Scrittura Creativa- Esercizi

Tanti anni fa (16 ad oggi, 2021) ho seguito un corso di scrittura creativa con la Professoressa Annalisa Bruni.

Questo uno dei compiti: “Inventate almeno 5 storie su un sindaco della vostra città, Belluno, che entra in un bar e…

IDEE DA SVILUPPARE: il Sindaco INCIAMPA, CADE, SI UBRIACA, BALLA, CANTA, RICORDA, INCONTRA, GIOCA A SCACCHI, LITIGA, VIENE AGGREDITO,SCAPPA, FUGGE, SI NASCONDE, SORPRENDE LA MOGLIE, E’ SORPRESO DALLA MOGLIE.

Idee mie da sviluppare:
1) Il Sindaco entrò nel bar. Si guardò rapidamente intorno e chiese sottovoce alla giovane barista se ci fosse un’uscita posteriore. “No, mi spiace, l’unica altra porta è quella della toilette, ma..” Il Sindaco si precipitò verso la porta, dileguandosi. Una donna elegante ( o un vigile urbano, un brutto ceffo…) aprì in quel momento la porta d’entrata..

2) Il Sindaco entrò nel bar. Riconobbe la moglie, ufficialmente dalla parrucchiera come ogni sabato, a colloquio con l’amico di lunga data (o l’oppositore politico) Moreo Orsetti, ufficialmente ad un convegno…


3) Il Sindaco entrò nel bar. Fu accolto da uno scroscio di applausi (da un coro di insulti…)

4) Il Sindaco entrò nel bar. “Buongiorno, un caffè macchiato, grazie!” Era un bel sabato di febbraio, freddo ma soleggiato, il primo cittadino Erasmo Coldèr era contento e in pace con l’umanità..

5) Il Sindaco entrò nel bar “Ehi Erasmo!” si sentì apostrofare. Riconobbe, un po’ invecchiati ma non domi, due vecchi amici d’infanzia che non vedeva dalle elementari. Di ricordo in ricordo, di ombretta in ombretta, tirarono su una ciucca da manuale.

6) Il Sindaco entrò nel bar. Scivolò su una fetta di salame nostrano, volò planando su un tavolino rovesciando tazze e tramezzini…

Ho pensato a un Sindaco di sinistra e un oppositore di destra, il periodo allora era così. Tutti i personaggi sono inventati di sana pianta, ogni riferimento a nomi, cose, fatti, persone passati presenti futuri sono puramente casuali.
Per il nome sono stata a lungo incerta, chiamarlo solo “il sindaco” mi pareva riduttivo, gli ho dato nome e cognome. Ho immaginato l’oppositore politico come una specie di Stanislao Moulinsky, in omaggio al grande Bonvi.

SVOLGIMENTO n. 1

Il Sindaco entrò nel bar. Aveva intenzione di ordinare il solito caffè macchiato , ma l’occhio gli cadde su una graziosa nuvoletta di cartoncino rosa su cui era scritto “caffè marocchino euro 1,20”.
“Curioso – pensò – chissà cos’ha di diverso…”
“Un caffè…- disse di rimando al sorriso interrogativo della giovane barista- ” và, Brunetta, stavolta prendo un caffè marocchino, grazie!”
“E ti pareva!” commentò una voce dal tono ironico da dietro un Gazzettino.
“Prego? dice a me?”
“E ti pareva, con la mania di voi di sinistra di regalare le case agli immigrati, gli assegni agli spostati, ti pareva se non si pigliava il caffè marocchino!”
Il primo cittadino Erasmo Coldèr sentì montargli una rabbia tremenda: una provocazione gratuita per un desiderio tanto innocente, ma dandosi un rapido sguardo intorno, si contenne e replicò a voce alta, attirando gli sguardi degli altri avventori:
“Scusi, lei ce l’ha con tutta la sinistra in generale, con me in particolare , con gli stranieri in genere o solo con i marocchini?”
Silenzio di tomba nel bar.
L’uomo che aveva parlato scostò il giornale, rivelando il ceffo di Nereo Orsetti, suo acerrimo nemico nonché fiero oppositore politico. Puntando il dito contro il sindaco, si rivolse agli astanti: due giovanotti di colore, quattro badanti ucraine o moldave, una coppia slava e l’anziana signorina Corinna, bellunese, col mignolo alzato sul manico della tazza di the.
Nereo Orsetti si fermò con l’indice a mezz’aria e farfugliando: “La me Belùn…no l’è pì la me Belùn!” abbandonò il campo.
Il sindaco si sedette con studiata noncuranza nel posto lasciato libero, prese il Gazzettino dimenticato e sorseggiò beatamente il suo caffè.
La tensione era sparita e qualcuno anzi ridacchiava, ammiccando.
Gregoire Dieudonnè, ivoriano, laureato in lingue e in cerca di occupazione, insistette per pagargli la consumazione prima di allontanarsi col suo amico Mohamed, marocchino, laureato in legge e del pari disoccupato.

