Il TERZO GIORNO capitolo ottavo

Il Terzo Giorno – Capitolo Ottavo

23 Giugno 1980

L’amore secondo Rosella

Rosella Molin si sentiva un po’ meglio, il terzo giorno la febbre le era scesa. Decide di rimanere a letto fino alle dieci o fino a quando il marito non sarebbe salito a raccontarle le vicende della mattina.
Quel bugiardo.
Credeva di metterla nel sacco, con la sua parlantina. Oh come gliele avrebbe cantate! Poi l’avrebbe perdonato, come al solito, ma intanto se le sarebbe sentite.
Prende un album di fotografie e si mette a guardare i ricordi di famiglia.
I ritratti dei bisnonni, il vecchio mulino con la ruota. Il gruppo dei lavoranti, gli uomini in posa col cappello  anche con l’abito da lavoro, i sacchi del grano, della farina, le donne con i fazzoletti in testa, le lunghe ampie gonne scure, i grembiali bianchi. Bianco e nero, sfumature di grigi.  La fotografia del primo negozio, il piccolo Panificio sulla piazza, i nonni, il padre con tutti i suoi fratelli e sorelle schierati davanti. Alcune delle fotografie che ritraevano gli avi in primo piano erano invece color seppia, il viso e mezzo busto racchiusi in un ovale.
Il ritratto della bisnonna Antonia, il bel viso incorniciato dai capelli riuniti in crocchia, dietro alla nuca, quello della figlia, sua nonna Eleonora, a sedici anni. Bellissima, dolce, la folta bella chioma che le arrivava alla vita. La nonna Eleonora e il nonno Pietro sposi… Rosella sfoglia le pagine, accarezza le fotografie dei matrimoni, dei battesimi, quelle dello sposalizio dei suoi genitori Giovanni e Angela, com’era bella anche la sua mamma!
Quelle dei suoi fratelli, della sorella  Elena che aveva ereditato i lineamenti della nonna Eleonora, il viso perfetto, la pelle senza difetti, i folti capelli biondo miele, gli occhi verde cangiante…il colore degli occhi e dei capelli della nonna non si vedevano, nella foto, ma a detta dei familiari nonna e nipote erano identiche.
“Elena è del 26… mio fratello Adriano è del 29, io sono nata un anno e due mesi dopo di lui.”
Prima di Elena c’erano Antonio, nato nel 1919 e Franco classe 1923.
“Antonio… lo vedevo tanto più grande di me, quasi un secondo padre. Era sposato e aveva due bimbi, no, non è giusto, non doveva finire così!”. Antonio e Franco avevano fatto la guerra, ma solo il secondo era tornato a casa.
Le sue fotografie da piccolina, una bimbetta gracile e imbronciata, tenuta per mano dai due fratelli maggiori, in questa a due anni in braccio a Antonio, il fratello morto, poi con Elena sull’altalena, questa sul prato col fratello Adriano e la sorella, con la gonna appena sollevata sulle lunghe gambe.
Rosella prova il solito disagio, un  dolore che le pesava fin dall’infanzia. La sorella maggiore non era solo bella di viso, era alta, snella, aveva un’eleganza naturale che la distingueva dalle coetanee, sembrava che la madre e tutte le sue ave, riunite attorno alla culla, le avessero donato tutto il meglio, come le fate delle fiabe.
Per lei, Rosella, non era restato nulla. La bocca troppo larga, il naso importante, tratti che ai maschi Molin, alti e robusti, davano un aspetto virile, simpatico e prestante, in lei stonavano, ne facevano una bambina sgraziata. Aveva bei capelli, ma non biondo miele, con tutti quei riflessi dorati, i suoi erano color Tiziano. Rossi. Rossa e con le efelidi.

