IL TERZO GIORNO capitolo primo

Il Terzo Giorno

Capitolo Primo.  La promessa.

23 giugno 1980

Guglielmo Scarpa solleva sbuffando la saracinesca del suo Panificio Pasticceria alle sette in punto.
“Mio un bel corno! “ sbotta “ Qui ci lavoro in schiavitù”. Legato mani e piedi da anni, da quando aveva sposato nel 1958 la figlia minore dei proprietari, Rosella.
“Rosella, con la esse come in rosa!” così si era presentata anche a lui, ostinandosi a non rispondere a quanti, complice il colore dei suoi capelli, l’appellavano Rossella.
“Si ricorda di me? Ci siamo incontrati qualche anno fa, alla stazione di Tuiano…”
E da lì era cominciata la sua nuova vita.

Era la terza mattina ormai che Guglielmo si piegava a quell’incombenza, di solito era la moglie a scendere dall’appartamento sovrastante il panificio, aprire, accendere le luci, sistemare ogni cosa ben prima che lui poggiasse i piedi sulla soglia. La serranda scorre bene, Guglielmo non fa  fatica, è la cosa in sé che gli pesa.
Guarda di sbieco l’insegna che recita: “Antico Panificio Molin Pietro e Figli” escludendolo di nome e di fatto da ogni diritto, ma non dai doveri. I suoceri ormai anziani avevano lasciato la gestione della ditta ai figli, pure , con la scusa dell’attaccamento all’impresa familiare ci bazzicavano spesso, in realtà tenevano un discreto ma costante controllo sull’operato del genero “ Non si fidano, i vecchi, non mollano l’osso!”.

Guglielmo Scarpa sbuffa nuovamente, un tempo aveva sperato di piangere la prematura scomparsa dei  suoceri, farsi valere con la moglie Rosella, allora innamorata cotta e pronta a scusargli tutto, far lavorare i cognati alle sue dipendenze…diventare insomma il padrone e godersi la vita. Ogni proposito era rimasto un miraggio, i cognati e la moglie tenevano saldamente le redini dell’azienda, i suoceri godevano di una salute di ferro, doveva contentarsi che al momento si fossero presi una breve vacanza al mare e lo lasciassero respirare.
“ Ma non ci possono restare tutta l’estate, i tuoi, a Rimini? O andare alle terme? Dopo una vita di lavoro in cui non si sono mai concessi una sosta, non se lo meritano?“  aveva buttato là Guglielmo prima che partissero.
Rosella aveva guardato il marito con un sorriso “ E’ un pensiero gentile, da parte tua, caro. Ma sai come i miei sono attaccati al paese, al negozio e soprattutto ai nipoti. Non se ne allontanerebbero mai, non fosse che il sole fa bene alle ossa…” Guglielmo, da come le brillavano gli occhi, ci lesse “Ti conosco, vecchia volpe, vuoi farmi credere di essere diventato premuroso con i miei?  Vorresti  quattro occhi di meno addosso, eh?”
I due cognati, i fratelli maggiori della moglie, lavoravano sodo e pretendevano altrettanto da lui, non mancando di fargli notare quando batteva la fiacca. La moglie poi si era liberata da un pezzo dall’incanto dell’innamoramento e lo comandava a bacchetta. Per primi due anni lo aveva sempre assecondato, difeso di fronte ai familiari e poi era cambiata, diventata autoritaria. Non che non l’amasse più, ne era certo, Rosella lo amava. “Deve essere stato a causa della prima gravidanza, ha preteso attenzioni, aiuto in casa, sempre maggior collaborazione in negozio. Credevo fosse un periodo passeggero, era incinta di Eleonora, invece da allora non mi ha lasciato un momento di requie!”.
Aveva fatto quello che voleva lei, sapeva persuaderlo. Ogni anno, per le ferie, erano andati al mare, al lago o in montagna con i bambini. Avrebbero potuto, almeno per una settimana, affidarli ai nonni e farsi un viaggio in santa pace: “Macché, erano i miei suoceri a venire in vacanza con noi!”.
Rosella gli ricordava i suoi impegni, i compleanni dei familiari, era obbligato ai pranzi in famiglia, con i suoceri e tutti i cognati e gli affini. Aveva persino dovuto riconciliarsi con i parenti di Costa. Dopo la morte dei nonni e della prozia Angelica (la moglie gli aveva ricordato il giuramento fatto, di portare la sua bara, promessa che Guglielmo mantenne) lui non avrebbe voluto tornare a Priora, in provincia di Perugia, ma lei aveva insistito: “E’ giusto che i bambini conoscano i loro parenti, la nostra Nori si ricorda ancora di tua nonna Lucia e di Angelica, anche se ci siamo andati quando era piccolina, ci sono anche le loro radici in quel paese, ci sei cresciuto”.
“ Oh queste radici! Sono cresciuto anche a Venezia, a Roma, a Modena e in cento altri posti, vuoi che ce li porti?”
“Magari l’anno prossimo”. Aveva ribattuto lei.

