Di Gatti e di altri amori, 4

Dopo la cagnolina Liù non ci furono più cani. Mi sarebbe piaciuto averne uno, ma non avrei sopportato di vederlo legato a una catena, come Nerone, cosa che si usava ai miei tempi. Amavo i cani, anche se la mia prima esperienza con un esemplare canino non era stata felice. Ero piccola, giocavo a rincorrerci con mia cugina sui prati di Chiesurazza e improvvisamente un cane mi atterrò saltandomi sulla schiena, i suoi unghioli mi ferirono la pelle, avevo un vestito leggero. Forse per un’altra bambina sarebbe stato un trauma, ma “i grandi” mantennero la calma ed io capii che stava solo giocando, un giovane cane esuberante come noi.  Abbiamo sempre avuto gatti e occasionalmente altre bestiole, moscardini, corvi, qualche uccellino caduto dal nido che tenemmo in gabbia qualche tempo prima di rilasciarlo, amorevolmente sfamato. Ne ricordo però uno che improvvisamente morì, nella sua gabbietta appesa al muro, mi avevano avvisata che i selvatici non resistevano a lungo in prigionia, ma mi è sempre rimasto il dubbio atroce di avergli rifilato una mortifera foglia di insalata al posto del radicchio. Una primavera, dopo un tremendo temporale, mio padre trovò ai piedi di uno dei grossi abeti del parco un nido con quattro gazze. Allevammo anche queste, erano quattro come le protagoniste di “Piccole Donne” e le chiamai con i loro nomi, Meg, Jo, Beth e Amy, anche se non saprei dire se fossero maschi o femmine.  Una nella caduta si era ferita un’ala che non guarì più, la amavo più delle altre, era la mia Beth, come la sorellina del libro ebbe una fine triste.
Le quattro gazze crescevano bene, s’ingozzavano di ritagli di carne e crescevano, io mi ero incaricata di insegnar loro a volare: una alla volta le mettevo su un bastoncino di legno che facevo andare piano su e giù, quando lo abbassavo aprivano le ali, le sbattevano e si rinforzavano ogni giorno.  Impararono a svolazzare sul prato, tranne Beth che non riusciva a stendere l’ala compromessa. Poi mio padre decise che gli sarebbe piaciuto tenerle e spuntò loro le ali, perché non se ne andassero troppo lontano.  Non ero tanto d’accordo, anche se mi piaceva vederle accorrere ai miei richiami, però le tre sane erano gazze furbe, guadagnata la fiducia di mio padre e riconquistate le penne intatte, una a una se ne andarono, alzandosi in volo verso gli abeti. Una tentai di riprenderla, era incerta se andarsene o restare, si era posata su un cespuglio a ridosso della baracca degli attrezzi, salii sul tetto di lamiera per afferrarla, un appiglio mi tradì e cascai di schiena sul prato.  Ragazzi che botta! Rimasi distesa per un bel pezzo, guardando da sotto in su la gazza che prendeva coraggio e dispiegava le ali verso la libertà.
Beth restò, non era in grado di volare e di procurarsi il cibo da sola. Passò felicemente tutta l’estate, l’inverno e la primavera successivi, l’estate seguente andai per una settimana in montagna con una mia amica, ospite di una famiglia zoldana. Al ritorno non trovai la mia gazza, avevo ormai sedici anni e i miei non mi nascosero la cattiva notizia, durante la mia assenza c’era stato un terribile temporale, la gazza doveva essersi spaventata, era caduta in un bidone pieno d’acqua e annegata. No, non ero abbastanza grande da sopportare una cosa simile, me la presi con mio padre per aver lasciato un maledetto bidone senza coperchio, la colpa era sua.
Gli ricordai anche la vecchia storia della tana di riccio che mio padre aveva trovato per caso nel nostro boschetto, per curiosità aveva sollevato il fogliame che ricopriva il nido per guardare il riccio in letargo, durante la notte arrivò il temporale e la mattina dopo il riccio era morto annegato.
