Un Uomo

 Val Morel, 1 Aprile 2012

   Domani la mia mamma compirà 81 anni, ma festeggiamo oggi, domenica, in casa di mio cognato e di mia sorella Daniela. Mia madre ha preparato come sempre un pranzo coi fiocchi, dall’antipasto al dolce: spazzoliamo tutto, ci sono le mie due nipoti, le figlie di mia sorella, con i loro morosi, mancano mia figlia Laura che è a Trieste dal moroso che compie gli anni proprio oggi 1 aprile, Nicola, il primo figlio di mia sorella, la moglie e la figlioletta. Verranno prossimamente e ripeteremo la tavolata al completo, mia mamma ha già messo in congelatore il necessario.
   Alla mattina il tempo è splendido e prometto a mio papà che andremo a fare un giro nel pomeriggio, abbiamo un bravo autista, Salvatore, il mio compagno.
   Nel pomeriggio il tempo muta e mette su un grugno nuvoloso, mia mamma cerca di rimandare il giro, c’è vento, pioverà, si sta meglio a casa, ma mio papà che ci contava lancia segnali inequivocabili: lui fuori ci vuol andare, al Nevegal e poi alla Ronce, uno dei suoi posti preferiti. Salvatore alla guida, io navigatore, mia madre poco convinta seduta davanti e mio papà molto speranzoso dietro.
   Quando viaggio con mio padre, che da anni non può più muoversi autonomamente mentre prima era abituato ad andare quando, come e dove voleva, mi fa piacere e allo stesso tempo mi strugge l’anima. Ogni posto è un doppio ricordo, il suo e il mio, uguali, diversi e specchiati all’infinito. Abbiamo girato tutta la provincia di Belluno con la sua Vespa e oggi, passando i posti dove siamo andati insieme, Nevegal, Ronce, Valmorel, Madonna di Parè, so che mio padre c’era già stato cento volte da solo e cento volte ci era tornato con me e mia sorella. Poi ci sono tornata io da sola o con i miei amici e in seguito ci ho portato  mia figlia Laura e la cagnetta Sasha.
   Saliamo da Castion verso il Nevegàl, prima del piazzale giriamo a destra e percorriamo la stretta strada che per tornanti e giravolte (purtroppo non ha piovuto e boschi e prati hanno un aspetto secco e desolato) ci porta alle Ronce, piccolo gruppo di case con uno splendido panorama sulla Val Belluna. Quanti ricordi, quante persone che non ci sono più, quante case vuote, quanti antichi mestieri e tradizioni abbandonati. Ai Ai lunghi abbeveratoi non ci sono le vacche, i boschi invadono i prati che non servono più come pascoli. Scendiamo verso Tassei, la cascata che in primavera scendeva abbondante dalle rocce non c’è. Sparita. Voglio tornarci quando pioverà, allora scende copiosa e il vento porta le goccioline lontano.
   Giunti in fondo alla valle, a Tassei, potremmo tornare verso Belluno, ma Salvatore vuole dare un’occhiata alla chiesetta sul poggio e già che per farlo dobbiamo risalire l’altro versante della Val Tibolla, tanto vale che ci inerpichiamo fino in Valmorel, magico luogo che ho conosciuto con mio padre e poi continuato a  praticare durante la mia adolescenza (a sua insaputa, altrimenti niente giri stipati nella  Fiat 500 e ciucche in compagnia). Dalla piazzetta di Valmorel, crocicchio di strade,  prendiamo la variante più lunga che passando per la Val Piana porterebbe a Laste e poi a Madonna di Parè, Giaon, Limana e quindi a Belluno, so che mia mamma vorrebbe tornarsene a casa, ha sempre tanto da fare, ma appena fuori Valmorel mio papà, che sembra distratto, ma è più attento di quanto non si pensi, vede sulla sinistra “via Pizzera” e ordina “ Di là!” .
   Tento di dire che  la strada normale è molto panoramica, si passa per Val Piana, il capitello di santa Rita… via Pizzera è molto stretta e scoscesa, ma so che è un partito perso e Salvatore imbocca la strada desiderata dal mio genitore. Poco dopo c’è la casa di Dino, un vecchio amico di mio padre, sia lui che sua moglie sono morti da tempo e la casa che gli era costata una vita di sudori e che una sorella gli aveva conteso a lungo “Per ingrassare gli  avvocati! “ adesso è lì, chiusa, tutti  loro morti senza eredi diretti e chissà a chi sarà toccata. Io il vecchio Dino me lo ricordo bene e anche il suo bell’orto dove coltivava, fra le altre cose, delle carote da primato, rosse, grandi e tenerissime, io nel mio orticello ricavo solo dei bitorzoli screanzati. Merito della terra, diceva lui, non dell’ortolano.
   Scendiamo ancora un paio di tornanti e arriviamo ad una casa lunga, mio padre non è sicuro ma gli sembra quella di un altro Dino, altro suo amico (Dino deve essere un diminutivo di un nome molto popolare, ma ignoro quale), mia mamma che è una donna pratica, scende e chiede informazioni a una signora: “Ci scusi, un certo Dino, allevava le caprette…”. La donna lo conosce, ci sorride, “Non ha più le caprette, ormai…appena più avanti, la casa lunga come questa e sempre lungo la strada, l’ultima porta….”
L’ultima porta ha un campanello con scritto “Dino e Vanna Segat”.  Sono loro, suono.
