DI GATTI E DI ALTRI AMORI 5

Un lungo periodo di astinenza pelosa.

“Tutto ha un inizio e una fine e tutto è mutevole nella nostra vita. Gli anni passati nella Casa del Custode in via Feltre 109 sembrava non dovessero mai finire, ma ebbero un termine con il pensionamento di mio padre.” Così ho terminato la parte quarta di questi ricordi e lo riporto all’inizio della quinta.

Siamo restati nella “nostra” Casa del Custode fino a un anno dopo il pensionamento di mio papà. Per lui fu  un brutto periodo, brutto per tutti noi. In quella casa i miei genitori ci avevano vissuto quasi trent’anni, ci avevano tirate su, eravamo una famiglia libera e felice a modo nostro. Per un pezzo i miei avevano sperato di sistemarsi nella casa della nonna paterna a Castel Roganzuolo, proprietà a metà col fratello di mio padre, ma poi si decisero per la vendita, insieme con un altro fabbricato e a tutta la terra. Un pezzo di storia e di ricordi cari al suo cuore, la casa era stata costruita dai suoi bisnonni, se ne andò.
Ne ricavò lo stretto necessario per acquistare un appartamento in un condominio: ”Abbiamo dovuto vendere un lenzuolo per comperare una tovaglia…”
L’appartamento era molto più comodo della “nostra” casetta, ma senza giardino privato, un brusco cambiamento per chi, come il corvo, era abituato alla libertà di una casa circondata da prato, alberi e orto. Questo significò la fine dell’era gatti, gli altri condomini avevano dei cani, ma i miei non consideravano nemmeno l’idea di tenere un animale prigioniero in casa (e loro stessi condizionati dalla bestiola).
Non fu l’unica cosa a finire, nel 1985 con la nascita di mia figlia terminò anche la relazione con il mio compagno, per un anno intero andai a vivere con i miei genitori, nel frattempo cercavo casa.
Trovai un piccolo appartamento arredato, vicino a loro, in affitto. Mia sorella si era sposata l’anno prima, lei e il marito abitavano in un quartiere non lontano.
I miei mi aiutavano moltissimo, mia figlia è stata cresciuta da loro, io lavoravo: uscivo alle otto di mattina e tornavo, quando andava bene, alle 17.30 della sera, anche due ore più tardi se c’era “straordinario” da fare.
Quando mia figlia ebbe circa quattro anni comprai un appartamentino con mutuo ventennale, sempre poco lontano dai miei genitori. Mia figlia non aveva mai avuto animali, ma qualcosa nel suo DNA la spingeva ad amare ogni sorta di bestiola.
I miei, dopo l’asilo, la portavano sempre fuori, nel parco accanto alla casa di mia sorella per giocare con i cuginetti oppure in montagna con i loro amici, spesso c’erano un gatto o un cagnolino da accarezzare.Nel fine settimana anch’io facevo piccole escursioni con lei, oppure in estate, nel tardo pomeriggio (dopo il lavoro) andavamo fino alla casa di una mia amica che aveva una cagnolina, gatti, galline e conigli.
Per troppo tempo rinunciai ad avere un gatto che mi saltasse in grembo, in compenso mi cascò addosso una depressione che mi portai dietro per decenni e che solo oggi tengo provvisoriamente a bada.

Compensazioni pelose e acquatiche

Coccolavamo i gatti della mia amica, portavamo a spasso la sua cagnolina Furia, ma a mia figlia non bastava e incominciò a chiedermi di prendere una bestiola…io non volevo, chi le avrebbe badato tutto il giorno?  Mia figlia ci pensò da sola, durante uno dei nostri giri in Valle del Mis si procurò dei girini e mio papà li mise in una vaschetta nel nostro piccolo giardino. Crebbero, diventarono rane o rospi, non ricordo, e se ne andarono via. Mi risolsi a prendere un acquario con i pesci, bastava dar loro un po’ di cibo, si potevano guardare, non occorreva portarli a spasso.
Però era un impegno cambiare l’acqua, pulire la vasca travasando gli ospiti, scambiare con un altro più piccolo il pesce pulitore che era l’unico a crescere a dismisura e diventare minaccioso verso gli altri pesciolini. I pesci a volte si ammalavano e giù gocce per disinfettare, doppia pulizia dell’acquario, del fondo di sassolini, degli arredi.. ogni tanto un pescetto finiva pancia all’aria e lo seppellivamo nell’orto col dovuto rispetto, poi ne prendevamo un altro,  il negozio di animali era vicino casa. Durò  diversi anni poi un mese tardai a cambiare l’acqua, forse eravamo andati in ferie al mare, le povere bestie asfissiarono, l’ultimo a morire fu il pesce pulitore. L’acquario vuoto finì in cantina.

