non era facile.  Anche la cagnolina Liù provò a far scampare alla selezione una sua cucciolata scavandosi una tana sotto un albero. Quella volta le andò bene: fu individuata, ma il suo coraggio fu premiato, come non ammirarla? I cuccioli svezzati trovarono altre case, ma per le volte seguenti anche a lei rimase un solo cucciolo. La cagnolina era attentamente sorvegliata, durante i suoi periodi di “estro” e così successe raramente che rimanesse incinta, ma un cagnetto tanto brutto quanto intraprendente, certo Ghibli basso e tarchiato, color sabbia, riuscì in qualche modo astuto a eludere ogni ostacolo e Liù partorì cuccioletti piccoli e tracagnotti, color sabbia. Gliene lasciarono solo uno: un cosetto buffo e tondo che seguiva la madre traballando, un amore di cagnolino. Povera Liù, anche lei si accorse che le mancavano gli altri figli, ma era inutile chiedersi “Perché?” Rassegnata, allattava l’unico piccolo che aveva un’ampia scelta di mammelle per sfamarsi. Così mio papà le appioppò un paio di gattini, una nostra giovane gatta ne aveva scodellati in eccedenza e chissà come non erano stati eliminati. Liù, tollerante, allattò i micetti insieme col suo nato e i cuccioli crebbero insieme, strana famiglia di “can –gat” come li chiamò un nostro parente.
Ricordo una gatta bianca col suo micetto altrettanto candido nel prato dietro la casa. Era bello vedere la mamma col suo piccolino. Bello vedere il gattino ciucciare e poi addormentarsi soddisfatto, il roseo pancino tondo, le zampine all’insù. Bello vederli giocare insieme, la mamma lasciava che lui le afferrasse la coda che muoveva appositamente per lui e poi lo accompagnava in giro e gli insegnava a cacciare. Gli portava piccole prede che faceva rimbalzare tra le zampe, davanti al naso curioso del gattino, finché lui non la imitava.  Anch’io lo facevo giocare, imprigionavo entrambi in un cestino dalla trama rada, facevo calare un nastrino o uno spago dall’alto e loro giocavano girando e afferrando il nastro, facevamo a gara a chi tirasse di più. Poi li liberavo ma volentieri tornavano nel cestino per giocare ancora.
Avemmo gatti neri, grigi, bianchi, tigrati, rossi, soriani, a macchie, gatte tricolori.
Mai gatti siamesi o persiani o qualunque razza che non fosse il comune magnifico gatto domestico.