N. 2

Il Sindaco entrò nel bar. Erano le ore 21 di sabato 12 febbraio, a Belluno.
“Un caffè, grazie, maroc..macchiato!”
“Erasmo, vecchio volpone!” si sentì apostrofare ” Non mi dire che adesso vai a caffè!”
Il primo cittadino Erasmo Coldèr si voltò sorpreso verso chi aveva parlato e riconobbe nel signore magro, con spessi occhiali, Giuseppe “Bepi” Ciarentìn, suo inseparabile amico d’infanzia e compagno alle elementari e di fianco a lui, quasi immutato, solo un po’ più grigio, Giovanni “Nanni” Laresei, altro vecchio amico con cui aveva condiviso una breve carriera da chierichetto e perfino una cotta per Camilla, una biondina di sette anni, loro coetanea.
Non si incontravano da almeno tre decenni, e sì che Belluno è piccola.
“Quanti anni sono passati? Dove vi siete cacciati?”
“Ti ricordi la maestra Bruni? Che tirate di orecchie ti dava!? E la Donata e quel matusèl di Roberto, e la Valentina?…Pensa che la maestra Bruni ha 85 anni e cura ancora un corso di scrittura creativa a Venezia, lo sapevi?”
“Orpo, ha sempre avuto fisico! E…la Camilla?”
“La Camilla ha sposato il qui presente Nanni!”
Giovanni Laresei, alto e dinoccolato, abbassò gli occhi, imbarazzato ” Cosa vuoi, siamo cresciuti insieme, con la Camilla..”
“Cambiamo discorso..cosa diavolo fate? siete in pensione?”
“Ma che pensione, ci prendi per due vecchiotti? Tu, piuttosto, sappiamo cosa fai, il contaballe politico..”
Al posto del caffè ordinarono tre ombre e poi altre tre. Per festeggiare degnamente l’incontro cambiarono bar altre cinque volte con altrettanti giri d’ombra, cinque per ciascuno. Poi passarono agli alcolici seri.

Finirono cantando alla luna ( e a Camilla) “Vecchio scarpone” “Quel mazzolin di fiori” “Rosetta dammela” e l’intera serie di canti alpini e goliardici del patrimonio comune, esibendosi per le vie e poi nella centrale Piazza dei Martiri, antica piazza Campedèl, dove verso le tre di notte vennero fermati da una volante.
Dato che il sindaco non era più in sé e insisteva col Nanni a proposito di una certa Camilla, solo le solide conoscenze di Bepi, famoso e incorruttibile capo dei Vigili Urbani, noto per reggere la grappa a 90 gradi, li salvarono da una denuncia per schiamazzi notturni e turba della quiete pubblica, avanzata da un certo Nereo Orsetti, che sosteneva l’assurda idea che il trio avesse a lungo sostato sotto le sue finestre, cantando a cappella aiutati da un vecchio campanaccio e un’armonica a bocca. I residenti nottambuli del Campedel, di Via Mezzaterra, Via Rialto e limitrofe testimoniarono invece che i tre cantavano bene, erano perfettamente intonati e che era ora di sollevare Belluno dal mortorio in cui era caduto da anni.

n. 3
Il Sindaco entrò nel bar.
La giornata era stata particolarmente dura, dopo lo scontro in Consiglio col suo acerrimo nemico Nereo Oresetti, suo fiero e infido oppositore politico, un caffè era l’unica cosa cui agognasse.
Si diresse verso il suo solito tavolino, a sinistra dell’ingresso, quando il piede destro scivolò su qualcosa di viscido. Il primo cittadino Erasmo Coldèr incespicò, volò in aria e finì la corsa spettacolare planando due tavolini avanti, di fronte a una sbigottita anziana signora col ditino alzato sul manico della tazza del thè.
Miracolosamente illeso, tranne un bernoccolo sulla fronte, due indecenti macchie di tramezzino sui calzoni e il morale a terra. Salvi i presenti.
Dal suo tavolino d’angolo, Nereo Orsetti sogghignò, appagato.
Le due fettine di salame, strategicamente sistemate davanti al tavolino preferito, quasi riservato al sindaco, le aveva posizionate lui, fingendo di raccogliere il fazzolettino Clinex che aveva fatto scivolare dalla tasca. Aveva intravisto, attraverso la vetrata, la sagoma del suo nemico che attraversava la piazzetta, chiaramente intenzionato a cacciare dentro al bar la sua sinistra, non solo politicamente parlando, antipatica persona. Erano mesi che sognava quella trappola.