E lo scoiattolo? La povera bestia aveva accumulato noci e nocciole nella sua tana, un buco in un albero della grossa siepe che ci separava dalla stradina di Via Lazzarini. Mio padre, ritornato un monello di campagna, di nascosto gli rubò la riserva di cibo e stette a guardare il ritorno del padrone di casa. Lo scoiattolo entrò nel nido, lo trovò vuoto, diede un grido e cascò morto per terra.  
Vere o false che fossero le storie di cui avevo solo il suo racconto pentito, portai  rancore al mio papà.
Riversavo il mio amore sui gatti, indipendenti e affettuosi, capaci di girare la coda e sparire per ore come di accoccolarsi in grembo e restarci per un tempo infinito, o almeno fino a quando, per necessità fisiologiche, mi dovevo alzare dalla scrivania su cui facevo interminabili ore di studio. E loro mi seguivano e mi saltavano in grembo anche sulla seggetta.
Una volta un giovane cane da pastore tedesco entrò nel nostro parco, ero in prima superiore e il pomeriggio mi concedevo mezz’ora d’aria prima dei compiti, i lunghi gli svaghi pomeridiani della mia infanzia erano solo un ricordo. Giocai col cane un bel pezzo, m’illusi perfino di poterlo tenere…alla fine lui ritenne una sua pari e cominciò a mordermi mani e braccia, la cosa prendeva una brutta piega e dovetti minacciarlo con un bastone per allontanarlo. Se né andò galoppando com’era venuto, felice e spensierato, io buttai alcool sulle ferite e tornai a studiare.
Il corvo. L’animale più intelligente (a parte i miei gatti), astuto e simpatico che bazzicò casa nostra. Aveva un nome, ma l’ho dimenticato.  L’avevano trovato (o catturato, conoscendo i due bischeri) mio padre e una delle sue sorelle. Erano andati a fare un giro in montagna e mia zia si era innamorata di quel corvo, immagino che gli avessero offerto del cibo e che la povera bestiola si sia avvicinata senza sospetto.
Lo portarono a casa nostra, il corvo era nominalmente di proprietà di mia zia, che abitava in un’altra città veneta, ma lo lasciò a mio padre perché lo addomesticasse.
Mio padre gli spuntò le ali perché non scappasse e lui gironzolava per il nostro prato alzandosi per brevi volteggi. Era una creatura simpatica e furba, mia madre lo rimpinzava di tocchetti di carne e lui, dopo averne mangiato a sazietà, andava a nascondere il sovrappiù in posti che sapeva lui. I miei gatti impazzivano quando il corvo, con noncuranza, cavava da un pertugio o da una fessura un pezzetto di ciccia e la ingollava col becco alto. Non riuscivano a capire, i felini, da dove quell’essere a due zampe cavasse tanto bendiddio, cominciavano ad annusare in giro e cercare ovunque anche loro, senza risultato. Guai se cercavano di carpirgli il boccone, a differenza del corvo della favola di Perrault, che per vanità aprì il becco e perse il cibo, lui era pronto a rifilare una beccatina alla zampa o alla coda dell’incauto micio.
Dietro alla casa, sul prato, mio padre aveva teso un filo per appendere il bucato ad asciugare, a volte noi due sorelle aiutavamo la mamma a stendere la biancheria, ma spesso era sola perché lo faceva al mattino, quando noi eravamo a scuola. Prendeva una grande bacinella, usciva col bucato e appendeva uno a uno i capi e le lenzuola, seguita dal corvo, che la osservava curioso.
“ Ho appeso una camicia, mi sono chinata per prendere i fazzoletti, e nella bacinella non c’erano più! “
 Rideva nel raccontare, la mia mamma: “ E sapete dov’erano finiti? Sopra l’erba, col corvo che li trascinava  e se li stendeva per benino!”.
Mia madre aveva trovato un aiutante…
Lo amavo, quel corvo, ormai era diventato “nostro”, ma alla fine dell’estate mia zia ricordò a mio padre la promessa fattale e reclamò il “suo” corvo addomesticato. Era spesso sola e la bestiola le avrebbe fatto compagnia.

