Lettera alla Madrina

sottotilo: Storia di un montgomery, musica Guccini (Eskimo)

Belluno, 7 Luglio 2003

Cara Giovanna,
sei la mia madrina di Battesimo, immagino la tua sorpresa nel ricevere questa lettera dopo 46 anni.
Eh sì, dopo 46 anni da che ti fosti impegnata a fare da vicemadre (non che ce ne sia stato alcun bisogno, la mia è la miglior mamma che potessi avere) beh dopo 46 anni da che tagliasti la corda per sposarti, stabilirti in Toscana e bravo chi ti ha più rivista, eccomi qua.
Ho il mio certificato: 7 Luglio 1957, Santo Battesimo nella Chiesa di Santa Maria di Loreto in Belluno,nome imposto Paola Piera Luciana, madrina Giovanna B., padrino Mario B. (tuo fratello? magari ha anche fatto le tue veci, sei una madrina per procura?).
Di te comunque non ho ricordi, capirai avevo solo 8 giorni e le idee ancora confuse, di te so solo che ti chiami Giovanna e sei la figlia del primo datore di lavoro di mio padre; secondo lui hai tanto insistito per tenermi a Battesimo, ci tenevi proprio, adesso non dirmi che non eri un po’ innamorata del mio bel papà. Insomma poi sei sparita dalla mia vita, una madrina come si deve invece è presente ai compleanni, comunioni e cresime e soprattutto porta dei bei regali alla sua figlioccia. Da te niente, nemmeno una cartolina.
Durante la mia infanzia, ogni volta che da Belluno andavamo a Castel Roganzuolo, Borgo Gardin, dove abitava la mia nonna paterna, passavamo anche da Conegliano per fare un salto dagli zii e anche dalla tua famiglia, avevate un grande, storico negozio di tessuti, uno di quegli esercizi familiari di una volta, buio, pieno di scaffali, mercanzia e commessi che invecchiavano devoti dietro agli enormi banconi cui non arrivavo neanche col naso. Mi ricordi i grossi metri di legno con cui gli addetti misuravano le stoffe che srotolavano sul bancone armeggiandole con maestria, un rito quasi sacerdotale, l’odore dei tessuti, la scala che portava alla tua abitazione ai piani superiori, sale, disimpegni e una stanza con due pianoforti che nessuno suonava (almeno quando c’ero io). Una volta provai a premere i tasti con un dito, plin plon, con la segreta speranza di rivelarmi un genio come Mozart. Sono sempre stata negata sia per la musica sia per il canto.
Il fattaccio avvenne un bel dì, prima di prendere il treno che ci avrebbe riportati a Belluno. Anche questa volta andammo a trovare il buon signor Pietro B., tuo padre, in quell’occasione i miei comprarono la tela per 24 paia di lenzuola, 12 per me, 12 per mia sorella, lenzuola per il corredo di cui si usava ancora dotare le figlie femmine, roba di solido cotone misto canapa, resistentissime, indistruttibili all’usura del tempo, più il necessario per federe, asciugamani e quant’altro. Allora io avevo circa dieci anni, mia sorella tre di meno, una volta ci si prendeva in tempo (mica all’ultimo momento su Amazon*). Fu allora che il buon signor Pietro si ricordò, forse i miei gli rinfrescarono la memoria prima di pagare il conto, che la piccola Paola, lì presente, era la figlioccia della sua unica figlia, la sua amata Giovanna, che vedeva di rado dato che viveva lontano, in Toscana (ma potrebbe essere anche un’altra regione, sono ricordi lontani, i miei).
Il vecchio commerciante si animò ,cercò qualcosa che potesse riempire quei dieci anni di dimenticanza, sguinzagliò moglie, commessi e figli maschi, ma alla fine fu lui che trovò il regalo giusto, qualcosa che mi ricordasse di loro per lungo tempo. Il negozio, oltre a chilometri di tessuti, offriva capi importanti, cappotti, giacche, cappelli da uomo, bastoni da passeggio, ombrelli, beninteso tutta roba per adulti, ai miei tempi i capi per i bambini li confezionavano le mamme spesso riadattando la roba degli adulti. La mia mamma si alzava alle cinque del mattino per tagliare, imbastire e cucire in santa pace i vestiti, i cappotti, i pantaloni e perfino i costumi da bagno per sé e per noi bambine.
Sotto i miei occhi preoccupati, il signor Pietro estrasse, con teatralità, un montgomery dalla gruccia, un montgomery “Straordinario!” color rosso spento all’esterno e scozzese all’interno, “Caldissimo !” assicurò “Originale!” (infatti i modelli normali erano verdi, tipo loden), “Indistruttibile!” e me lo donò a nome suo e di sua figlia Giovanna.
