IL TERZO GIORNO capitolo quinto

Il Terzo Giorno -Capitolo Quinto

Due Primule Rosse nel Ventennio

 

Giorgio e Viviana erano stati portati a Perugia, morti.
Guglielmo passò tre giorni in delirio, fuori di sé. Orazio e Lucia, a loro volta annientati, temettero di perdere anche lui. I genitori vennero sepolti a Priora, lui non riuscì a partecipare ai funerali, la febbre gli era salita a 39 gradi, straparlava e rideva come un forsennato. I suoi non c’erano più.
Quando si riebbe, non volle sapere nulla, né dell’incidente, né del funerale, per Guglielmo i suoi si erano nascosti, l’avevano abbandonato, perpetuamente in viaggio lontano da lui.
Al funerale aveva partecipato tutta una folla, tranne lui. Non i nonni Renato e Maria, che non erano in grado di muoversi e che comunque erano convinti che il figlio e la nuora fossero in viaggio all’estero, né la zia Angela, rimasta per non far nascere sospetti ai due vecchi.
Tra i parenti e gli amici si distingueva un gruppo di persone estranee, era la Giovane Compagnia Filodrammatica: colpiti e increduli, consegnarono la colletta che avevano raccolto tra loro ad Angelica, per il figlio dei loro compagni.
Per Orazio e Lucia il colpo era stato durissimo, il nonno ebbe un altro “insulto” che lo ridusse inabile, in carrozzina. La nonna invecchiò di colpo, era sempre stata indaffarata e allegra, ora era spenta, incurvata. I due vecchi non erano più autonomi, avevano bisogno di assistenza. Andrea, il loro figlio maggiore, li prese a casa sua, lui e la moglie Giulia erano entrambi medici, i figli grandi abbastanza per capire la situazione e dare una mano.
Non contarono nemmeno sull’aiuto di Guglielmo, che pareva straniato. Restò solo nella vecchia casa dei nonni, la prozia Angelica si recava quasi ogni giorno per preparargli qualcosa da mangiare.
Gli zii materni, Viviana aveva una sorella e due fratelli, per un bel po’ portarono pazienza, ma la cosa non poteva durare. I rapporti si complicarono.
“ Tuo nipote ora esagera – brontolava lo zio acquisito – non può vivere alle spalle nostre e della zia Angelica, sta sfruttando quella povera donna che gli vuol bene come una madre!”
Guglielmo prometteva che si sarebbe dato da fare, ma intanto il tempo passava. Tergiversò per quasi un anno.
“Le cure per i nonni costano, dobbiamo affittare o vendere la loro casa”. La frase gli scoppiò nelle orecchie come un bomba e esplose anche Guglielmo: ” Non è vero, volete solo cacciarmi via! Sono orfano e di peso, non vi interessa nulla di me!”.
“Tu puoi restare da noi quanto ti pare, ma devi mantenerti da solo, contribuire, come fan tutti! Inutile fare tanti giri di parole, non puoi crogiolarti nella tua sfortuna. E’ ora di darsi da fare, mio caro. Per il tuo bene.” Guglielmo inveì, pianse e pregò ma gli zii furono irremovibili. Subiva un’ingiustizia. Prese le sue cose e un paio di valige appartenute ai suoi genitori e lasciò la casa.
Non andò molto lontano, Angelica gli aprì la porta della sua abitazione.
Guglielmo lasciò alla zia il compito di aprire le valigie dei suoi genitori. Non voleva toccare i vestiti e le cose appartenute alla madre, gli abiti del padre: non voleva soffrire.
Angelica gli consegnò due lettere che vi erano custodite, l’indirizzo sulle buste era quello di Angelica, ma lo scritto era rivolto a Viviana. Portavano la data di due anni prima.