Questo prima che il sogghigno si trasformasse in tosse, la tosse in singulti e strabuzzamenti, essendogli andata di traverso la fettina di arancia del suo caldo, profumato Rhum dei Caraibi.
Solo le tempestive, portentose, ripetute manate sulla schiena da parte del Sindaco, che successivamente si produsse (nonostante non ce ne fosse più bisogno dato che il corpo estraneo era stato già proiettato sulla parete di fronte) nella manovra di disostruzione di Heimlich, lo salvarono dal sicuro soffocamento.

Il resto a domani, ce ne sono altre…io finisco sempre i compiti.

n. 4
Il Sindaco entrò nel bar e dopo aver sussurrato alla barista: ” Mi raccomando, non ci sono per nessuno!”si precipitò verso la porta del w.c., dileguandosi.
“Che fretta, che abbia la diarrea o che lo insegua un creditore?” pensò sogghignando Nereo Orsetti , suo acerrimo nemico nonché fiero oppositore politico. Si augurò che quella “ritirata” fosse un buon auspicio, si era in vista delle prossime elezioni.
Il Vigile Urbano Mario Piolin entrò dalla porta in quell’istante.
“Brunetta, dì, non è mica entrato qua il sindaco, un minuto fa?”
“Mmmm…” fece la giovane barista perplessa, incrociando gli sguardi degli altri quattro avventori, compreso, quello, beffardo, di Nereo Orsetti. Che dilemma, fare o non fare la spia? Come sempre, quando era combattuta, parlava metà in italiano e metà in dialetto: “Per entrare l’è entrà…ma no l’ho pì vist, sarà uscito…è mica uscito?”
“Volevo solo avvisarlo di spostare l’auto, insomma, non sono sicuro, ma mi pare di averlo visto parcheggiare una Fiat Bravo bianca in zona vietata, in curva e sulle strisce pedonali, sarà anche il sindaco, ma meglio che la sposti, prima che gli elevi un multone…”
“Sarà anche il sindaco e noi solo comuni cittadini”- esplose Nereo Orsetti al colmo dell’indignazione- “Ma non può permettersi, col tipico atteggiamento provocatorio e arrogante della sinistra, di parcheggiare la sua…strano, anche lui come me ha una Fiat Bravo, la sua auto dove più gli piace, alla faccia del suo proletariato! Giusto?”.
“Giusto!”- gli fece eco una signora anziana, seduta all’angolo con il suo the al gelsomino- “Sarà anche il sindaco, ma questa da lui non me l’aspettavo, vero cara?” L’amica annuì, intervenendo: ” Certo, Corinna, un po’ di decenza, un poco di ordine alla fine!”
“Ordine!- tuonò Nereo Orsetti che, sentendosi spalleggiato, continuò d’un fiato, al colmo dell’eccitazione: ” Sindaco o non sindaco, se adesso lei non gli appioppa una multa, anzi un multone coi fiocchi, io la denuncio per omissione dei suoi doveri! E altro che multa, io gli caccerei due ganasce alle ruote, il carro attrezzi chiamerei, io!”
“Calma, calma, bon, visto che non l’ho trovato, gliela devo fare sta’ multa, e poi chiamerò anche il carro attrezzi.”

“Du du de dum” fece il Sindaco riemergendo dopo un bel pezzo dalla porta del w.c. “Cos’è tutto sto’ baccano?”
“Lo vedrà, lo vedrà lei stesso! Anzi LA vedrà con i suoi occhi, come la stiamo vedendo noi, la vedrà la sua bella macchinina multata e trascinata, la vedrà!”
“Macchinina? Non è mica mia quella Fiat Bravo bianca che avevo notato poc’anzi parcheggiata in zona vietata, in curva, sulle strisce pedonali… Io la mia Renault l’ho posteggiata buona buonina nel posto riservatomi come primo cittadino…”
Nereo Orsetti sbiancò, tastando freneticamente le tasche del cappotto, della giacca, dei pantaloni: “Ma… ma…dove diavolo ho messo le chiavi? devo averle qui in tasca…comunque io la mia macchina l’ho nel parcheggio, col disco orario…”
“Nel parcheggio?” si stupì il Sindaco ” Mi sa che ultimamente lei sia un bel po’ distratto! Altro che parcheggio, in zona vietata è, la sua macchinina, questo da lei non me lo sarei mai aspettato, da un garante dell’ordine par suo!”
Improvvisamente si chinò a terra e : “Toh, guarda guarda, mica sarà sua questa chiave, collega? E’ finita sotto al tavolino, come un’innocente fetta di salame…a me pare la chiave di una Fiat Bravo, è per caso la sua? Non mi ringrazi, vedo che è rimasto senza parole, dovere, siamo umili servitori del cittadino…Lei è fortunato, poteva averla dimenticata in bella vista sul cruscotto, alla mercé del primo che passava, eh, distrattone?”.