“Sei nata striminzita, così piccola che avrebbero potuto sistemarti in una scatola per le scarpe” le aveva detto un giorno la levatrice, la signora che per decenni aveva fatto nascere tutti i bambini di Rocca San Pietro e i figli dei loro figli. “ Ti hanno soffiato il fiato in bocca, per farti crescere, stellina, non volevi mangiare, piangevi sempre!”. Per il nome, ai suoi piaceva Rosa, come una delle bisnonne, “Ma eri talmente piccina che ti han chiamata Rosella, la nostra rosellina.”
“ Rosella Maria, il secondo nome per affidarti alla Madre di Dio, ce n’era bisogno…”

Rosella aveva fatto nascere entrambi suoi  figli in città, all’ospedale, per paura che fossero anche loro troppo striminziti e incapaci di succhiare il latte. La prima, una neonata di tre chili, perfettamente normale,  mangiava e dormiva e non le diede preoccupazioni. Rosella ottenne di chiamare la loro prima figlia Eleonora, come la nonna materna, scomparsa da poco, sperando che la bimba le somigliasse. Fu esaudita, sua figlia Eleonora, detta Nori per distinguerla dall’originale, anche se non poteva eguagliare in bellezza la sua ava, era stata una bella bambina, rotondetta, con le fossette sulle guance.
“Ora è diventata una bella ragazza, alta e slanciata, bruna come il papà.”
Il secondo figlio alla nascita pesava più di tre chili e crebbe robusto, lo avevano chiamato Giorgio, come il suocero di Rosella, che lei non aveva mai visto. “Entrambi i  genitori del mio  Guglielmo sono morti per incidente nel 1948, io ancora non lo conoscevo.” Guglielmo avrebbe voluto chiamare la prima figlia Viviana, come la madre, o Lucia come la nonna materna, mancata la prima occasione, la spuntò con il secondogenito.
“Almeno questo glielo dovevo concedere, però assomiglia più ai miei fratelli, che a lui!”  Con delusione del padre, Giorgio assomigliava ai Molin, in particolare al cognato Adriano: biondo, stessi lineamenti, occhi verdi. Almeno Nori era bruna e con gli occhi castani, come lui.
“Nessuno dei miei figli è rosso di pelo, grazie al cielo” sospira Rosella.

Era fiera dei suoi figli, Eleonora detta Nori da tutti ( Vivì da suo padre, Viviana era il secondo nome) e Giorgio Luciano (Rosella si era opposta a Orazio, “ Mi dispiace per il tuo caro nonno, ma fa rima con strazio! E poi basta con questi nomi degli avi”.)
Rosella riprende in mano la fotografia che la ritraeva con Elena. Non parevano nemmeno sorelle. Da piccola non ci aveva fatto molto caso, al suo aspetto, era coccolata e amata da tutti, la più piccola di casa, la rosellina, Lina, Linetta. Crescendo il confronto con la sorella si era fatto inevitabile. Non che ne fosse gelosa, Elena le voleva bene, la portava spesso con sé, la incoraggiava. Aveva sperato almeno di raggiungerla in statura: “ Altezza fa bellezza” diceva il proverbio.
Quando fu adolescente le arrivò alla spalla, e per un po’ di anni lì si era fermata. Piccola e bruttina, veniva sempre scambiata per la più vecchia delle due sorelle, lei che aveva quattro anni di meno. Timida, ingrugnata, nelle fotografie si nascondeva dietro ai fratelli. Rosella ricordava la prima adolescenza come il periodo più brutto della sua vita, quello in cui si disperava convinta che sarebbe rimasta una vecchia zitella, senza uno straccio di moroso.
A 17 anni crebbe di colpo: “ Alta e magra assomigliavo al manico di una scopa di saggina rossa.”
“ Ma che sei la brutta copia di tua sorella?” Le aveva soffiato in faccia una compagna di scuola, dopo un litigio, “Sembra che i tuoi si siano esercitati con te, prima di fare quel capolavoro di Elena”.
Rosella, se lo ricordava bene, era andata a piangere in grembo alla nonna.
Eleonora non l’aveva consolata, aveva aspettato che si sfogasse. Poi le aveva detto quello che aveva tenuto bene a mente: “ Sei tu, sei Rosella, non piangere per quello che non sei. Guarda quello che hai: una bella cascata di capelli fulvi, sono color Tiziano, non rossi. Begli occhi grigi, con i riflessi dell’acciaio come tuo nonno Pietro. La bocca grande? Sorridi, la dentatura l’hai perfetta. Quel naso è quello dei Molin, portalo con disinvoltura. Stai diritta, impara a muoverti. E poi, perché mio fratello secondo te si chiama Fulvio? Credi di essere l’unica? Ce ne sono di Fulvie e Tiziane in famiglia, non esistono solo i Molin, siamo Paris, Ricci, Fullin, Rosato!
Non sarai bella come Elena, sii allegra, impara a essere spiritosa.”
Rosella aveva imparato. Quando la sorella la presentava agli amici, invece di intimidirsi tendeva la mano e esclamava “ Piacere! Sono la sorella brutta di Elena!”
I ragazzi ridevano e la trovavano simpatica : “Ciao, Rosella con la sz di rosa! Vieni con noi al cine?”.
“Certo, non che staccassero gli occhi da mia sorella, ma almeno mi sentivo parte del gruppo, anche come brutto anatroccolo”.
Un vero fidanzato non c’era stato. “Qualche simpatia. Un amoretto, come si dice? un flirt innocente.”
Ma c’era stata la soddisfazione di rispondere a  qualche impertinente che le faceva notare la differenza con sua sorella: “Trovi che ho un brutto muso? Però ho dei bei piedi, vuoi assaggiarli?”
Quando lo raccontò in casa, la nonna e la mamma risero come matte. “La nostra Rosellina ha messo le spine!”