I due figli da piccoli lo adoravano e bevevano tutte le sue storie “ Li ho tenuti in braccio, ninnati, cambiati, portati a cavalluccio, risposto a tutti i perché”. Rosella aveva chiesto di dividere i compiti in casa e lui la sua parte l’aveva fatta.
“Papà perché ti chiami Guglielmo?”
“ Mi chiamo come Guglielmo Oberdan, un patriota! E sapete che era figlio di un fornaio? Adesso vi racconto la storia”. E i bambini lì con la bocca aperta…
”E sapete dirmi un altro Guglielmo famoso? No? Guglielmo Marconi, il più grande inventore del mondo” “Anche tu papà ci inventi i giochi!” esclamava Giorgio.
“Io lo so un altro nome – strillava Nori –  Guglielmo Tell, papà, raccontaci la storia di Guglielmo Tell!”

Poi la musica era cambiata.
“Perché ti chiamano Tide?”
Guglielmo grugniva.
“E’ il diminutivo di Aristide, tesoro- interveniva Rosella per toglierlo dall’imbarazzo- anche il  papà ha due nomi, come voi, come me che mi hanno battezzata Rosella Maria”.
“Ah! Credevo fosse il nome del detersivo”.
Guglielmo grugniva.
Da adolescenti erano pronti a rimarcargli ogni cosa, inflessibili, due cecchini appostati.
“ Ma hai lasciato la mamma sola in negozio?” esclamava la Nori .
“Papà sei un disastro” rincarava  Giorgio, il secondogenito. Era tutto un ricordargli quello che non faceva, e quanto invece fossero bravi gli zii, i nonni, i parenti fino agli avi più lontani.
“Perché non abbiamo anche noi una fattoria come lo zio Franco ? La zia Robi dice che ci faranno un agriturismo e lo zio Adriano il maneggio. Hanno le mucche, i cavalli e le capre. I miei cugini si divertono un mondo” attaccava la primogenita.
“La fattoria è di sua moglie, la zia Roberta, che ci può fare anche l’agriturismo, se vuole. Accidenti Rosella, vuoi far ragionare i tuoi figli? Io di lavoro qui ne ho da strafare! “
“Anche lo zio Franco lavora qui, tu mica ti alzi di notte come fanno lui e lo zio Adriano, e poi vanno a lavorare alla fattoria di zia Robi  e hanno anche le oche e i conigli e le galline. Mio cugino Filippo studia all’Agraria, impara tante cose sugli animali. Perché non possiamo fare come loro? ” brontolava il più piccolo.
“Perché no e basta, perché dopo la farina non vado a spalare anche il letame” urlava Guglielmo esasperato.
“ Io da grande farò il maniscalco. Così vado a lavorare dallo zio Franco”.
“Anch’io da grande andrò a lavorare dallo zio Franco, gli mungo le mucche!”
Rosella interveniva per calmare le acque, Guglielmo usciva esacerbato, gridando che aveva messo al mondo due  figli ingrati che gli si rivoltavano contro. “ Non vale la pena di farli studiare e  mantenerli fino all’Università! Questi da laureati si mettono a mungere vacche e grattare gli zoccoli dei muli! Bel risultato!”.

