Nome, Omen (et feminam)

oggi voglio dissertare su un argomento di attualità, la declinazione dei generi maschile femminile nella lingua italiana. Non ho fatto le scuole alte, non conosco né il latino né il greco e quindi neanche l’origine di un vocabolo in italiano, mi voglio solo divertire.

Ci sono nomi maschili e nomi femminili, alcuni hanno una doppia declinazione, altri no. Non capisco perché, in nome di una ideale parità, occorra declinare a tutti i costi al femminile i nomi di professioni nate maschili,  anche se è pura cacofonia. Altri nomi sono paritari, si distinguono in italiano solo per l’articolo, il o la, un o una. Se c’è l’apostrofo, bisogna inventarsi altro, signor o signora? S’ignora. E se non mi riconosco nel genere che mi è stato affibbiato dalla natura?  

Ci sono vocaboli ormai consolidati: maestro e maestra per esempio. Però non sono uguali uguali. Maestro nasce senz’altro per primo, la maestra è buona seconda. Suona anche bene, come la strada maestra. “Maestro” sta bene dappertutto, maestro di scuola, maestro di sci, maestro calzolaio declinabili anche al femminile ho un dubbio per il maestro calzolaio, non avendo mai visto una calzolaia. Poi c’è mastro, il più buono è Geppetto, il più antipatico Gesualdo che però è anche don, maschile di donna?
“ Maestro” è un termine che  basta a sé stesso, nell’arte, nella musica, nella cultura, nello sport. Maestra? di scuola…di danza…ma non è universale, perché? Perché i mestieri SONO NATI MASCHILI, che accidenti. Storicamente l’unico mestiere più antico del mondo attribuito alle donne è quello, richiestissimo, indispensabile, disonorevole e condannato della puttana (a proposito, detta anche “maestra di vita”).
 Il puttano infatti non esiste, ci sono i figli di, con altre volgari varianti sessiste, e i puttanieri, ma sono altre storie.  I mestieri sono maschili perché alle donne fino a tempi recenti e non in tutto il mondo, non solo è stato proibito studiare, ma anche lavorare, intendendo un lavoro ufficiale e renumerato, per faticare molto e gratis sono sempre andate bene.

Infermiera è principalmente lavoro femminile, nome di cura, lavoro importantissimo e indispensabile, ma anche occupazione equivoca al tempo del suo inizio: cosa pensare infatti, di donne al seguito di un esercito di uomini?
Il medico, il chirurgo, sono per definizione maschi, medica, medichessa e chirurga suonano orrendamente, meglio tenerli al maschile anche per le donne. Anestesista invece è neutrale. Ti addormenta e cosa importa se è maschio o femmina chi ti inietta il bel sonno.
L’ infermiere esiste, ma è raro, una mosca bianca o bisogna dire un moscone? In caso, è sempre bianco?
Ecco, vale anche per gli animali, per alcuni si declina, elefante elefantessa, leone leonessa, gatto gatta, per altri no: tigre, alce, panda, paguro…e per altri il significato assume un connotati diversi e sempre più spregevoli se al femminile, cane cagna, per non parlare di maiale e  porco che finiscono in troia, non declinabile al maschile. Anche la vacca è solo femmina, a volte accompagnata dal nome della prima donna che Dio creò. Il maschio è il toro, tora tora è un grido di guerra e il bue e la bua sono due cose completamente diverse, solo il primo appartiene al regno animale.
Il boa è un serpente, la boa sta nel mare, ma non è nemmeno un pesce.

Tornando a noi, essendo paragonate a un minore, come minorate noi donne eravamo tutelate (sic) prima dal padre e poi dal marito. E chi non aveva né l’uno né l’altro o ne era scacciata, finiva a fare la monaca, se era fortunata (monaco- monaca ok,  suora è solo femmina, a volte a servizio gratis di prelati rigorosamente maschi) altrimenti ingrossava le fila delle maestre di vita.  Nessuna lavoro o carriera in vista,  era inammissibile poi, che una donna avesse alle dipendenze degli uomini, al massimo altre donne, ecco, sarta è un bell’esempio, meglio se poi lavorava in casa circondata da apprendiste sartine non salariate. E’ così che mia mamma ha imparato a cucirsi le lenzuola per la dote, facendo chilometri di orli gratis presso una sarta di paese. Il sarto… era “da uomo” finché non son arrivati tempi migliori per tutti (e tutte) con le case e le sfilate di moda. Modella e modello, nulla da dire, è un mondo che ignoro.
Ballerina e ballerino. Molto bene, walzer, mazurca , rock and roll e cha cha cha, musica classica. L’étoile, la stella (femminile per uomo e donna? meglio star, univoco).
Cantante: un,una, assoluta parità.

