IL TERZO GIORNO capitolo sesto

Il terzo Giorno- Capitolo Sesto

Da Conte a detersivo.

“ Dai Adriano, dai gas al macinino, che ti spingiamo!”
Un furgoncino della ditta “Antico Panificio Pietro Molin e figli” si era fermato nella piazza di Costa, in panne. Tre o quattro giovanotti si affannavano intorno. Era sabato sera e tra poco sarebbe stato buio.
“Mio padre mi ucciderà! Come ci torniamo a Rocca? Chi farà le consegne domani?”
A Guglielmo parve gli si aprissero davanti le acque del Mar Rosso. La fine dei suoi problemi poteva essere vicina.
Quel sabato, i ragazzi erano arrivati a Costa per ballare con le ragazze del posto, sfidare i coetanei e rivali di un paese lontano dal loro era un rischio che andava corso, a volte tornavano a casa dopo aver rimediato un giro di valzer e un bacio, a volte una solenne scazzottata.
Guglielmo aveva riconosciuto subito, in mezzo alla combriccola, Adriano, il ragazzo a cui anni prima aveva offerto (senza pagarlo) il vino all’Osteria “Il Cervo” a Tuiano, quello con il panificio a casa del diavolo, quello che voleva presentargli sua sorella Elena, la bella ragazza incontrata per caso alla stazione delle corriere.
Incontri così non succedono per caso, dovevano pur significare qualcosa, ora spettava a lui cogliere al volo la fortuna.
“Posso aiutarvi io, vi ricordate di me?”
No, Adriano al momento non se ne rammentava, ma il suo amico, l’ex seminarista, gli rinfrescò la memoria. “E’ il signore che ci ha offerto la caraffa di vino, dopo che avevamo finito la nostra, ti ricordi quella sera che siamo andati a Tuiano, prima della naja? Eri così bevuto che ti abbiamo dovuto trascinare via…”
“Ma che signore e signore, ragazzi, mi chiamo Guglielmo, ho solo qualche anno più di voi. Adriano, non preoccuparti, divertitevi che poi a casa vi ci accompagno io, il furgone potete lasciarlo qui, domani provvedo a farlo aggiustare, mio zio ha un’officina. A proposito, dove state?”
“Amico mio!- Adriano gli diede una manata sulla spalla- “ Ma certo che me lo ricordo, ora festeggiamo con un’altra bevuta, ragazzi, questo è un mio grande amico, adesso fa parte della compagnia!”
La serata era filata liscia, nessun cazzotto e tanti brindisi alla rimpatriata. A notte Guglielmo, con precauzione per non farsi sentire dai parenti, aveva messo in moto la Topolino appartenuta al nonno Renato.
L’auto era partita sovraccarica di ragazzi felici e eccitati, Guglielmo affrontò la lunga strada in discesa verso Tuiano, la risalita lungo il corso del fiume e, con non poca titubanza, i tornanti che portavano fino a Rocca San Pietro, il paese dei giovani che si sbracciavano fuori dai finestrini berciando come scimmie.
“Terzo tornante! Dai gas!”
“Ottavo tornante, occhio alla doppia curva, dai che ci siamo!”
Al dodicesimo curvone, la macchina si fermò. “Ragazzi, sono desolato, è finita la benzina…”
Si aspettava i brontolii della ciurma, ma gli amici scesero tutti ridendo, si provarono a spingere per un pezzo, alla fine lasciarono l’auto in una rientranza della strada e si rassegnarono a percorrere a piedi gli ultimi due chilometri fino al paese, dove arrivarono a notte fonda.
“Guglielmo, sei mio ospite, vedrai come ti troverai bene. Domani di do due taniche di benzina e con quelle vai a casa e poi quando vuoi ritorni in su a trovarci, ti aspetto, vedrai come è bella Rocca.” “Non dubito, bel paese, in alto sopra Tuiano. A proposito, tu non hai una sorella? Mi avevi fatto vedere una fotografia…” “Ah, Elena! Si è fidanzata con uno, mica mi va che se la porti via, anche se non andranno tanto lontano. Però ne ho un’altra, di sorella, nella foto aveva ancora le treccine, ora si è fatta grande.” Guglielmo non la ricordava, ma annuì. Portò il discorso su un altro argomento, non voleva apparire troppo interessato e invadente, doveva giocare le sue carte con pazienza.