   Apre un uomo giovane, sarà il figlio, che gli dico? “C’è il signor Dino? Mio padre vorrebbe salutarlo…” Il giovane è contento di vederci, ci invita in casa, prende subito per il collare il cane che ci è venuto incontro esuberante, si è accorto che mia madre ne ha paura: è un grosso cagnolone affettuoso, mi faccio annusare e scodinzola felice.
   C’è, l’amico di mio padre, ci accoglie nella stanza che fa da cucina e da tinello. E’  invecchiato, Dino: me lo ricordavo diritto e sorridente, occhi azzurri, molti anni fa con mio papà e mia figlia eravamo passati a trovarlo e ci aveva accompagnati dal fratello, che aveva una grande stalla,  Laura si era divertita un sacco in mezzo agli agnellini e alle caprette che le ciucciavano la giacchina, povere bestiole, si era prima di Pasqua, devono aver avuto vita breve.
  Ritrovo un vecchio curvo che si muove a fatica col deambulatore, pieno di acciacchi: “Sono bravi i miei figli, Claudio mi prepara il pranzo, Carmen mi fa le faccende di casa e mi accompagna alle visite e dal dottore, Corrado spacca la legna e mia nuora Serena mi fa la cena, sono bravi anche i nipoti che  mi fanno compagnia”. Ha il Parkinson, è stato ricoverato parecchio tempo, ma è sereno “ Sono stati bravi i dottori, mi han preso per i capelli, il dottor Fabris ha fatto un miracolo…”
Mi ricordo la moglie, una donna serena, accogliente, il caffè pronto, i biscotti… Oggi il caffè non ci sarà, il posto di Vanna è vuoto, Dino è rimasto solo e non riesce a usare le mani, tremano troppo, ma ha voglia di parlare.
“Con Vanna ci siamo parlati la sera, prima che venissi dimesso dall’ospedale di Vittorio Veneto, dove ero per la riabilitazione dopo le operazioni che avevo subito al Codivilla di Cortina. Non stava bene, il giorno dopo, quando tornai a casa con Claudio, era a letto e da lì non si è mossa più. Era contenta di vedermi, era stata così preoccupata per me. Ha avuto un aneurisma cerebrale, era Natale, io speravo andasse tutto per il meglio, ma il quattro gennaio se ne è andata”.
Stiamo un momento in silenzio, poi Dino riprende a parlare. Insieme a mio padre, sturano i ricordi di quando erano ragazzi, la scuola, le maestre, i giochi, i nonni e i genitori con tutto quello che hanno imparato, la guerra, le privazioni, il lavoro…quanto hanno “strusciato” nella vita.
“Sono vecchio, ho settandadue anni…” Lo guardo sorpresa, penso che si sbagli, ne dimostra almeno dieci di più, accidenti, mio padre ne ha fatti 88, ma nonostante gli acciacchi sembra più giovane di lui.
“Sono vecchio, ma una cosa la so, la donna tiene su i tre angoli della casa, l’uomo per quanto faccia, solo uno, se manca la donna manca tutto…le donne sono superiori, chissà se ne vedrò una presidente della repubblica!”
   Continua a parlare di sua moglie, come se fosse ancora viva, ma non come fanno di solito certi bellunesi, buoni a dar contro alla consorte. Ne conosco diversi che considerano pari a zero mogli che hanno il solo vizio di tirar su i figli senza il loro aiuto. C’è un tizio, vicino casa mia, che non dimostra alcun rispetto per la compagna della sua vita e madre dei suoi tre figli.  “Non mi fido, è una trovatella, sta a vedere da che famiglia viene fuori…”.
Ma perché diavolo l’ha sposata?  Io lo so perché la conosco da tanto: è una bravissima ragazza, tirata su dalle suore, gentile, buona, gran lavoratrice. Lo riconoscono tutti, tranne lui e giacché non ha fiducia nella moglie che lavora come una mula, ecco che si premura di spargere ai quattro venti i particolari delle sue finanze, si fida dei suoi amici, lui, ma “Mia moglie non deve sapere quanto ho in banca, anzi, lei non deve nemmeno sapere che ho un conto, che non si faccia idee…”
Certo, lei deve solo lavorare, stare zitta e ringraziarlo. Come lo prenderei volentieri a calci, quel bastardo, come lui ce ne sono tanti, ci saranno anche donne che umiliano i mariti, ma sono in minoranza.
   Dino invece, parla da sua moglie da innamorato e da uomo sincero. “Quando ho avuto la paraparesi e saputo che sarei rimasto invalido a vita, con una pensione minima, volevo che mi lasciasse per non pesare su di lei. Vanna si arrabbiò molto, prese la patente e cominciò a lavorare, fece la bidella, le pulizie al distretto, nelle scuole e anche la contadina al mio posto.”
Dino a sessantacinque anni cominciò a scrivere un libro e ce ne regala una copia, un libretto semplice, ma dentro c’è la sua vita, vibrante e autentica. Sfoglio le pagine, sono una lettrice compulsiva, guardo l’indice. Ci sono poesie, riflessioni, le storie della sua infanzia, i ricordi e i detti dei vecchi, la sua famiglia, l’amore, la vita a Valmorel, le difficoltà, la malattia. Un libro bello, pieno di riconoscenza, amore e speranza. Lo leggerò stasera, sarà un’altra sorpresa che questa giornata mi ha riservato.