Ministro (tema attuale) a me ministra non piace, potrebbe anche andare, ma mi viene in mente la minestra e il pasticcio la ministra amministra il ministero con maestria. Un ministro, una ministro.
Trovo che per alcuni nomi le due forme mi suonino bene, forse perché ormai entrate nell’uso. Insomma, Dottore e dottoressa sono consolidati, ma in generale il suffisso –essa non mi piace molto.
Il fattore sa il fatto suo, la fattoressa fa un po’ moglie del fattore, fattora sarebbe più tosta e farebbe di sicuro a braccio di ferro col fattore suo vicino di podere. La fattrice è altra storia.

Adesso vado per ordine, i nomi più facili sono quelli che finiscono in O al maschile e A al femminile.
Già citati maestro e maestra.

Idraulico. L’idraulica “è la scienza che studia il moto e l’utilizzazione dei liquidi, in particolare dell’acqua” (Wikipedia).
Mago e maga , ma le fate sono tutte femmine e turchine e le fattucchiere tutte vecchie e miserande. Il fato esiste, ognuno ha il suo, come il proprio destino.
Ortolano e ortolana. Contadino e contadina. Cittadino e cittadina, per quanto quest’ultima indichi anche una piccola città, e io quando mi sento dire “cittadina” vorrei averne anche le chiavi, di una città anche piccoletta.

Orco diventa Orchessa, or ch’essa mangia i bambini, l’orco che fa?
L’orca appartiene al regno animale, orca l’oca è una simpatica espressione veneta.

Maggiordomo, maschio. Onnipresente e affidabile, ma fino a che non sono andati di moda i libri gialli. Governante, femmina. Nella letteratura, quasi sempre arcigna e  rompicoglioni. Tutte illazioni.
Gnomo è sempre maschio. Chi dice di aver visto una gnoma, mente. Preceduto dall’articolo “lo”, come per lo gnocco,  si riproduce per talea. Gli gnocchi invece si fanno con patate e farina. La gnocca  è in genere preceduta dalla particella “che” , seguita da punto esclamativo e fischi di cretini.
Cretino e cretina, inizialmente commiserati nell’esclamazione “poveri cristiani!” (dal provenzale crétin) e poi definizione degli affetti da cretinismo, oggi non ha più relazione né con la commiserazione né con la malattia, ma vanno a spasso con idiota, imbecille e stupido di cui solo l’ultimo declinabile al femminile.
Orbo e orba, cieco e cieca, il cecoslovacco è un’altra cosa e la cecoslovacca…insomma preferirei essere solo ceca,  slava, o polacca, ma non finire in vacca.
Tedesco, tedesca con cui in famiglia definiamo indifferentemente gli abitanti della Germania (est e ovest) gli austriaci, i sud tirolesi che sputano sul piatto pieno. Russo, russa: da non confondersi col verbo e mai dormire nella loro stessa camera.
Ministro, già detto, trovo ministra poco piacevole.
Sindaco, dovrebbe restare così. Il sindaco, la sindaco. Sindaca passi, ma proprio per un pelo, se non si fa la ceretta.
Maresciallo non ha marescialla. O sei una maresciallo o niente. Noi chiamavamo “la Marescialla” una nostra conoscente, naturalmente non davanti a lei, in quanto moglie di maresciallo. E  vera padrona di casa.
Capitano…capitana sta benissimo. O capitana, mia capitana.
Democristiano-a, estinti o presenti in pochissimi esemplari, protetti dal WWF.


Proseguite voi, io mi cimento nei nomi maschili che finiscono in E, che mi sembra rispettino la parità.

Francese, cinese, danese il- la, un- una. I primi sono i nostri affascinanti e antipatici cugini d’oltralpe (entrambi i sessi), i cinesi, indecifrabili, ci stanno colonizzando e presto comanderanno il mondo. Gli altri manco sappiamo chi siano, chiamiamo impropriamente “danesi” i cani alani.
Inglese, l’, un- un’ : difficile distinguerli nella lingua parlata, del resto gli inglesi si sa, sono inaffidabili.
L’italiano ha però la risorsa dei diminutivi, vezzeggiativi e peggiorativi: inglesina (anche la denominazione di un passeggino), francesina, cinesina, dolci nomignoli per femmine straniere, tedescaccio, peggiorativo solo per alemanni maschi.
Ufficiale=ufficiale. Ufficialessa fa ridere. Lessa o in brodo?
Pugile, per piacere, lasciatelo così, non lessate anche le poche coraggiose che tirano di destro (o di sinistro).
E Vigile? Vigila non va bene, ma vigilessa…sempre la stessa cottura, sempre lessa, però suona un poco meglio, si vede che resta al dente. Una variante è pompiere (per cortesia, evitare pompiera, si presta a volgare equivoco) ma si scrive Vigile del Fuoco.
Insegnante ok , mica è necessario scoprire chi sia, né ascoltarlo-ascoltarla per tutta la lezione.
Ingegnere e già è difficile ingegnarsi su come scriverlo, ingegnera è una tortura verbale.
Attendente. Tenente. Sarebbe meglio passare direttamente a Generale (signora sì signora generale, Generalessa no per piacere) ma arrivarci sarà dura come per Ammiraglio, l’ammiraglia è roba troppo grossa.
Criminale. Delinquente. Gente da evitare.
Ignorante.
Gente, “la” gente. Maschi, femmine e altri generi.
Veggente.