“Carissima cugina, scrivo alla cara Angelica perché non so dove vi troviate, ma sono sicura che lei ve le consegnerà. Ho avuto modo di scrivere solo ora, puoi immaginare quante vicissitudini abbiamo passato in questi anni, ottenere il visto per gli Stati Uniti è stato difficile, dopo che ci avete lasciati siamo stati fermi a Lisbona due mesi, una volta sbarcati ci siamo sempre dovuti spostare. Solo adesso abbiamo trovato una casa e posso mandarti il nostro indirizzo. Ti scrivo per esprimere tutta la nostra riconoscenza per quello che tu e tuo marito avete fato per noi, non finirò mai di ringraziare tutta la tua famiglia e specialmente la cara Angelica, un vero angelo che ci ha confortati e custoditi. Ritorniamo spesso a quella notte, al viaggio fatto con tutta la paura e l’angoscia che ci invadeva, e ancora prima a quei giorni in cui ci avete nascosti, con grande rischio per voi e per tutti. Immagino quanta pena deve esservi costato lasciare vostro figlio per affrontare i pericoli insieme a noi. Grazie, grazie da parte mia, di mio marito Ismael e della mamma. Ho una bella notizia da darvi, sono incinta di cinque mesi, va tutto bene, finalmente una cosa buona dopo tutto questo orrore. Se sarà una femminuccia la chiameremo come te, se sarà un maschietto Giorgio! Spero che questa mia vi trovi in buona salute…”
Guglielmo saltò alla firma: la tua affezionata cugina Rachel Orefice, ora Steiner.
Guglielmo distolse lo sguardo dalla lettera e interrogò Angelica.
“Cosa…cosa vuol dire questo?”
Afferrò l’altra busta.
“Carissimi Viviana e Giorgio, nostri fidati, temerari salvatori, vi scrivo da Boston, siamo per ora ospiti degli zii Samuel e Greta Schwartz (qui lo zio viene chiamato Sam!), ma ho già trovato lavoro e presto ci trasferiremo in un quartiere vicino al loro. Il nostro desiderio è sempre quello di approdare in Palestina, una speranza che speriamo possa avverarsi in futuro. Ogni cosa buona che avremo d’ora in poi è merito vostro, della vostra generosa famiglia che non finiremo mai di ringraziare e che speriamo di sapere in buona salute. Un caro pensiero in particolare alla coraggiosa Angelica che…”
“Zia! Cosa significa? Vuoi dirmi di chi sono queste lettere? Perché ci conoscono, perché ringraziano perché?…cosa hanno fatto i miei?”
“ I tuoi avrebbero voluto dirtelo, ma poi sono successe tante cose e alla fine è andata come è andata. Ne ho ricevute altre, e ancora ne riceverò, di queste lettere, man mano che tutte le persone che abbiamo aiutato scriveranno dai quattro angoli del mondo. A queste prime ho mandato un telegramma quando successe l’incidente, ecco, questi sono i telegrammi di condoglianze, sono rimasti tutti addolorati e colpiti, nessuno se lo aspettava, ci sono tante parole buone per te…”
Guglielmo li respinse con un gesto, era annichilito.
Angelica uscì dalla stanza e tornò con un foglio: “Questo l’ho nascosto per anni, nella fodera del cappotto, ancora adesso continuo a nasconderlo per abitudine…”
Glielo porse, la grafia elegante di Angelica riportava minutamente nomi, date di nascita, grado di parentela, appoggi in varie città, possibile destinazione, lasciando per ognuno uno spazio per le eventuali aggiunte.
Guglielmo scrutò attentamente l’elenco. Orefice, Levi, Rossi, Finker, Spiegel…
“ Ma chi sono? Cosa gliene importava ai miei di queste persone?”
Angelica si spazientì. “Non hai un briciolo della coscienza dei tuoi genitori! Lo han fatto perché era giusto farlo! Senti, sai come fa di cognome tua nonna Lucia, da nubile, dico?”
“ Ma sì, Perfetti Lucia e allora?”
“Allora quello è il cognome del suo babbo Aristide, la sua mamma invece, faceva Rachele Orefice”. Guglielmo non capiva. Orefice, si vede che qualcuno degli avi faceva quel mestiere
“E allora?”
“Orefice, la famiglia era ebrea.”