Adesso, Giorgio era alle superiori e Nori si era iscritta all’università, facoltà di Veterinaria. L’idea di lavorare con gli animali non le era passata. Forse il fratello l’avrebbe imitata. Li vedeva poco, questi figli, non aveva con loro quel rapporto affettuoso che li legava alla mamma.

Guglielmo sospira, i ricordi gli hanno riempito d’amaro la bocca, sente un peso allo stomaco, un dolore alla schiena, a un  braccio, non è abituato, lui, a queste alzate mattutine, una faticaccia,  non era fatto della stessa pasta dei cognati a cui faceva lo stesso lavorare di notte o di giorno, al forno o nel laboratorio a impastare, cuocere , sfornare pani, pasticcini e focacce e poi avanzano ancora il tempo dietro a campagna e animali. Non era come la moglie che alle sei già si dava da fare in casa e preparata la colazione per tutti scendeva in negozio.
Rosella da due giorni è a letto con l’influenza, una febbre fuori stagione che l’ha stremata. “Perché tocca proprio a me, accidenti? La commessa e i due garzoni  arriveranno tra neanche mezz’ora,  cosa costa alla moglie incaricare quegli sfaticati e lasciarmi in pace fino alle otto?”

La moglie era stata perentoria. “E’ tuo dovere, sei mio marito e devi dare l’esempio, alzati per tempo e apri il negozio!” Fosse stato solo quello, doveva per forza di cose dare una mano ai cognati, ai garzoni, seguire i  fornitori e i clienti. Gli era risparmiato stare alla cassa ( in mancanza della padrona, la presidiava la commessa Annalisa, una brava ragazza del paese) non certo per premura, ma perché mai e poi mai i suoceri si sarebbero fidati di lui.  Ma il colmo, per Guglielmo, era stato il pretendere che lui di persona controllasse, ogni mattina prima delle sette, che la tapparella della dirimpettaia signorina Ada  Crivellari fosse alzata, segno che la vecchissima donna era in piedi e stava bene. Se tutto era posto, telefonarle più tardi per l’ordine della spesa, pane, latte, prodotti da banco. Da portarle su al quarto piano, sottotetto. Sessantaquattro scalini. Il nipote non poteva scendere, già con la sua paralisi faceva fatica e ora stava anche un poco male ed  era a letto. Alle dieci al massimo, riferire a lei, Rosella, che tutto era a stato fatto a puntino.
Guglielmo aveva cercato di persuadere la moglie.
“Ma la vecchia avaraccia non può svegliarsi alla mattina a un’ora più decente e telefonarti? Ehilà, sono viva, portatemi il pane! Mai una volta che alzi quella cornetta, aspetta che la si chiami, la signora, pardon signorina altrimenti si offende, che le si chieda come sta, cosa desidera, lei e quel suo nipote sciancato. E la spesa non può portargliela uno dei ragazzi come al solito? Devo andarci io ? Lo sai che la non sopporto, quell’egoista. Quattro cose tutti i giorni, ordina. E tu a riverirla, a coccolare quel giuggiolone del nipote! “
Rosella si era raddrizzata, il busto eretto contro la spalliera del letto, lo aveva squadrato di brutto: “ Tu fai come ti dico io, qua facciamo ognuno la nostra parte e finché non mi posso alzare questo incarico te lo prendi tu. I garzoni e la ragazza in questo periodo hanno ben altro da fare, ci sono le consegne, i preparativi per la sagra di San Pietro, il pane da portare nelle frazioni, gli scaffali da rifornire e sistemare, le pulizie dei locali e altri lavori che neanche ti immagini. E non fare il bambino.”
Guglielmo allargò le braccia, sconfitto. Promise solennemente, giurare era peccato, che alle sette meno un quarto avrebbe controllato la tapparella della signorina Ada, magari anche aspettato che l’arpia mettesse fuori la testa, che alle sette avrebbe aperto il negozio e adempiuto a tutti gli altri doveri.
Rosella lo gratificò inviandogli un bacio.

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