I miei genitori, sopraffatti da tanta munificenza, me lo fecero indossare seduta stante, tessendo elogi e ringraziamenti “Guarda come le sta bene! Il rosso è proprio il suo colore, alle brune dona tanto…” Incuranti del mio disappunto, avevo il mio muso lungo più espressivo, mi avevano tolto il mio bel soprabitino primaverile (fatto dalla mia mamma) e dopo aver dovuto manifestare tutta la mia riconoscenza al signor Pietro mi fecero uscire in strada col montgomery nuovo di trinca. Era una prima taglia da donna.
Non sentirono lacrime o proteste, mi trascinarono in passerella per tutto il centro di Conegliano fino alla stazione, non trascurando di passare dal negozio dei fiori dei miei zii Guido e Teresa, proprio nel piazzale pieno di gente dove sta ancora**, per la sfilata d’onore.
Avevo caldo. Soffocavo. Mi sentivo messa alla berlina. Mi vergognavo. Mi avevano abbottonato tutti gli alamari e mi sembrava di indossare un armadio, le mie dita non spuntavano fuori dalle maniche che restavano dritte e rigide in fuori, le mie ginocchia urtavano un muro di stoffa rigida. Ero la più infelice delle creature, sorpassai senza più guardarla la mendicante lacera, una rom, con un neonato stretto ai seni avvizziti. Mi aveva tanto addolorata all’andata verso il negozio, come le avrei regalato volentieri il mio montgomey nuovo.
In treno ebbi il permesso di toglierlo. Mi proposi di non metterlo mai più, stramaledicevo la madrina Giovanna e il suo prodigo padre. Il cappotto rimase nell’armadio, passata la pubertà, a quattordici anni mi venne in mente di provarlo: mi stava ancora largo. Ne approfittai per rivangare il passato e ricordare quanto avevo sofferto a mia madre, a mio padre non sarebbe servito, non avrebbe capito. “Non sei riconoscente! ” avrebbe sbottato, ” Un così bel capo, io che ho lavorato nel campo me ne intendo, di cappotti e tessuti”. Mia madre invece si meravigliò: ” Ma davvero, come abbiamo potuto mettertelo addosso? Non ti sta ancora bene adesso! Pero, sai, era così bello e noi di soldi ne avevamo pochi…e poi ci pareva di offendere il signor Pietro, se tu non l’avessi indossato!” La vergogna e il risentimento sparirono immediatamente dalla mia testa.
A 16 anni finalmente indossai con disinvoltura l’ex odiato montgomery, di cui ormai conoscevo anche l’origine militare. Ora andava anche di moda, anche se avrei preferito avere, come gli altri, un innocente eskimo verde. Io ero originale. L’unica con un caldo montgomery rosso fuori e vivacemente scozzese dentro. In fondo era anche un modo per ricordare quello che avevo subito quel lontano giorno: tutto passa, a tutto si rimedia, fin che si vive. Lo portai non fino all’esaurimento del tenace tessuto, potrei portarlo ancora, ma fino al cambio di taglia, il che avvenne molti, molti anni dopo.
Ciò che rimase nell’armadio furono le lenzuola. Tagliate, cucite e ricamate dalle mani della mia mamma sono ancora lì, superate dalle più leggere, pratiche e colorate lenzuola moderne, da accoppiare a quelle sotto con gli angoli. La dozzina di paia antiche ingombrano il mio armadio e un ritaglio della mia coscienza in cui si cela il rimorso. Che fa pari e patta col montgomery indossato a dieci anni. Per lavarle ci vorrebbe la capacità di una lavatrice da albergo,poi non saprei dove stenderle, per stirarle olio di gomito. E io, per rispetto all’ambiente, non stiro.
Cara Giovanna, ho divagato, andiamo al dunque: sei stata una madrina incosciente, latitante, irresponsabile. Mi meraviglio di te.
Io ho tre figliocce. Una è mia nipote, la figlia numero due di mia sorella, le altre sono le due figlie di una mia cara amica e collega. Mi ricordo dei loro compleanni, comunioni, cresime. Faccio loro dei regali. Sono e saranno tre impegni per tutti gli eventi passati, presenti e futuri, l’unica cosa per cui non sono larga di manica (praticamente zero) sono le mance, ma per questo ho una bella scusa: in materia di madrinaggio ho avuto un imprinting sbagliato.
Con immutato affetto, la tua figlioccia Paola

  • * “Mica all’ultimo momento, su Amazon” l’ho aggiunto oggi 4/4/2021 rileggendo la lettera che è del 2003

** Il negozio dei miei zii è rimasto a lungo nel piazzale antistante la Stazione Ferroviaria, poi è stato abbattuto con la riqualificazione urbana della piazza.

NOTA: Questa lettera non è mai stata spedita. Ignoro l’indirizzo della mia madrina. Mi piacerebbe ritrovarla, anche se credo dovrebbe avere almeno novantanni.

© Copyright Paola G.

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