Elena si era impegnata con Roberto, un ragazzo che aveva conosciuto ai tempi della scuola. Erano una bella coppia, si sarebbero sposati presto. “ Io niente. Ero proprio convinta di rimanere zitella, finché non è arrivato Guglielmo.”
Rosella andò con la mente alla prima volta che l’aveva visto, nella primavera del 1950. Rosella aveva quasi  vent’anni. Si era ingentilita, arrotondata, non era più una ragazzetta spigolosa, era alta e graziosa anche se non una bellezza.
Il giorno prima aveva avuto una delle sue crisi di sconforto, il ragazzo per cui aveva simpatia non era affatto intenzionato a corrisponderle “Senti, Rosella, restiamo amici no?”
“Ma che amici e amici, mamma, ne ho un sacco io di amici, che mi trovano simpatica. Oh come si allegra, divertente Rosella! Ma un fidanzato no, di quello neanche l’ombra!”
La mamma e la nonna si erano guardate e intese. Il mattino dopo mamma Angela e Elena avevano caricato Rosella quasi di peso sulla prima corriera che scendeva a Tuiano: “Andiamo in città!”
Si era agli ultimi giorni di maggio, la corriera lasciò i prati fioriti di Rocca e entrò nel capoluogo, dopo la periferia in cui stavano nascendo un Centro Industriale e uno Artigianale, la cittadina le accolse con i lunghi viali di tigli, nei giardini delle case signorili fiorivano i lillà.
Tuiano nel primo dopoguerra si era ingrandita. Il borgo storico, l’antico Castel Tuiano, era ancora racchiuso da mura medioevali su cui si aprivano le quattro porte, ma era solo il cuore della cittadina che le si espandeva tutt’intorno. Nel ventennio fascista le strade si erano allargate, diventando dei veri viali, erano stati costruiti edifici nuovi, le Poste, il Plesso Scolastico, una  stazione più grande. Tuiano adesso comprendeva le frazioni di Vara, Moreno, Lamare, Belvedere, Cimetta, Labrizza, un tempo frazioni separate, con la campagna intorno.
Da poco nella cittadina ai negozi storici del centro si era aggiunta, poco fuori le mura, la novità dei Grandi Magazzini.
Elena, che come la sorella aveva frequentato le magistrali a Tuiano, si diresse sicura verso la meta, seguita dalla madre che teneva una Rosella ancora imbronciata per mano. Insieme andarono ai nuovi Grandi Magazzini dove comprarono per lei gonne, camicette, abiti che a Rocca san Pietro ancora non s’erano visti, perfino due paia di pantaloni da donna. Tutto già pronto, della sua taglia. Poi si recarono in un fornito negozio di tessuti e lì acquistarono le stoffe per altri abiti e tajeur che la mamma e la nonna le avrebbe confezionato con i cartamodelli di Burda.
“ E’ ora di svecchiare il tuo guardaroba. Basta golfini e gonnelle da ragazzetta di paese!”
In un altro esercizio, Rosella provò e prese due paia di scarpe col tacco. Con Elena entrò per la prima volta nel salone di una vera parrucchiera, ne uscì felice con un taglio nuovo.
Le pareva di sognare. Abbracciò Elena, pianse di gioia sulla spalla della mamma. Era felice, si sentiva un’altra persona. Più carina, più adulta.