Anche i topi hanno un’anima

Nel frattempo, essendo i pesci poco affettuosi, ci eravamo dotate di  topolini o di criceti, se ne stavano nella gabbietta, giravano sulla ruota, puzzavano il minimo, erano carini da vedere e da tenere in mano o far razzolare brevemente per casa. Purtroppo i topolini avevano una vita breve,  un paio d’anni, era un pena vedere come diventavano vecchi e ti morivano nel palmo della mano, cercando un poco di calore. Temendo che da solo il roditore si annoiasse provammo anche a tenere una coppia, la femmina partoriva i piccoli ma il maschio li uccideva, separammo l’omicida dopo l’accoppiamento, alcuni neonati sopravvissero e per non riempirmi di topi dovetti portarli al negozio di animali, altri morirono ugualmente. Tornammo ai topi single.
Tenemmo topi russi e criceti per anni, anche quando poi arrivarono i “veri” primi animali domestici.
 
  Intermezzo Ovino

Non ci scordammo, contemporaneamente, del bestiario della mia amica e vicina di casa, una primavera un parente affidò loro una pecora. Mia figlia la chiamò Ekaterina. La pecora era docile, la portavamo a spasso per la campagna col guinzaglio, lunghe passeggiate sui colli in riva al Piave, allora la campagna era ancora ben tenuta. Gli altri umani avevano cani al guinzaglio, noi l’ovino ricciuto. Dopo la scampagnata la riportavamo indietro e alla sera era divertente vederla saltare con le quattro zampe in aria “zompava” come una capretta e mi ricordava i salti serali dei nostri conigli. Il vespero ha questo effetto sugli animali. Dopo alcuni mesi Ekaterina tornò al suo proprietario e potemmo solo sperare per lei una buona vita.
La cagnolina Furia (nome esagerato, era piccola e molto dolce) tornò a essere l’unica a venire con noi, la chiedevamo “in prestito” e facevamo lunghe passeggiate.

Riproviamo con i gatti

Un giorno di primavera del 1994 trovammo una gattina in strada, un essere minuscolo lungo una mano compresa la codina. Era cieca da un occhio, misera, il pancino gonfio, mia figlia la portò immediatamente a casa. Cercammo di curarla, impacchi di acqua bollita per togliere il pus dall’occhio e un goccio di olio in bocca (si dà anche ai bambini!) per purgarla. Non tenni conto della taglia microscopica di quella creatura e la gattina cagò olio per due giorni. Era minuscola, ma ronfava con una potenza incredibile. Mia figlia la chiamò Patty, la tenemmo per un po’ di tempo, poi scoprii che era  proprio della mia amica, era minuta ma intraprendente e si era persa. Dovemmo restituirla anche se andavamo tutti i giorni a trovarla e a volte la portavamo a casa nostra per il weekend. Mia figlia le metteva un collarino, la portava nel prato col guinzaglio, la gatta era quasi invisibile, tanto piccola che si vedeva solo un guinzaglio pendere dalla mano e muoversi tra le erbe. Crebbe un poco, non ricordo se fece i cuccioli in contemporanea con la gatta soriana che visse più di vent’anni, ma un giorno sparì. La casa della mia amica ha il prato che confina col bosco che scende al Piave, ci sono prede e predatori: caprioli, fagiani, volpi, tassi e faine, rapaci. Un gatto deve essere molto scaltro per sopravvivere.

Capitolazione progressiva

Alla fine cedetti, una famiglia di Col da Ren, poco fuori città, aveva una cucciolata di gattini, prendemmo una gattina rossa. La nostra gattina! Non ci piaceva l’idea di recluderla sempre in casa, così dopo una decina di giorni dopo la portai nel nostro orto, munita di campanellino. Alcuni bambini giravano lì intorno e si fermarono a guardare entusiasti la graziosa bestiola. Mi distrassi per un poco, andai dalla cantina all’orto e al ritorno non trovai più la gattina.
Chiedemmo a tutti, presto capii che uno dei bambini doveva averla attirata e presa dalle maglie del recinto, i miei sospetti si fissarono sulla bambina più grandicella “una capo banda” che nei giorni seguenti tentò in tutti i modi di depistarmi: “ Vieni, ho sentito il campanellino nel tal posto…ho sentito un miagolio in un giardino…”.
Per un paio di volte segui le false piste, con i bambini e la capitana alle calcagna, non si sa mai che si pentissero e me la facessero ritrovare, poi mi decisi ad andare a casa della bambina.  I suoi genitori negarono, non ci fu modo di recuperare la nostra gattina. La bambina aveva un carattere particolare, dava molte preoccupazioni ai suoi, pensai che se l’aveva presa, doveva averne più bisogno di me. Fu un gran dispiacere e ci penso ancora.