Si fermò a Rocca anche il giorno successivo, in mancanza del furgoncino, uno dei due della ditta, offrì la sua automobile. Ricaricata di carburante, la Topolino fece il suo servizio di consegne per il panificio. Adriano era alla guida, allegro, in compagnia dell’amico.
Il ragazzo scelse le stradine meno sconnesse, che portavano ai paesi più vicini, ma a Guglielmo parvero ugualmente dei tratturi e pregò tutto il tempo perché la macchina, non sua, non subisse danni. “ Dovresti vedere dove va l’altro furgone! Oggi lo guida mio cugino Manlio, quelle sì che sono strade di montagna!”.
Guglielmo fece scalpore, a Rocca. Distinto, elegante, ma alla mano, disponibile. La famiglia Molin ne ebbe una prima buona impressione.
Tornò spesso a Rocca San Pietro, invitato a cena o a pranzo alla domenica. Piaceva alle ragazze, era simpatico ai ragazzi. Amico di Adriano, faceva ormai parte della sua compagnia e era di casa dai suoi genitori, Giovanni e Angela Molin.
Si accorse che Rosella, la più giovane in famiglia, si era presa una cotta per lui, ma puntò alla bionda Elena, la maggiore, più bella e più difficile da conquistare. “ Sarò ben capace di soppiantare quel Roberto che le gira intorno. Saranno anche fidanzati, ma lui non può competere con me, è un ragazzotto, uno che lavora a testa bassa, senza sogni.”
Poco alla volta confidò a Adriano i suoi problemi, con tatto. Studiava da privatista, per orgoglio non aveva voluto accettare l’aiuto dei parenti di Perugia, non si erano comportati bene con lui dopo la morte dei suoi genitori. Era ai ferri corti anche con gli zii di Costa, avevano preteso che lasciasse il suo buon lavoro di impiegato a Tuiano per un posto mal pagato in paese, un lavoro serale, così da costringerlo di giorno a dare un aiuto gratuito nell’officina dello zio…
Adriano convinse suo padre ad assumere l’amico al posto di un giovane cugino che stava facendo il servizio militare, se intanto gli andava bene poteva cominciare come garzone, poi avrebbero trovato qualcosa di meglio per lui, se fosse restato.
Guglielmo cominciò a corteggiare Elena e lavorare per i Molin, lavorare era duro, ma intravedeva un futuro sicuro e comodo, da genero.
Usciva a volte con la compagnia di Adriano, ma quando capitava preferiva accompagnare le due sorelle in qualche passeggiata serale, il fidanzato di Elena lavorava a Tuiano e saliva in paese solo alla domenica pomeriggio, per trovare la ragazza.
Alla domenica mattina Guglielmo andava in chiesa con tutta la famiglia, “ Se lo sapesse la zia Angelica…mi perdonerebbe, le devo scrivere che mi scuso per quanto accaduto, che ora sono fidanzato, ho un buon lavoro e sono diventato un bravo cristiano”.
Non aveva quasi più tenuti contatti con i parenti. Scrisse alla prozia ottantenne, che rispose con un biglietto cortese ma prudente : “ Apprendo con piacere le tue buone nuove, ti auguro di trovare una brava compagna che spero farai felice. Non ti ho dimenticato, sei sempre mio nipote nonostante la delusione che ho ricevuto da te…“ Aggiungeva che era in buona salute, che nonna Lucia si era ripresa, non così il nonno la cui salute andava peggiorando. “Spero che verrai a salutarlo un’ultima volta, ti ha voluto molto bene.”
Guglielmo rispose subito, non poteva recarsi a Priora in tempi brevi, aveva appena cominciato questo nuovo lavoro con tante responsabilità, i datori avevano fiducia in lui, sarebbe venuto appena possibile. “ Ti chiedo ancora perdono per il dolore che ti ho arrecato e che non avevo intenzione di darti. Ti prego di portare tutti i miei più affettuosi saluti ai nonni a cui voglio molto bene, aggiungo i saluti della mia fidanzata, che vorrebbe conoscervi…”
Si firmò il tuo affezionato nipote Mino e allegò una foto di sé insieme alle sorelle Molin.
Fece una crocetta sopra Elena: “ la mia fidanzata con la sorella” scrisse dietro l’immagine.
Non poteva andare meglio, presto tutto si sarebbe messo a posto.
Elena non fu lusingata dal nuovo spasimante, gli pareva di vederci qualcosa di poco sincero e inoltre si era accorta del sentimento che Rosella provava per lui.