Le nostre proteste furono inutili, il corvo fu portato da mia zia. Chiedevo spesso di lui, mi mancava. Un brutto giorno fummo informati che era morto. Era stato rinchiuso in una gabbia nel terrazzino di un appartamento di città, certo, non gli erano mancati cibo e coccole, ma non gli erano bastati.  Con noi ragazze giocava e aveva perfino apprezzato la compagnia felina, era abituato alla libertà dei prati dove svolazzava, del cortile dove nascondeva i bocconcini da tirar fuori sotto il naso dei gatti.  Il mio cuore si strinse in una morsa, per quanto tempo aveva sperato che andassimo a liberarlo? Quanto aveva sofferto, credendosi abbandonato, vedendosi prigioniero in uno spazio ridotto? Aveva rifiutato il cibo, perché mia zia non ci aveva chiamati prima? Morto di tristezza, fame, crepacuore, per l’egoismo di una persona adulta.

Finite le superiori, a 19 anni cominciai a lavorare, non i lavoretti temporanei o estivi, ma un impiego vero e proprio. Iniziai per dieci mesi da un privato e poi fui assunta dalla Cassa di Risparmio prima a d Agordo e poi a Longarone. Partivo alla mattina e tornavo alla sera, avevo sempre troppo poco tempo per i miei amati gatti.
Spariti Sophie e il fratello, si succedettero in breve tempo altri due gattini, rossi, una femmina arrivata da non si sa dove e un maschietto che scovai sperduto nel nostro parco.  Vissero poco, la prima sparì com’era apparsa e il secondo mi procurò un altro tremendo dolore.
Era una mattina d’inverno ed ero arrivata puntuale in stazione per prendere il treno, in quei mesi di neve preferivo il mezzo pubblico all’auto. Alle 6.45 prendevo il famoso Roma-Calalzo che portava i vacanzieri  fino al capolinea, dove subentrava il servizio di corriere per Cortina. Arrivavo a Longarone con un largo anticipo e mi fermavo in stazione per una buona mezz’ora. Avevo modo di osservare l’andirivieni  mattutino nel bar, io sorseggiando un caffè, gli altri avventori  ingurgitando un superalcolico, il primo di una lunga serie. Non si trattava di turisti, naturalmente, ma di fauna locale.
Quella mattina c’erano i miei soliti tre compagni di viaggio, una ragazza che lavorava all’allora Banca Cattolica del Veneto di Longarone e due ragazzi impiegati comunali. Aspettammo invano il treno, per qualche ragione il convoglio aveva un ritardo esagerato, così proposi agli altri di andare a casa mia a prendere la mia auto, una gloriosa 127 Fiat color blu di seconda mano.
Trottammo tutti e quattro di gran carriera per via Feltre, è incredibile pensare a quanto ci tenevamo ad arrivare precisi al lavoro e arrivammo al cancello della Ragioneria. E a lato della strada, steso come se dormisse, stava un gattino dal pelo rosso, il MIO gattino!
Corsi a prendermelo, era inerte, tutto intero e ancora tiepido, morto. Ero disperata, non potevo fare a meno di pensare che avesse attraversato la strada quella mattina per seguirmi. Gli altri provarono a dirmi che FORSE non era nemmeno il mio gatto, ma uno che gli somigliava. Come se non avessi riconosciuto un MIO gatto fra un milione di altri. “Non è  meglio se lo rimetti giù sull’asfalto? Si fa tardi…”  Capii che mi mettevano fretta e che pensavano “ Questa mica ci pianterà  in asso per piangere un gatto! “ Dovetti ricacciare le lacrime, correre a casa , lasciare il fardello a mia madre, prendere l’auto e recarmi al lavoro con l’impressione di andare ad un funerale.

Tutto ha un inizio e una fine e tutto è mutevole nella nostra vita. Gli anni passati nella Casa del Custode in via Feltre 109 sembrava non dovessero mai finire, ma ebbero un termine con il pensionamento di mio padre.

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