Barabek

Fu la volta di un volatile. Ce lo indicò un bambino in piazza, vicino alla fontana, dove stazionano tutti i piccioni di Belluno. “ C’è un cucciolo, non sa volare e non mangia da solo, poverino!”.
“Macché cucciolo, è un pulcino di colombo, è malato e pieno di pulci, lasciatelo stare!”
Speravo che l’accoppiata “malato-pulci” avrebbe impaurito i bambini, ma no, volevano proprio prendersi cura del miserabile spiumato. Il ragazzino ebbe il diniego di portarselo a casa (aveva genitori normali), mia figlia (con genitrice anomala) colse al balzo l’occasione e se lo prese, era proprio impedito e non scappò.
Mi ritrovai in piazza col piccione in mano, avvolto alla meglio in un foglio di giornale. Un negozio di animali era poco lontano, ci diedero una scatola coi buchi dove metterlo, del mangime e il consiglio di dargli da bere e aggiungere alla dieta qualche fetta di banana. Lo allevammo in terrazzino. Mia figlia lo battezzò Barabek.
Il piccolo spiumato si ingozzava e scacazzava, ricoprivo di carta il terrazzo, cambiavo la carta piena di escrementi, sacramentavo. La banana non era di suo gusto, tornai alla moda vecchia e gli feci dei pastoni col mangime, la farina di polenta e il radicchio.  Diventò adulto, gli insegnai a volare col metodo usato per le gazze della mia infanzia, appollaiato sul manico della scopa allargava le ali e le rinforzava.
Grazie all’allenamento imparò a svolazzare sulla ringhiera del terrazzo e un bel giorno spiccò il volo. Tornò qualche volta, almeno credo fosse lui, ci guardava curiosamente per un po’ passeggiando sulla ringhiera e poi se ne volava via. Presto non lo distinguemmo più dagli altri piccioni che arrivavano in cortile e badai bene a non lasciare mangime in terrazzo. Addio Barabek, vola in alto.

La resa

A dodici anni mia figlia diventò più tosta. Voleva un cane.
Non potevo tenere un cane e opposi una strenua resistenza. Nessuno può tener testa a un adolescente  all’infinito. Mia figlia approfittò  di un giro in montagna in Val Gallina su un sentiero un poco esposto sopra la diga e sotto allo Spiz Gallina, per estorcermi la promessa. Si sbilanciò in fuori, con una gamba nel vuoto:
 “Mi prendi una mucca?”
 “No, tirati dentro, non agitarti in quel modo, non sporgerti così!”
“Mi prendi un cavallo?”
“No stai scherzando? stai attenta, stai ferma, non muoverti da lì”
“Allora mi prendi un cane?”

Conoscevo un veterinario, una persona molto simpatica e disponibile che con moglie e figlia abitava vicino a noi. Lo conosco tutt’ora, originario del paese laziale di mia madre, ma ora abitano in un altro quartiere di Belluno.
Avevo precisato che volevo un cane di piccola taglia e il nostro amico ci indirizzò in una frazione vicina, a Giaon, dove una famiglia aveva una casa colonica con campagna, cani, gatti, bipedi da cortile (pollame) e quadrupedi da stalla. Una cagnolina aveva partorito da pochi mesi, a dicembre del 1997, ora era marzo e della cucciolata restavano due femmine, i maschi erano già stati dati via, li regalavano dato che erano meticci e la madre non  sterilizzata partoriva due volte l’anno.
La prima piccola era color nocciola, mi ricordava Lilly della Disney, sembrava dolce e timida. L’altra era grigia (grigia focata precisamente) ed era più intraprendente e curiosa, io avrei scelto la prima tenera cucciola, mia figlia si innamorò della vivace seconda. La portammo a casa, tristissima sul sedile posteriore dell’auto, dove vomitò.
Povera cuccioletta, di colpo strappata alla madre, alla sorella e alla libertà della campagna.
Mia figlia decise il nome, Sasha. Non le importava fosse un diminutivo di un nome russo maschile, Sasha le piaceva e stop.  Casa nostra è piccola, due camere, bagno minuscolo, cucina- soggiorno, un terrazzino. Non essendoci una camera per gli ospiti, il primo giorno tenemmo la cagnolina nella zona soggiorno. Foderai il pavimento con la solita carta da giornale, a tre mesi la povera bestia non sapeva proprio contenersi e nemmeno distinguere la differenza tra pavimento e divano. Dal giorno dopo la tenni in appartamento solo  quando eravamo presenti, quando lavoravo e alla notte la portavo giù nell’orto, dove avevo fatto recintare un quadrato di prato e sistemato una cuccia sotto la tettoia. Era una vera crudeltà portarci la cucciola, specialmente per tutta la notte e la mattina seguente, ma già sacramentavo abbastanza durante la sua permanenza in casa badando alle sue pipì popò pupù che non sempre finivano sulla carta da giornale.

E qui cominciò un capitolo importante della nostra vita.

 

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