Guglielmo provò a ingelosirla, prestando attenzione a Rosella, le faceva i complimenti per la bella chioma ramata, per le sue uscite scherzose : “ E’ raro trovare una ragazza graziosa col tuo senso dell’umorismo, dimostri intelligenza, un bene raro…”
Elena lo affrontò decisa: “ Non so a che gioco stai giocando, ma ti dico chiaro e tondo che a me non mi incanti. Io sposo Roberto. Se intendi fare sul serio con mia sorella, dichiarati, altrimenti prendi e sparisci in fretta.”
Partita persa. Guglielmo fece l’offeso, lei aveva interpretato male le sue intenzioni, era il suo carattere fare il galante con le ragazze, ma senza cattive intenzioni. Con Rosella era sincero, dove avrebbe trovato un’altra ragazza così spontanea e dolce?
Dopo qualche mese, Elena e Roberto annunciarono che si sarebbero sposati l’anno successivo, il fidanzato stava ultimando i lavori nella casa dove avrebbero abitato, a Tuiano. Elena aveva ottenuto un posto da maestra in un paese vicino.
Il cugino finì il servizio militare, ma trovò un’altra occupazione. Guglielmo passò alle consegne col furgoncino e presto imparò tutte le strade e le deviazioni sui colli. Alla fine dell’anno 1952 si dichiarò a Giovanni Molin e divenne ufficialmente il fidanzato di Rosella.
Le ragazze del paese la invidiarono, aveva il più bel ragazzo del circondario, elegante e raffinato, con quei baffetti assomigliava a un attore, a Clark Gable… Alla domenica Guglielmo si presentava in chiesa a braccetto della fidanzata, vestito con uno dei suoi bei completi chiari, confezionati nuovi da una sartoria di Tuiano. “Il Conte” lo chiamavano le amiche di Rosella, che si sentiva più felice che mai.
“Il Conte vestito di bianco, mi pare già un fornaio…”
“ Eh, genero del fornaio ci diventa, beato lui che si trova il nido fatto, come il cuculo.”
I commenti dei paesani non erano generosi, il duo Nanni Marcer e Agostino “Stin” il più malevolo, alla fine un estraneo si stava accaparrando una ragazza del paese, non bella come la sorella, ma un partito niente male.
Le nozze di Elena e Roberto furono celebrate nella chiesa del paese, per il pranzo scesero tutti a Tuiano. Le spose sono sempre bellissime, Elena era splendida. Rosella guardava con affetto la sorella, le lacrime le scendevano, aveva pianto anche la sera prima per il dispiacere del distacco.
“ Lina, Linetta, dovrei piangere io che sono la mamma, su, su, mica vanno in America, vedrai che saranno qui un giorno sì e l’altro anche!”
Rosella abbracciò la mamma, poi si rivolse al fidanzato. Con che occhi guardava sua sorella!
Una fitta di dolore, gelosia no, solo dolore.
“Guglielmo?”
“ Rosella, non badarmi, sono commosso, penso a quando ci sarai tu, vestita da sposa…”
“Oh caro!” Il cuore di Rosella tornò a pulsare di gioia, il suo Guglielmo l’amava.
Guglielmo aveva preso gusto al suo lavoro di consegne. Poteva organizzarsi come voleva, se ne stava fuori parte della giornata, passava da un’abitazione a un casolare, in alcune lasciava il pane nelle apposite cassette, ma spesso arrivava sulla soglia di casa dove veniva invitato a bere un caffè o un bicchierino.
All’orecchio di Angela arrivò la soffiata, il suo futuro genero si dava un po’ troppo da fare con le donne delle borgate, si erano accorti che ci metteva più tempo dei garzoni a completare il giro? Angela avvisò il marito.
Giovanni non era autoritario come suo padre Pietro, ma se gli toccavano le figlie…
Convocò Guglielmo, che si aspettava l’annuncio di aumento di paga o una mansione più adatta al suo ruolo di futuro genero.
“ Senti, ragazzo: ti abbiamo accolto come un figlio e dato tutta la nostra fiducia. Se intendi sposare mia figlia, ti devi togliere dalla testa tutte le altre e finirla con le tue manfrine. Un dubbio ce l’avevo già sul tuo conto, se solo fai soffrire mia figlia, se sento ancora una parola su di te, sei finito. Mia figlia ti ama, sappi che se diventi mio genero dovrai rigare dritto o te ne farò pentire io. Ultima cosa, qui non si scherza, si lavora sodo, signor conte Scarpa dei miei stivali.”