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Anche i quattro gattini partoriti da una gatta soriana furono una delle “cucciolate fortunate”, arrivarono trottando dietro alla loro madre con le codine diritte, già pronti per mangiare dalla ciotola. Prima di trovare loro una sistemazione, ce li godemmo per l’intera estate. La gatta li sorvegliava premurosa, ma a qualche ora doveva pur assentarsi e andare un po’ per i fatti suoi, così io e Daniela trovammo un gioco: prelevavamo i gattini dalla loro cuccia e li nascondevamo lontano, la gatta tornava e trovando la cassetta vuota subito si metteva in cerca dei suoi piccoli e noi “l’aiutavamo” nella ricerca fingendoci costernate. Lo ripetemmo più volte e sempre la gatta individuava la sua nidiata pigolante, prendeva uno alla volta i suoi piccoli in bocca e li riportava nella cuccia. Senza poter profferire un rimprovero, il suo silenzioso andirivieni alla fine mi procurò un grande rimorso. Cosa stavo facendo? Mi vergognai del mio atto crudele. Portare via i cuccioli, indifesi, ad una gatta a cui volevo bene e che si fidava di me. E che per di più non poteva lamentarsi e far valere il suo diritto di madre. Ero stata vigliacca e traditrice.
Giurai (anche se al catechismo avevo imparato che giurare era peccato) che non avrei fatto mai più scherzi a nessun animale. Questo mi mise in contrasto con mio padre. Cresciuto in campagna aveva imparato a imitare i compagni più grandi tormentando a volte le bestiole. “Fare l’aquilone” infilzando un maggiolino su uno stecchetto o tenendolo legato per una zampina, stanare i grilli, prendere e uccidere rane e uccelli da nido (questi veramente servivano da cibo anche per la famiglia), costruire minuscoli carri e farli tirare da una quadriglia di topi o di lucertole, attaccare  i gatti ad un ombrello a mo’ di paracadute e lanciarli dal piano superiore della casa e via dicendo. Certo, ora non faceva più quelle cose, ma un certo piacere nel combinare scherzetti gli era rimasto, ci aveva insegnato a applicare i gusci vuoti delle noci ai polpastrelli dei gatti, pian piano quando dormivano di gusto sulla sedia della nonna. Il gatto si accorgeva che qualcosa non andava e quando balzava sulle piastrelle cominciava a scivolare come avesse i pattini da ghiaccio, più scivolava più si spaventava fino a diventare pazzo e schiantarsi sui vetri della finestra cercando una via di scampo. Ma ora questo non lo consideravo più  un gioco e non volevo più prendere parte allo scherzo crudele. Era un tradimento.
La cagnetta Liù era un altro bersaglio, doveva stare ritta in piedi sulle zampette posteriori con un fuciletto di legno, costruito per lei da mio papà, e fare “la sentinella”;  lui le impartiva gli ordini in tedesco ( era stato due anni in un campo di concentramento in Polonia) e non doveva ritornare sulle quattro zampe fino a quando non glielo permetteva. Povera Liù.
Come ho già detto, mia madre non era per niente contenta che portassimo i gatti in casa. Figurarsi in camera, dove una volta aveva beccato un nostro protetto  intento a rigurgitare sotto il suo comò: interdizione perpetua ai piani superiori. Noi piccole facevamo di tutto per aggirare il divieto, così un’altra volta beccò noi in cameretta con una gatta in procinto di partorire  accomodata nel nostro armadio. Ci mancò poco che non sfrattasse anche me e mia sorella mandandoci a  soggiornare nella baracca con la neo-mamma. Diventai più furba crescendo, quando la mia nonna paterna dopo otto anni di convivenza a volte burrascosa ( lei e mio padre facevano periodicamente tremende baruffe per motivi futili) andò in un pensionato chiesi ed ottenni la sua camera, che aveva una finestra che dava sulla scala esterna. Mia sorella protestò, eravamo sempre state in cameretta insieme, dormendo in due letti vicini, ma argomentai che avremmo guadagnato spazio tutte e due, io ne avevo bisogno per studiare e disegnare. Quando era ora di andare a dormire, per noi ragazze il momento scoccava dopo Carosello, riuscivo invece di “buttar fuori il gatto” cosa che purtroppo da piccole eseguivamo alla lettera, prendendo un micio addormentato caldo caldo e sbattendolo fuori in cortile di botto, a contrabbandare il felino in camera mia, nascosto sotto la vestaglia o il maglione, complice il buio corridoio in cui non accendevo la luce. Mi infilavo sotto le coperte col mio tesoro, a volte anche con due gatti che ronfavano grati per ore, facendo la pasta sulle mie gambe. Una delizia. A metà della notte però le bestiacce si ricordavano di essere predatori notturni e sbucavano dal giaciglio rivendicando la loro selvaggia natura. Allora dovevo agire in fretta, prima che i miei dalla camera vicina si accorgessero del misfatto. Avevo provveduto a lasciare gli scuri della finestra che dava sulle scale solo socchiusi, cercando di non fare il minimo rumore li aprivo un poco in modo che i gatti potessero saltare sugli scalini e eclissarsi nel loro mondo di feroci cacce notturne. Poi tornavo a dormire nel mio letto pieno dei loro peli e anche di fastidiosissime piccole pulci che, rimaste orfane di gatto, cercavano di rivalersi sulla mia pelle. Al mattino cercavo di togliere alla meglio i peli dalle lenzuola prima di andare a scuola, ma non sempre la facevo franca. “Hai portato di nuovo i gatti a letto!” mi rimproverava la mamma, “Credi che non me ne sarei accorta?”. Era come giocare a guardie e ladri.
I gatti andavano spulciati, passavo ore a rincorrere le pulci che correvano disperate nascondendosi nel pelo soffice, riuscivo  stanarle dove la pelliccia era più rada, sotto la pancia, le rincorrevo sotto le ascelle, dietro le orecchie, sul muso e sul collo del gatto. Mi piaceva schiacciare le maledette tra le unghie dei pollici, skicc!
Quando ebbi una macchina fotografica Kodak cominciai a fotografare i miei mici: una gattina striata rossa, Sophie, ripresa piccola e tenera sopra una zucca verde, in un’ altra foto è in posa quasi malinconica fra gli attrezzi di mio padre. I quattro neri  gattini orfani della gatta Marica, nera anch’essa, il gatto Cico  e Marco, il mio amato Marco tutto nero a cui feci anche un ritratto a china. Spesso in inverno si addormentava sopra il termosifone della mia camera, così profondamente che, completamente cotto, scivolava cadendo sul pavimento. Sorpreso e disorientato per il suo errore, come tutti i gatti fingeva non fosse successo nulla, perlomeno non a lui, e con dignità prendeva a leccarsi partendo dal muso per finire al grazioso buchetto del culo. “Ma non ti fa schifo farti leccare dal gatto?” si disperava mia madre “ Sei così schizzinosa per il cibo e poi ti fai leccare il viso da una bestia che con la lingua si è appena pulita il didietro!” No che non mi faceva schifo, inutile spiegarlo se non ami un gatto più di te stessa.

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Via Crucis

B-cascata del Mughetto 27-1-19 (31).jpgMani callose, sasso dopo sasso,

hanno edificato povere opere,

semplici testimonianze di fede.

Mani stanche,

già sazie di miserevoli, pesanti lavori.

Capi chini, sudore,

gente oppressa da padroni

cui bastava un generoso lascito alla Pieve

per garantirsi il regno dei Cieli.

Donne piegate dalla doppia fatica

della famiglia e dei campi,

tutti questi peccatori, uomini e donne,

inconsapevoli di meritare giustizia su questa terra,

questi poveri le cui bestemmie offendevano i buoni cristiani

ma accarezzavano le orecchie di Dio

con la loro disperata impotenza,

tutte queste genti schiacciate

dal duplice peso dei Potenti e della Chiesa

villani, zotici, contadini, montanari

disprezzati e umiliati, hanno osato costruire

con mani sporche, mani devote,

inumerevoli Via Crucis sui loro monti

ricordo delle sofferenze del Cristo

e simbolo delle loro stesse vite,

perchè fosse testimonianza.

Opere dimenticate, imbrattate e svilite,

si sgretolano afferrate dalle edere

stritolate dall’indifferenza e dal nostro scetticismo.

L’incuria rimarrà l’unica testimone del nostro tempo.

 

Paola Marini Gardin

Gardolo TN – 11 Maggio 2015

TU

A volte tento di mollare gli ormeggi

e perdermi senza remi e senza vela.

Senza, non trioverò un approdo.

 

Mentre vago

qualcuno mi afferra le mani e non mi lascia

per quanto mi dibatta.

 

Per favore, mio amore,

continua ad afferrarmi le mani,

i miei corti capelli,

per la collottola tienimi

non voglio andare

per mare.