n.5

Il Sindaco entrò nel bar e si precipitò verso la porta del w.c. borbottando qualcosa circa “sganciare” “piattola” e “grosso stronzo”.
“Mentecatto” sibilò fra i denti Nereo Orsetti, suo acerrimo nemico e fiero oppositore politico, appuntandosi mentalmente lo squallido e volgare frasario, peraltro tipico della gentaglia di sinistra, nel caso gli tornasse utile rinfacciarlo in un pubblico dibattito, in sede appropriata.
Una mano, seguita dalla manica di un lungo impermeabile grigioverde aprì la porta del bar portando all’interno una folata di vento gelido e la presenza poco rassicurante di un figuro la cui faccia, anche se seminascosta da un cappello nero, doveva essere poco rassicurante.
Alto e magro, una folta barba pepe e sale, occhi intensi, scuri, indagatori e allo stesso tempo, un poco smarriti, una figura monacale. Aveva il fiatone.
“Senta, signorina, non è entrato qui il sindaco, un momento fa?”
La giovane barista , apostrofata da quella voce gutturale, che pareva venir su dalla barba, sussultò.
“Mi …no so…sì l’era qua, al Sindaco, ma dess no, no l’è pì qua…santa Maria!”
“Ma non le ho chiesto di Maria, il sindaco, è qui o no?”
“No, non è qui, e noi non sappiamo niente!”- squittì una signora anziana che si affrettò ad alzarsi spintonando il suo attempato consorte – “mòvete, Toni, che ne scampa l’autobus, Brunetta, pagon doman, n’demo, n’demo Toni…”
“Non è qui, non è là, dove è andato…” Per quanto impressionato dall’apparizione dello strano personaggio, Nereo Orsetti subodorò l’occasione per pareggiare un certo conticino, un sospeso costatogli 600 euro di multa per un parcheggio in zona vietata, in curva e sulle strisce pedonali, uno scherzetto giocatogli da quel disgraziato, illiberale, forcaiolo sindaco di sinistra. Chissà, l’uomo poteva essere un creditore, un rivale, un marito tradito intenzionato a dare una lezione a quel manigoldo del sindaco. Cercò di attirare l’attenzione dell’individuo ammiccando e accennando alla toilette, ma l’uomo non fece motto di aver capito, era alquanto contrariato e sbuffò.
“Sono sicuro che è entrato qui, stavolta non mi sfuggirà”. Pausa.
“Un caffè, signorina”- disse cavando di tasca un euro, “e…per piacere, c’è mica una toilette?”
Brunetta un poco si sentì rassicurata, l’uomo in fondo parlava in modo educato, ma cercò di tenersi sul vago e come sempre quando si sentiva costretta a mentire, mescolò il dialetto all’italiano.
“Sì… ci sarebbe…” fece esitando e cercando aiuto con gli occhi tutt’intorno, ma incontrò solo lo sguardo, beffardo, di Nereo Orsetti, gli altri avventori lo tenevano basso, molto interessati chi al giornale, chi alle proprie unghie, chi ai fondi di caffè- ” Sì, no, voglio dire- proseguì più spedita- ci sarebbe libera la toilette delle signore…”
” Ma le sembro il tipo, io, che frequenta la toilette delle signore?”
“Santa Maria, no, volevo dire, forse la toilette degli uomini potrebbe avere un piccolo guasto, ecco, ma c’è sempre quella delle signore…”
L’uomo dal lungo impermeabile scuro la guardò in modo strano e si diresse in bagno.