Rosella, nonostante i tacchi, sentiva di poter volare fino alla stazione, non vedeva l’ora di tornare a casa e far vedere tutto alla nonna. Con tutta quella roba da portare, avevano però dovuto chiamare un taxi per arrivare alla stazione delle corriere.
Appena in tempo, lei era salita con i pacchetti più leggeri per trovare tre posti a sedere, la mamma e Elena la seguivano, con due grossi pacchi. Le guardava, impaziente.
E quel bel giovane, elegante nel suo completo chiaro, si era levato il cappello e si era offerto di aiutarle.
Lei non gli aveva staccato gli occhi di dosso. Alto e magro, folti capelli bruni,  i baffetti curati, un signore. Aveva portato i pacchi, le donne avevano ringraziato, aveva porto il braccio, per galanteria, alla mamma che saliva i gradini della corriera, poi si era tolto il cappello un’altra volta per accomiatarsi.
E Rosella aveva incrociato il suo sguardo.
Solo per un momento. Lui aveva accennato un saluto prima di voltarsi.
L’aveva notata, sicuro, l’aveva notata! LUI l’aveva guardata fisso negli occhi!
Rosella era diventata rosso bordò. Gocce di sudore le scendevano sul viso, il cuore le batteva, non si era mai sentita così. La mamma le toccò la fronte,
“ Troppe emozioni, Lina? Un po’ di vento, alla mia creatura, se no quando prendiamo i tornanti per Rocca questa mi sta male sul serio.” Mamma Angela prese a sventolare un catalogo dei Grandi Magazzini sul volto della figlia,
“ Ma io stavo bene, benissimo, ero felice.”
I nuovi vestiti servirono a renderla più sicura, trovò un “moroso” ma non un vero fidanzato.
Rosella pensava spesso al giovanotto misterioso incontrato alla stazione, ma passarono due anni prima che, inaspettatamente, potesse rincontrarlo. Un giorno Adriano presentò alla famiglia un amico, un giovane che intendeva chiedere lavoro, forse stabilirsi in paese.
Quell’amico era il bel giovane della stazione, Guglielmo.
Già, il suo Guglielmo, croce e delizia, l’amico di suo fratello Adriano.
All’inizio anche lui, Rosella prova anche adesso una fitta di dispiacere, si era calamitato su Elena, le faceva la corte,  aveva una  parlantina che incantava. “Ma poi l’ha capita, che il vero amore ero io…Insomma, così è andata, io ero proprio innamorata cotta, ma quanto ci ho sofferto!”
Erano stati ancora tempi di pianti appoggiata alla gonna della nonna, o alla “zia” Ada. A volte sembrava che Guglielmo le volesse bene, fosse gentile, altre che non la considerasse affatto. Ma alla fine si erano sposati.
“E così ho scoperto la prima bugia, il giorno delle pubblicazioni!”
Sulla porta del Municipio, erano annunciate le nozze di Aristide Scarpa e Rosella Molin.
“Chi è Aristide?” per poco Rosella non era svenuta.  Il promesso sposo, davanti ai Molin riuniti e accigliati, aveva dovuto spiegare che sì, quello era proprio il suo primo nome, ma il secondo era Guglielmo.
“Aristide era il nome del mio bisnonno materno, il papà di mia nonna Lucia. Morì giovane e quando nacqui io, la nonna chiese di tramandarne il nome. Ai miei non piaceva, ma non volevano darle un dispiacere, ci aggiunsero Guglielmo e così poi mi chiamarono sempre, perfino la nonna…”.