Invece altri nomi,  che in parte ho già menzionato, sembrano finire in E,  ma fanno solo finta, la coda è “ore” e al femminile prendono il suffisso “essa” che è un po’ pesante (tranne in elefante-elefantessa che ha  la sua tonnellata di buone ragioni per essere pesantuccia, ma l’elefante non ha la coda “ore”, l’ha didietro come tutte le bestie che si rispettano).
Professore, professoressa. Ci siamo abituati, ma a quest’ora ci saremmo anche abituati a Professora.
Dottore, Dottoressa. Dottora, troppo dotta. A me dottora piace molto.
Sacerdote, sempre maschio nella religione cattolica.
Sacerdotessa, evoca antichi riti e ancora più antiche ere, quando forse le donne dominavano la magia, la medicina e gli uomini.

Quelli che mi irritano sono i nomi che al femminile finiscono in “trice”. Suffisso tra il truce e in trito, un suono stridente che mi fa venire in mente la carne tritata al frullatore.
Alcuni mi vanno bene, sarà appunto perché ormai in uso da tempo: attore, attrice. Il primo è serio anche se fa il comico, la seconda è più frivola, anche se serissima.
Suonatore e suonatrice vanno abbastanza d’accordo, insieme se la suonano e se la ridono. 

Altri vocaboli stridono: tutore, tutrice. Il primo è persona di sostegno, l’altra fa rima con nutrice che a sua volta ricorda più una nutria pasciuta che una persona che accudisce o allatta, il che mi fa venire in mente la balia che è femmina, il baliatico, triste lavoro femminile che consisteva nel dover abbandonare, per necessità, il proprio figlio o figlia in fasce per allattare e crescere l’erede di una famiglia ricca. L’ha sostituita la Baby Sitter, che può anche essere un Baby Sitter, trasformabili in Sitter Dog, a seconda dei figli o dei cuccioli a disposizione.
Gestore, a me gestrice fa ribrezzo, il gestore gestisce la sua attività con giudizio, la gestrice la trita  gesticolando, una cosa da spavento. La Gestora invece sarebbe solida, attiva, intraprendente, darebbe del filo da torcere al suo dirimpettaio, il gestore che si morde i gomiti dal dispetto, perché lei mena, come la  sua socia, la fattora.

Direttore, direttrice. Il primo comanda con autorità, l’altra dirige ma si confonde con la retta direttrice della parabola di cui tutti sanno fin da piccoli la definizione, essendo il luogo geometrico dei punti del piano equidistanti da un punto fisso F detto fuoco e appunto, da una retta detta direttrice, che vi sfido a calcolare, così sui due piedi. Aiutino: la direttrice di una parabola è una retta la cui distanza da un punto generico P della parabola è uguale alla distanza P dal fuoco F. L’equazione della direttrice è molto semplice, si scrive come l’equazione di una retta e non sto qui a descriverla, la trovate come ho fatto io su internet, perché a suo tempo ho gettato i libri di geometria. Fine della digressione.
Pittore, pittrice, queste ultime più rare e, anche se grandi artiste, misconosciute. Ma almeno non si confondono con i “pittori” che tinteggiano le pareti di casa, gli imbianchini, che sotto il cappellino rigorosamente di carta di quotidiano di ieri, possono rivelarsi imbianchine.

Pescatore, di pesci ma per antonomasia anche di uomini, in senso buono, lo disse Gesù a Pietro. Per la pescatrice assume carattere equivoco, come sempre quando si tratta di donne.
Scrittore, scrittrice. Il primo vince i premi nobel e spadroneggia in tutte le enciclopedie e antologie, dagli albori della storia, da quando i sapiens incisero tavolette di argilla, intinsero le penne d’oca per vergare pelli, pergamene, carta, gli scriba e gli scrittori han avuto la meglio sulle scrittrici, alle quali lasciavano le liste per la spesa. Sono passate alla riscossa negli ultimi secoli, ma è ancora dura anche solo essere ospitate in una antologia scolastica.