Nel bar calò un silenzio di tomba, la barista pensò di correre al telefono e chiamare aiuto, ma l’apparecchio era nell’antibagno e lei, in quella porta, non ci voleva entrare. “Potrei uscire…ma cosa dico? mi metto a gridare in mezzo alla piazza che c’è un tipo che minaccia il sindaco, Ma non l’ha mica minacciato, poi!”
Due minuti dopo, l’uomo usci dalla porta del w.c.
“Tante storie e funziona tutto benissimo!” -gracchiò – ” Il mio caffè?”
Nereo Orsetti, suo malgrado, dovette ammettere che non faceva il primo cittadino Erasmo Coldèr così furbo da nascondersi nella toilette delle signore. Comunque aveva pienamente dimostrato la tipica vigliaccheria della sinistra.
“Scusi, signore…-non poteva trattenersi oltre – “Cosa desidera dell’esimio Signor Sindaco?”
“Udienza! Chiedo udienza al sindaco, bel sindaco abbiamo a Belluno, aspetto che mi riceva da mesi. Si nega. Non si fa trovare. Lo cerco e lui mi evita. Telefono e la sua segretaria nicchia. Sono sei mesi che lo inseguo con alcuni importanti progetti e lui niente, mi ignora, progetti di estrema valenza…civile!”.
“Il vigliacco comportamento tipico di un sindaco di sinistra!” tuonò Nereo Orsetti, drizzandosi di scatto in tutto il suo metro e sessantatrè. Rinfrancato, era pronto a spalleggiare un onesto, inascoltato cittadino, mica un creditore o un malintenzionato, l’abito non fa il monaco, per quanto l’uomo un poco lo sembrasse, un eccentrico frate.
Ispirato, prese l’uomo sottobraccio: “Lei subisce sulla sua pelle l’illiberale, arrogante comportamento di un sindaco che si nasconde, SI NASCONDE! E SO QUEL CHE DICO! – proseguì alzando il tono, in modo che trapassasse le pareti che li separavano dalla toilette- ” SI NASCONDE, davanti alle sue precise responsabilità! Parole, parole e niente fatti: la base, i cittadini, la classe operaia, gli inviolabili diritti e bla bla bla, alla fine dei conti eccola l’attenzione riservata ai cittadini, la negazione, LA FUGA! ma lei venga da me, a noi dell’opposizione, A NOI! Io l’ascolterò, io porterò in consiglio i suoi progetti, le sue legittime richieste. Dica, dica, il problema della viabilità vero? No? Gli orari degli uffici? Le esose imposte comunali? Aspetti, forse i disagi della vita in montagna? Ah vive qui in centro, allora l’espandersi dei centri commerciali, è un piccolo dettagliante lei? Coraggio, dica, dica, non abbia timore!”
“Non ho nessuna remora, io! Adesso che ho trovato la persona giusta, ecco: PRIMO, progetto per un rifugio stabile e sicuro, in ogni frazione, quartiere, se necessario ogni stabile di questa città per le decine di gatti abbandonati, eccole tutti i dati di questa piaga sociale, costi delle cuccette, riscaldamento, cibo, medicinali, mappa completa di tutte le zone ad alta intensità felina; SECONDO, progetto per riservare l’intera zona destra e sinistra della Valbelluna alla fauna selvatica, con lo smantellamento delle cave di ghiaia, campi di calcio, fabbriche e capannoni e naturalmente degli insediamenti umani che, come sa, hanno snaturato questa bellissima piana dove scorre il nostro fiume, perché come saprà meglio di me, il giorno non lontano in cui atterreranno qui gli extraterrestri, dovremmo ben dare conto di come abbiamo conciato questo angolo di paradiso! TERZO…”