Tutti in famiglia veramente lo chiamavano col diminutivo, Mino, mentre nelle occasioni ufficiali era Aristide,  ma questi particolari li aveva taciuti. Aveva sempre detestato il suo primo nome.
Quelle pubblicazioni erano state un altro motivo di umiliazione per Guglielmo.
“Aristide!”
“Accidenti, allora il soprannome che gli ha appioppato Nanni… A-ri-s-tide…Tide! ma guarda!”
Non erano i soliti due a sogghignare, ma tanti in paese.
C’erano altre cose di cui si era vantato quando girava intorno a Elena, che si erano rivelate false o ambigue. Si era presentato come uno studente fuori corso, causa la guerra, orfano dei genitori. Per orgoglio, avendo litigato con i familiari, si manteneva lavorando, cambiando spesso città. La famiglia, di cui millantava parentele nobiliari, era benestante, aveva proprietà nell’entroterra veneziano e nel Centro Italia, lui era cresciuto in un palazzo sul Canal Grande.
Era astuto, non asseriva “ Ho un palazzo a Venezia, una villa a Perugia”, le descriveva, stanza per stanza. Figlio unico, la gente deduceva fosse l’erede di una sostanziosa fortuna.
“Tutte panzane! Orfano sì, ma spiantato: la casa di Venezia è stata pignorata e messa all’asta nell’altra Guerra, le campagne vendute  per pagare i debiti. Ha parenti a Costa, gente normale, dei parenti di Perugia non si sa niente.” Nanni Marcer portò la notizia che fece il giro del paese.
E non era nemmeno uno studente.
Lei l’aveva perdonato e si era ostinata a credergli e a crederlo innamorato. Non era colpa sua se i suoi avevano perso tutto con la guerra. Se aveva raccontato qualche bugia, in fondo era per ingraziarsi la famiglia, che lo respingeva. Quanto ai soprannomi, li avevano quasi tutti in paese. I genitori aveva cercato di metterla in guardia. “ Cerca solo di approfittarsi, è un buono a nulla. Sta cercando un buon partito per sistemarsi!”.
“O lui o nessuno!” era sicura che fosse il contrario, che Guglielmo fosse l’unico buon partito che le si sarebbe mai presentato, se avesse raggiunto la trentina senza marito, sarebbe restata zitella come zia Ada.
I suoi esageravano.
Alla fine, tutto si era sistemato: si erano sposati nel 1958,  era stata una bella festa. C’erano tutti i suoi parenti e, da parte di Aristide-Guglielmo, i suoi zii di Costa e di Padova con i loro figli.
Da Perugia gli altri familiari avevano inviato gli auguri e i regali di nozze. Erano andati da loro per la luna di miele.
“Dopo un paio d’anni di matrimonio mi sono svegliata, l’ho messo in riga. E ci vogliamo bene.”
Erano arrivati due bei figli, Nori nel settembre del 1960 e Giorgio nel dicembre del 1963.
Elena, che si era sposata alcuni anni prima, aveva fatto la maestra per i primi tempi e poi col marito aveva aperto una pasticceria nel capoluogo. Venivano spesso a trovare la famiglia a Rocca San Pietro e i suoi figli passavano le vacanze, specie quelle estive, con i nonni, gli zii e i cuginetti.
“In fondo è anche merito di mia sorella se ho preso coscienza di me stessa, del mio potere su mio marito”.