Calciatore. Se ne parla e scrive già troppo. Non amo particolarmente il calcio, preferisco l’atletica. Alle elementari ho dovuto scegliere una squadra del cuore e ignorando completamente la materia, scelsi l’Inter perché mi piaceva il nome. Alle medie provai a giocare in una squadra femminile, mi piaceva calciare, ma mi beccai una testata da parte di fuoco amico (una giocatrice della mia squadra, un colosso) che mi lasciò stordita una settimana. Fine. Do ancora qualche calcio al pallone, in sogno, l’ultima volta ho beccato il muro a lato del letto e ho perso l’unghia dell’alluce destro. I calciatori maschi possono diventare professionisti e guadagnare un sacco di soldi, le calciatrici sono solo dilettanti, per ora. Il calcio maschile non è affatto un gioco,ma un grosso business a meno non si svolga su un campetto parrocchiale.
Nuotatore, nuotatrice, so che nuotatora fa impressione, ma quel trice mi trita sempre le orecchie. Ho amato molto il nuoto, pur essendo nata in montagna.
Scalatore, scalatrice, meglio alpinista e così passiamo alla VENDETTA:

I NOMI MASCHILI CHE FINISCONO IN “A”, nella mia ignoranza, suppongo siano un bel retaggio del latino.

Comunista, specie estinta o in fase di estinzione, nemmeno protetta dal WWF.
Autostoppista, anche questo genere è praticamente estinto, pur non avendo un particolare colore politico.
Pilota, felicemente alla guida di un qualsiasi mezzo a qualunque sesso appartenga.
E paracadutista, autista, tassista. Io sono una paracadutista mancata, a 17 anni volevo iscrivermi al corso presso l’aeroporto di Belluno, ma fui dissuasa con gentilezza non perché femmina, ma perché portavo gli occhiali. Il dubbio però mi è rimasto. In compenso sono un’autista distratta, ma lo era anche mio padre, che una sera si fece tutto il passo del Fadalto in salita col freno a mano tirato. Se la nostre auto potessero parlare! Mia madre invece, era un’autista prudente e attenta, purtroppo smise di guidare quando mio papà andò in pensione.
Automobile…a proposito è femminile, sarà per questo che a pubblicizzarla mettono sempre belle donne. Anche la locomotrice e femmina però ha il suo compagno locomotore. Treno invece è maschio. Nave è femmina (nave scuola significato equivoco). Aereo è maschio. Mongolfiera femmina.

Ciclista. Amatissimi quando gareggiano. Tollerati se solitari. Odiati dagli automobilisti se in gruppo, specialmente su strade strette, a tornanti e in salita. I professionisti evitano le piste ciclabili, del resto in parte maltenute e affollate da dilettanti e persone con passeggini o cani al guinzaglio. I ciclisti dei due (o tre) sessi sono spesso soggetti a morte precoce. Le cicliste sono meno numerose, ma molto toste.
Dentista. Sono diventati così bravi, dai miei tempi in cui si può dire trapanassero a mano, che quasi mi rilasso sulla loro comodissima sedia. Di sicuro sono più tranquilla che seduta dal/dalla parrucchiere/parrucchiera, dove non so mai come la mia testa verrà fuori.

Poeta, senti come suona soave.
Musicista anche lui suona, non sempre soavemente.
Professionista. Geometra. Analista. Pianista.
Astronauta. Volano e col loro lavoro contribuiscono a lasciare spazzatura nello spazio.
“Guardia” è il massimo. Ha anche l’articolo al femminile, “la” Guardia!
Deduco che “la guardia” la facessero gli uomini armati e poi il termine è passato a definire un singolo. La guardia la fanno anche i cani e le oche, queste ultime famose per via della storica allerta al Campidoglio. L’oca è anche maschio, altrimenti non sarebbe così diffusa, per cui si può dire a ragione “Sei un’oca!” anche a un uomo. Senza offesa per l’animale, che è intelligente il suo.

Se si chiama una guardia e non la si appella “Signora Guardia” è offesa a pubblico Ufficiale? Ma se lo fai, rischi di beccare un diretto al mento? A meno non sia una femmina. Nel dubbio, meglio usare un sinonimo, per esempio Agente (neutro).
Terrorista. Di qualsiasi colore, neri rossi gialli verdi e a qualsiasi nazionalità appartengano, sono criminali.
Fascista. Dopo decenni dirne qualcosa fomenta sempre attriti, per cui me ne allontano e mi astengo.
Estremista. Questi  nomi che finiscono in “ ista” sono aggressivi e pericolosi, passo ad altri.
Ottimista…bello, fa da contraltare al – alla  pessimista.
Antifascista: Presente!
Umanità.
Persona.
Vi lascio con un’ultima parola FELICITA’.