Il colloquio si era svolto tra loro due in una stanza appartata, senza testimoni, Giovanni era stato duro, ma non avrebbe mai umiliato un uomo di fronte ad altri.
In qualche misterioso modo però la frase “signor conte Scarpa dei miei stivali” cominciò pian piano a circolare tra i lavoranti.
Per un pezzo se lo tennero per loro, dandosi di gomito quando “il Conte” passava accanto, ma prima o poi era destinato a divenire di dominio pubblico.
“Bene ha fatto Giovanni a metterlo a posto, quel damerino. Altro che viaggetti in campagna, adesso china la schiena e sta zitto!”
“Dovevate vedere la sua faccia” diceva il solito Nanni, come se fosse stato presente alla scena,
“il Conte è sbiancato dalla paura, come avesse fatto il bagno nel detersivo insieme al suo completo bianco!”
“Il bagno nel Tide! “ Tide, nota marca di detersivo, diventò il  soprannome di Guglielmo, sussurrato di nascosto, non tanto per rispetto verso di lui, ma per quello verso la famiglia Molin con cui stava per imparentarsi. La cosa sfumò pian piano, ma l’onore di Guglielmo ne uscì per sempre compromesso.
Rosella non seppe della lavata di capo che Guglielmo aveva subito dal padre, ignorava anche che in paese circolassero delle voci sul suo comportamento. Il suo fidanzato ora era gentile, affettuoso e corretto.
Lavorava con i suoi fratelli, Adriano gli scansava le occupazioni più dure, non aveva smesso di essergli amico, ma l’intimità di una volta era sparita. “A un amico si perdonano un sacco di cose, tu sei di una pasta diversa dalla nostra, non sei cresciuto qui. Ma bada a non fare un torto a mia sorella o povero te, per il lavoro ti paro io il culo.”
Anche Adriano, uno degli ultimi scapoli di Rocca, si era fidanzato e aveva smesso di fare scorribande nei paesi.
Guglielmo pensò che, sposandosi, avrebbe risolto almeno parte dei problemi. Avrebbe riacquistato la fiducia dei suoceri, si sarebbe riconciliato con i parenti. Rosella lo amava e lui le voleva bene, era una cara ragazza, lo avrebbe appoggiato sempre. Non era bella di viso come Elena, ma era ben fatta, con un bel seno e gambe niente male.
Si sposarono nel 1958, con una bella festa. Per il viaggio di nozze, dopo una sosta di due notti a Venezia, andarono a Perugia, la sposa non aveva ancora conosciuto quei parenti di Guglielmo, che si era recato a Priora solo un paio di volte, l’ultima per i funerali del nonno Orazio.
Avevano prenotato una stanza in albergo, in città, ma furono spesso ospitati dagli zii.
Nonna Lucia era commossa, abbracciò il nipote e la sposa, non volle staccarsi da Guglielmo per tutto il tempo che stettero con lei.
La prozia Angelica era ancora vispa e arzilla, a Guglielmo era parsa un po’ più piccola e magra, ma il suo viso era quasi senza rughe, lo sguardo sempre vivo e …indagatore.
“Graziosa la tua sposa- aveva sussurrato all’orecchio del pronipote- somiglia molto alla sorella senza crocetta della foto…”
“Zia, sai come vanno le cose… questa è quella giusta, però.”
“Comportati bene, malandrino, e ricordati di venire a portare la mia bara quando sarà ora, che me lo devi”.
Questo era stato il suo commiato alla fine del loro soggiorno. Guglielmo giurò.
A Rosella,  Angelica consegnò una busta. “Questo è il regalo di alcuni parenti nostri, quelle famiglie che hanno dovuto espatriare negli anni del fascismo. Ci siamo scritti in questi anni, come sai si sono sempre interessati a te, Mino. Li ho avvisati io. Se non ti dispiace tengo io i telegrammi di congratulazione, così, per ricordo.”
Guglielmo chinò la testa, annuendo. Rosella gli fece tante domande, sui quei familiari, e Guglielmo imbastì verità e fantasia, inserendo un suo ruolo nelle vicende di salvataggio, fino a esaurire la sua curiosità. La moglie restò molto colpita, suo marito aveva per genitori degli eroi, le dispiaceva molto non averli conosciuti, si fece promettere da lui che sarebbero ritornati ancora a Priora, magari con i figli, se ne avrebbero avuti.
Questo era stato l’inizio di una vita di sacrifici, per Guglielmo. E anche di alcune gioie, doveva ammetterlo.

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