Era andata così: una tarda mattina del giugno 1960 a Rocca San Pietro era arrivata una coppia di turisti romani, con due bimbi piccoli. La signora entrò nella pasticceria, chiese di Rosella e le domandò i famosi “Sanpietrini di Rocca”.
“ Come lo sa? Chi le ha fatto il mio nome??” Rosella era molto sorpresa. La sua pasticceria era rinomata, ma non così famosa da valicare i confini comunali.
La turista fu prodiga di spiegazioni “ Siamo in viaggio per l’alta Valle del Tui, abbiamo dei parenti e passiamo lì un mese tutte le estati. Fino all’anno scorso arrivavamo in treno,  quest’anno abbiamo l’automobile, abbiamo fatto alcune tappe, l’ultima a Tuiano.”
“ Me li dia tutti, i dolcetti di San Pietro, sono deliziosi, al pistacchio, alla crema, allo zabaione! Voglio portarli ai parenti, mi faccia una bella confezione”.
“Come faccio a sapere dei Sanpietrini?- proseguì- Stamattina eravamo a Tuiano e lì in una pasticceria in centro, con una vetrina fa-vo-lo-sa, ci ho trovato una bella signora e ho preso alcune paste per la colazione. Squisite! Ci siamo tornati per prendere un plateau e la signora mi ha fatto assaggiare due piccole paste particolari, dei quadratini croccanti fuori e morbidissimi all’interno, una cosa che non avevamo mai provato! Ne volevo una dozzina, ma erano gli ultimi, li aveva già finiti, sono molto richiesti, mi ha detto. Così ho saputo che sono  una specialità del suo paese natale, questi Sanpietrini, che lì li avrei trovati e ancora più buoni, nella pasticceria di sua sorella. E’ stata così gentile da darmi tutte le indicazioni. Bene, ho detto a mio marito, se è una tradizione di questo posto vale la pena andarci. Ci riposeremo lì un poco e poi ripartiremo. Lui non era tanto propenso a arrampicarsi fin qui, con l’auto piena di bagagli, ma tanto fa tutto quello che gli dico io e eccomi qua. A proposito, piacere, mi chiamo Giuseppina.”
La signora notò che Rosella era incinta, lei aveva due bambini di uno e tre anni, finirono per darsi del tu e scambiarsi confidenze. Era ora di chiudere il negozio, Guglielmo era dai suoceri per finire un lavoro, Rosella fu invitata dalla coppia a mangiare qualcosa con loro, nella trattoria vicina. Dopo pranzo, Rosella propose a Giuseppina di far riposare un poco i bambini a casa sua.
La donna accettò e affidò i due figli al marito: “ Vai e cerca di riposare anche tu, che dopo guidi. Lasciami qui con Rosella che dobbiamo fare due chiacchiere”.
Parlarono di tutto, poi il discorso si spostò sulle gravidanze e alla fine sui rispettivi mariti.
“Tuo marito è così bravo! Come fai a fargli fare quello che vuoi? Il mio non mi sta a sentire.”
“Senti Rosella, Anch’io all’inizio ero tutta presa, mi facevo in quattro per farlo contento, fargli trovare tutto pronto e non dargli nessuna preoccupazione. Se ne approfittano, se fai così. Ho imparato a farmi valere, io lavoro, lui lavora, abbiamo due bambini, in casa si fa a metà. Te lo dico con la mia parlata, mo’ a mio marito me lo magno e me lo cago!”
Rosella aveva sgranato gli occhi, mai aveva sentito pronunciare parole simili da una bocca femminile.
Si erano lasciate da grandi amiche e si erano riviste quasi ogni estate, a volte per la festa di San Pietro.
In alcune foto erano insieme, con i mariti e i bambini. “Guglielmo la trova anche simpatica, meno male che non sa tutta la storia, ne ho imparate di cose da lei!”.

Rosella posa gli album delle fotografie, stizzita: sono già passate le 10 e di suo marito nemmeno l’ombra. “Mai che sia puntuale!”. Da domani la musica sarebbe cambiata.

L’urlo di una sirena irrompe nella piazza.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.