“Da, da de dum!!” fece il sindaco riemergendo dalla porta del w.c. in tempo per scorgere, attraverso l’ampia vetrata che dava in Piazza Duomo, il suo acerrimo nemico Nereo Orsetti che si allontanava, tallonato dal patetico figuro con l’impermeabile scuro, gesticolando e sacramentando alla guisa di un grosso corvo nero che cerchi di scostare un’ insistente cornacchia bigia e macilenta.
“Che bella giornata!” – esclamò prima di sorseggiare, seduto al solito tavolino, il suo buon caffè – “Freddina ma solare, nevvero, Brunetta?”
Era felice. L’operazione “sgancia la piattola al grosso stronzo”, nata con esito incerto, era perfettamente riuscita.

Nota: a proposito del telefono nell’antibagno, al tempo in cui ho scritto questo esercizio non c’erano ancora i cellulari, almeno non così diffusi. Preistoria.

n. 6
Il Sindaco entrò nel bar. Salutò cordialmente la giovane barista, due o tre vecchi amici (e sperava suoi elettori), Gregoire e Mohamed, nuove conoscenze che avendo trovato lavoro, facevano la pausa caffè come ogni bellunese che si rispetti.
Si diresse al suo tavolino preferito guardando attentamente dove metteva i piedi. Con la coda dell’occhio notò due persone in piedi, un uomo bassotto e una slanciata signora elegante, confabulare nell’angolo opposto, dietro una grande pianta di ficus che pareva messa di proposito per separarli discretamente dagli altri avventori. La vista gli si offuscò.
“Tu…Tu…Luisella, proprio te dovevo trovare a colloquio, intenso mi pare, col mio acerrimo nemico nonché oppositore politico !? “
“Guarda Erasmo, stai esagerando credimi, non è quello che pensi o come tu ti immagini…”
“E com’è che, se non è quello che penso e che io creda sia, tu sapresti cosa io mi immagino fosse se non è quello che dovrei credere?”
“Perché non è quello che credi e ti immagini sia e che non dovresti nemmeno immaginare, se solo tu mi credessi!”
!Ah” sarei un visionario! Perché se io ti credessi e non fosse quello che immagino sia, forse non sarebbe ciò che io ho immaginato?”
“Breeeeak!” – Nereo Orsetti si eresse in tutto il suo metro e sessantatré, visibilmente scosso e indignato – “Diavolo, se solo avessi immaginato chi fosse la signora che ora credo sia sua moglie, non le avrei mai chiesto l’ora, me la sarei immaginata, per Dio!”

FINE, ma solo per ora.

n. 7
Il Sindaco entrò nel bar.
Si guardò ansioso alla spalle e poi sussurrò alla giovane barista: “Brunetta, senti, 20 anni che frequento questo bar e…non avete ancora un’uscita posteriore, eh?”
“Allora lo sa meglio di me che lavoro qua solo da due anni, eh! L’unica altra porta è sempre quella del cesso, pardon, della toilette, con la finestrina sul retro!”
” Masa pìciola! Brunetta, se qualcuno chiede, io sono qui da mezzora.” E si precipitò verso la porta del w.c. dileguandosi.
Un attimo dopo, una donna elegante, un po’ affannata, si affacciò alla porta del bar, esitando.
“Brunetta, dì, non è mica entrato qui mio marito?”
“Mi…no so…per esserci c’era, prima…”
“Prima? Quanto prima? Insomma, c’è o non c’è?”
“C’è, da una mezzora…almanco…l’é an momentin a la toilette…”
“Oh bene, se era qui da una mezzora allora posso stare tranquilla, sai è successa una cosa spiacevole e lui…sai come sono gli avversari politici, ogni occasione sarebbe buona per dargli addosso, sospettare qualcosa, sai com’è”.
“No che non so, com’è che non capisco niente?”
“Mi spiego, cara, proprio cinque minuti fa, in Piazza Duomo, deserta sai, solo quattro gatti in giro, con questo brutto tempo e con tutta la neve che continua a cadere…insomma il povero Nereo Orsetti, lo conosci, stava attraversando e com’è, come non è, una palla di neve l’ha colpito in pieno, alla testa, capisci…ha perso l’equilibrio ed è caduto malamente, poveretto, e non ti è andato a sbattere sulla fontana? Con la testa. Frattura, ha detto il farmacista, fortuna che almeno lui passava di lì, frattura a tibia e perone, meno male che la testa l’ha salvata, poveretto! Io ero alla finestra dell’Auditorium, al corso di scrittura creativa con la Professoressa Bruni, tema “Cosa vedo dalla finestra” e l’ho visto cadere!”
“Ma davvero!?”
“Sì, proprio vero, e io temevo, credevo, di aver visto di sfuggita un uomo che sembrava mio marito allontanarsi in fretta…e mi sono precipitata fuori…ma se lui è qui da mezz’ora…”
“Tesoro, sei qui? Lo prendi un caffè? Ma cos’hai, sembri agitata…” Fece il sindaco riemergendo allegro dalla toilette.
“Erasmo, sapessi cos’è successo, ora ti racconto, che fortuna che sei qui da mezzora e con almeno una testimone! Ma santo cielo, che mani fredde hai, Erasmo, hai le mani freddissime, proprio ge-li-de. E questa neve sui risvolti del cappotto? Erasmo!!!”.

Fine. Per dovere di cronaca aggiungo che nella palla di neve era nascosto un sasso, ma piccolo. Si usava affrontarsi così tra bande di bambini, nel lontani tempo dell’infanzia in cui Erasmo e Nereo, appartenenti a due diversi quartieri, si sfidavano nelle battaglie a palle di neve. La mente che guidava la mano, in quel giorno in cui a Belluno era caduta una montagna di neve e il povero Nereo era stato centrato da una palla, aveva subito un’improvvisa regressione all’infanzia.