Oggi ho conosciuto un uomo eccezionale.
Curvo, incerto, un vecchio. Curvo ma non piegato, il suo animo è diritto e onesto, chiaro come lo sguardo dei suoi occhi.
Un Uomo.

Da  “La Vita Continua” di Dino Segat, alcune frasi all’inizio e alla fine del libretto:
 “ Come sento la tua mancanza, ora che non mi sei più accanto…Come mi dispiace non avere più la tua mano nella mia. Assieme facevamo cose semplici, che pero per me erano di conforto, ora sono bei ricordi del tempo trascorso insieme”
“La vita continua con tanti amori nascosti: dove c’è amore c’è vita, c’è speranza. Basta osservare la natura, con quale passione due uccelli costruiscono il nido, poi fanno le uova, si danno il cambio per covare, nutrono i piccoli, li tengono caldi e puliti finchè sono grandi. La vita è un dono che viene dato ad ognuno: c’è chi la vive con più fortuna, chi con meno, ma l’importante è credere che essa continua”.
“ Grazie a mia moglie Vanna, che una notte mi apparve nel sonno, sembrava vera, e mi disse:” Non scrivi più?” Scomparve con il suo bel sorriso e io ripresi carta e penna e scopersi che le parole mi venivano facilmente…Grazie al territorio in cui vivo che mi stimola con le sue bellezze naturali. A tutte le persone a me care vada la mia riconoscenza e gratitudine.”
Stampato nel Giugno 2010 da DolomitiStampa (BL)

  • Racconto vero, ripreso il 14/4/2021, non so più nulla di Dino, conservo intatto il suo ricordo e ho ripreso in mano il suo libretto. Mio padre è morto il 24 gennaio 2014, a ottantanove anni, compiuti il 14 dicembre 2013. Io ho lasciato il mio compagno. La mia mamma ha appena compiuto i novanta, abbiamo festeggiato il suo compleanno (il pranzo come sempre lo ha preparato lei) in tono minore, con le restrizioni imposte dal Covid, come per l’anno scorso eravamo solo noi due figlie e mio cognato, i nipoti e pronipoti (siamo a quota quattro, una femmina e tre maschi, la quinta arriverà a settembre) collegati via cellulare. La vita continua.
  • Paola Marini Gardin 

4 commenti

  1. mi parevi convinto, mi hai chiesto di portarti a casa le tue cose. Comunque è vero, sono stata io a lasciarti. Sei quasi l’unico che legge il mio blog e ne sono contenta, però secondo me non è il posto per i messaggi di carattere personale.

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  2. be io ho solamente commentato una frase che non mi sembrava privata, vedrai che piano piano arrivano le visite, ciao ps la sequenza giusta degli eventi è un’altra ma non è il posto giusto per parlarne

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