E riprendo, ci sono nomi che finiscono in u ? in Sardegna?  Ho un vuoto di memoria.

Mi piace disquisire sui nomi di persona, quelli che poi ti porti per tutta la vita e si spera che i tuoi non te li abbiamo appioppati a casaccio. Certi genitori andrebbero perseguiti per legge, per come hanno chiamato i figli. Personalmente ho pensato a lungo, prima di dare un nome alla mia bambina, un nome che suonasse bene col cognome (se nel nome c’è la erre, questa non deve essere presente nel cognome e viceversa, una mia mania) bello, luminoso, né troppo lungo né troppo corto, un nome che non si prestasse a storpiature. Trovato: Laura. Poi a vent’anni mia figlia ha preso il mio cognome e così adesso ha le due erre.
Io mi chiamo Paola (Paola Piera Luciana per battesimo) e mia sorella Daniela (Daniela Maria Grazia per battesimo), il suo nome  mi piace moltissimo.

Uno dei nomi maschili che mi piacciono è Andrea, il mio nome se nascevo maschio.
In Italia è primariamente maschile, poco frequentemente in passato e ora molto più diffusamente, seguendo mode straniere, viene dato anche alle bambine.
Io non riesco proprio a digerirlo, per una femmina.
Andrea:  “ Proviene dal nome greco Ἀνδρέας (Andréas), derivato da ἀνήρ (anḗr), genitivo ἀνδρός (andrós), che indica l’uomo con riferimento alla sua MASCOLINITA’, contrapposto alla donna con la sua femminilità; in latino, questo termine ha un corrispondente in vir, viri], mentre uomo nel significato di “genere umano” è homō, hominis in latino e ἄνθρωπος (ánthrōpos), ἀνθρώπου (anthrṓpou) in greco. Il nome proprio viene ricondotto anche ad ἀνδρεία (andréia), termine correlato che indica “forza”, “valore”, “coraggio”, “virilità”, “mascolinItà”.” Sempre Wikipedia.
Andrologo è il medico per l’apparato genitale maschile, specializzato in andrologia. Ma già che è un professionista sconosciuto, mica come il/la fortunato/a ginecologo/a.
Insomma, lasciamo perdere gli stranieri, ma agli italiani, anche non sapendo niente di greco e di latino,  non viene il dubbio che Andrea è un nome che più maschio non si può?
Perché chiamare maschio una bambina?
Allora chiamiamole anche Luca, Nicola, Mattia, Elia, Giona, Tobia, Enea, Barnaba e Leonida. O Giuda.

Edi è l’unico nome neutro, tra le mie conoscenze, che è dato a maschi e femmine, mi piace perché è portato da persone simpatiche.

Trovo orrendo avere  nome e cognome simili : Corrado Corradi, Maria De Maria…ma come si fa? Un po’ di fantasia!  E poi ci sono nomi che fanno a pugni col cognome, non puoi chiamare Rosa o Viola una neonata che ha già la sorte di fare Culetto di cognome. E non si dà Bianca a una Dell’Oca. Accidenti, Giovanna faceva schifo?


Edda è il nome di mia madre, nata nel 1931 e chi sa un poco di storia capisce il perché. Non ha un santo protettore, nessuna santa Edda è venerata sugli altari. Essendo l’adattamento italiano dello scandinavo Hedda, diminutivo di Edvige  “che combatte per la felicità” è adatto alla mia dolce mamma, che si adopera dalla nascita per la felicità degli altri, sacrificando se stessa. Ha anche altri nomi, mi pare Rita e Pasqua, perché è nata nella Settimana Santa. Devo dirle che può festeggiare il suo onomastico il 16 ottobre, Sant’Edvige di Polonia.

Mio padre si chiamava Luigi (Luigi Stefano) ma in famiglia era chiamato Luigino o Lupicino dalle sue sorelle, da bambino era minuto e sua madre era molto preoccupata. Crebbe dopo i diciott’anni, nonostante l’internamento per due anni in diversi campi di concentramento in Polonia. Fuori casa e sul lavoro era conosciuto come Gino e tale è rimasto per tutti, tranne che per le sorelle e per l’anagrafe.

Potrei continuare all’infinito, ma mi sono divertita abbastanza.

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