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Altro compito, fare un esercizio di scrittura elencando minuziosamente tutto ciò che si può vedere stando fermi su una panchina di Piazza dei Martiri a Belluno. Mercoledì 9 Febbraio 2005 salto il pranzo e dalle 13.30 alle 14.30, prima di tornare al lavoro, eseguo “l’esercizio secondo Perèc” seduta sulla panchina di legno, lato giardini, di fronte all’Unicredit Banca Spa dove consumavo la mia vita in attesa della pensione.

Svolgimento:
Una donna giovane procede alla mia sinistra, indossa un cappotto chiaro ed è seguita da un bambino con un giubbotto scuro, il ragazzetto arranca con uno zaino sulle spalle, poi la raggiunge e la guarda, lei ricambia lo sguardo.
Un ragazzo sui 25 anni, davanti alla chiesa di San Rocco, guarda più volte l’orologio al polso e poi si avvia verso via Matteotti. Si ferma, si guarda due volte intorno e riprende a camminare.
Piccioni zampettano, tubano, svolazzano, becchettano.
Passa un autobus linea J proveniente da piazza Duomo verso via Matteotti.
Un uomo, non vecchio, completamente pelato, viene da p.le Vittorio Emanuele.  Indossa un giaccone di montone chiaro, parla continuamente a voce alta. Non ha un cellulare. Porta sulle spalle, come un sacco, una grossa sporta di plastica “Natura viva”. Percorre la piazza, si ferma all’altezza del Caffè Deon e, scivolando con la schiena lungo una colonna, si accoccola per terra, rivolto verso la piazza continuando a gesticolare e a parlare.
“Ah? Cosa ne pensi? “- una ragazza parla da sola. No, ha l’auricolare. Una ragazza cammina parlando a un interlocutore invisibile  – “Sì… è fatta così…lo so bene…sì dimmi…” la voce si perde, lei si è allontanata verso l’ ex-Astor.
Un uomo in jeans e giubbotto nero attraversa lateralmente la piazza. Un ragazzo e una ragazza camminano appaiati sul liston lato giardini. Mi passano davanti: hanno un abbigliamento simile, giacconi neri e jeans, una borsa rossa a tracolla lei, una borsa a tracolla color militare lui. Passa l’autobus linea R da via Matteotti a P.zza V.Emanuele. Si ferma davanti al Teatro Comunale. Movimento di persone in discesa e in salita. Sono indistinte. L’autobus riparte.
Un signore con un cappotto scuro e un cagnolino beige al guinzaglio. Il cagnetto ha un cappottino scozzese, cane e padrone attraversano la piazza e spariscono sotto i portici, verso la Galleria di Via Caffi. I due ragazzi con le borse a tracolla si sono seduti sulla panchina davanti al posteggio delle moto. Parlano.
Transita autobus line V da p.zza V: Emanuele a via Matteotti.
Un crocchio di donne, 4 “badanti “ ucraine o moldave. Parlano fitto in una lingua che non comprendo.
Un uomo in nero con occhiali e cappello attraversa diagonalmente la piazza verso ex- Standa.
Due donne, una giovane l’altra più anziana con 2 bambini un maschio piccolo e una femmina appena più grande. I bimbi hanno cappottini colorati bimba rossa bimbo verde, strilli di gioia; scalpiccio di scarpette sul porfido.
Noto cicche, cicche, cicche tra gli interstizi di cubetti di porfido sulla strada davanti a me. Cicche sulle pavimentazione dei giardinetti. Cicche sulle aiuole.
Passa un’auto bianca da via Matteotti al Duomo. Transita autobus linea B “Bes- Cusighe” stessa provenienza ma verso piazza V: Emanuele. Incrocia  alla mia altezza altro autobus linea B che sopraggiunge in senso opposto. Autobus linea V “Bes –Safforze” da V. Matteotti al Teatro. Passa camion-cisterna Buzzatti Combustibili da via Matteotti a p.zza Duomo. Un gruppo di ragazzi disabili con due accompagnatori percorre il liston di fronte  a me. Si dirigono tutti verso il Comunale. Hanno cappotti colorati, rosso, celeste, blu, bianco, nero, verde chiaro. Due delle ragazze hanno i capelli biondi raccolti in lunghe code di cavallo.
Transita linea R dal teatro a via Matteotti. Signore quasi pelato, capelli bianchi passa con borsa plastica verde squillante.
Signora in pelliccia attraversa la piazza e poi i giardini.
Piccioni becchettano, zampettano e tubano, tubano, i maschi girano intorno alle femmine, tubando.
Linea…non ho visto,  ha un cartello blu “40% SCONTO SU TUTTA LA GAMMA…” che copre interamente il vetro posteriore.
Rumore di tacchi da donna, due ragazze molto giovani attraversano la pazza; rumore di carta, mi volto: altre due ragazze, studentesse, zaini, attraversano i giardini, una ha gettato una carta nel cestino.
Furgoncino bianco con scala sul tetto, seguono 4 auto, una con i fari accesi, tutti verso p.zza Duomo da via Matteotti. Passa un ragazzo in bicicletta.
Le badanti si sono sedute sulla banchina al mio lato destro, ma distanti. I bambini rosso/verde continuano a correre avanti e indietro trillando seguiti da nonna e mamma.
Ore 14.00 stop causa mani gelate ma in tempo notare ragazzo attraversare piazza con grande modellino/plastico non distinguibile portato in mano tipo plateau di paste, ragazza a fianco con borsa portadocumenti. I due ragazzi con borse tracolla ancora seduti su panchina. Uomo pelato sempre accovacciato ai piedi della sua colonna Deon.

Jesu, e non ho descritto le nuvole, i palazzi, le tende dei bar, i tavolini, i negozi ecc. ecc. ecc. mi è sfuggita gente, tram, auto, piccioni, tutta una vita fugace. Per quanto abbia cercato di scrivere in fretta e abbreviare le parole ricordando quel poco di stenografia che mi resta in memoria, non sono riuscita ad annotare tutto. Dalle 14 alle 14.30 trascrivo gli appunti, seduta al tavolino del Deon, tazza di caffè per sgelare le mani.

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera:

Georges Perec (Parigi7 marzo 1936 – Ivry-sur-Seine3 marzo 1982) è stato uno scrittore francese, membro dell’OuLiPo, le cui opere sono basate sull’utilizzo di limitazioni formali, letterarie o matematiche.Il libro più noto di Perec è, probabilmente, La vita, istruzioni per l’uso (La vie mode d’emploi, 1978) dedicato alla memoria di Queneau, in cui descrive metodicamente la vita degli abitanti di una casa parigina seguendo uno schema circolare (lo schema del cavaliere, ripreso dal movimento del cavallo nel gioco degli scacchi). Con questo libro ottenne il Prix Médicis.

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Compito, ” Un ricordo”.


Svolgimento:

Barabek,  primavera 1990

Il più bel ricordo che ho di Piazza dei Martiri è mia figlia di 5 anni che corre dietro ai piccioni, da’ le briciole ai piccioni, cerca pesciolini che non ci sono nell’acqua della fontana.
E individua tra cento volatili perniciosi il più misero, quello che non riesce ancora a beccare né pane né grano, quel coso spelacchiato dal becco tenero e dal collo mezzo nudo che pare un vecchio spollo (pollo spelato) pieno zeppo di pulci e parassiti. “Ma non è vecchio, mamma,  è proprio piccolo, lo teniamo, mamma, lo portiamo a casa che se no muore!” “E’ un cucciolo” sentenzia un occhialuto bimbo di 8 anni “ Lo tenete, vero? La mia mamma non me lo lascerebbe tenere”.
E via col piccione skifoso in mano, tutta piazza dei Martiri col pennuto che grazie a Dio non starnazza e non skitta (da quanto non mangia?) via Matteotti, via Loreto, via Psaro, fino al magico “Amici degli animali”( e dei vostri soldi da investire in cose per animali) per chiedere una scatola coi buchi e anche cosa diavolo mangia un piccione nano, pardon piccolo. Mimetizzato fra criceti e pappagalli riappare il tenace bambino di 8 anni che ci ha seguite fin qui dalla piazza e chiama “cucciolo” l’infame galliniforme. Guarda mia figlia con invidia e ammirazione. Speriamo venga a ritirarlo la sua mamma. E’ pur sempre un cucciolo anche lui.
E l’informe “cucciolo” ora è qui che scagazza nel mio terrazzino che da’ su via Feltre e mangia, mangia polenta, granoturco e radicchio, la banana consigliata al negozio no, gli fa venire  la diarrea e lo inciucca.
Scagazzerà e si imbugherà per mesi finché, con ingratitudine, se ne volerà via.

Il suo nome è Barabek e dopo 15 anni ogni primavera ci penso ancora: chissà se è mai più tornato in visita al suo (mio) terrazzo, se si è mai ricordato  di noi.

© Copyright Paola G.




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