I suoi genitori. Avrebbe dovuto esserne fiero, invece un tarlo gli si mise in testa, i suoi genitori avevano giocato col fuoco, senza pensare a lui. L’avrebbero lasciato orfano ancor prima dell’incidente d’auto, per aiutare degli estranei, come se lui non contasse nulla.
“ Quando la tua bisnonna Rachele sposò un cristiano, per la sua famiglia fu un dramma, avrebbero voluto che sposasse un ragazzo ebreo. Così chiusero i rapporti. Poi quando nacquero Lucia e i suoi fratelli le famiglie si ravvicinarono un poco, si riconciliarono, siccome stavano in località diverse, si scrissero. Tua nonna Lucia perse il padre da piccola, la sua mamma visse più a lungo. Tua nonna, come le sue sorelle e i fratelli, restò legata ai suoi nonni, agli zii, ai cugini della mamma. Aveva tutti gli indirizzi. Puoi immaginarti cosa successe dopo il 1937. I suoi parenti materni, alcune delle sue compagne di scuola persero il lavoro, i beni. Rischiavano la vita. Tua madre e tuo padre, nei loro viaggi, alcune di queste famiglie le avevano conosciute, erano anche stati loro ospiti. Tu non te lo puoi ricordare, con tutti gli spostamenti che hai fatto, ma un paio di volte ci sei andato anche tu, in qualcuna di quelle case.”
Guglielmo sussultò. Sì, non erano sempre stati in albergo o in affitto, ricordava qualcosa, scale e corridoi, stanze. Famiglie mai viste che li accoglievano, adulti che benevolmente si presentavano come “zii”.
Ragazzi della sua età con cui aveva diviso la camera, alcuni nomi erano un poco strani, Zaccaria, Israel, Tamar. Dunque una parte della sua famiglia era ebrea. Quanta era la sua parte? Un ottavo, un decimo? “Nonna Lucia! Ha avuto problemi?”
“No, tua nonna mai, quasi nessuno ne era a conoscenza. Ma tua madre sapeva, di questi parenti, con tuo padre decisero di aiutarli. Non era facile, non tutta la famiglia fu messa al corrente, non potevamo fidarci, bastava una parola fuori posto e era fatta. I tuoi nonni, i fratelli e le sorelle di Lucia, che stettero muti anche con i loro congiunti, loro sapevano. Per questo noi diventammo “fascisti”, sulla carta. “
“Una copertura – pensò Guglielmo- e quei due pazzi pensavano di interpretare la “Primula Rossa”. Ricordava quel libretto, uno dei pochi che avesse letto per intero, preso a caso dallo scaffale di una qualche casa. Rivoluzione Francese. Il Terrore. Il nobile inglese che fingeva di essere un codardo mollaccione, detestato persino dalla moglie, ma in realtà era la mente e il braccio di un’organizzazione che faceva espatriare gli aristocratici francesi salvandogli il collo dalla ghigliottina. L’inafferrabile “Primula Rossa.” Nel finale riconquistava l’amore della consorte, che scopriva la vera identità del marito.
Come si era vergognato, poi, quando aveva sentito la mamma dire al papà: “Dobbiamo prendere qualche libro in biblioteca per Mino, sta leggendo i romanzi d’amore della padrona di casa!”
Uno o due per volta o a piccoli gruppi, quelle persone erano state nascoste. “Dove?”
“A casa mia, nelle cantine dei nonni, nella canonica. Anche la Compagnia di attori era d’accordo, ci sono stati di molto aiuto. C’era una rete…ci spostavamo di notte.”
“Anche tu!?”
“Oh io ho avuto poco ruolo. Tua nonna preparava il cibo, i vestiti, quello che c’era. Io avevo delle conoscenze sicure. Trovavo i contatti. A volte i tuoi hanno dovuto fare viaggi lunghi. C’era tanto da organizzare, non sempre riuscivamo a procurare documenti falsi. Mio fratello, tuo nonno, era maestro in questo, si rinchiudeva nel suo studio a lavorarci, altro che pennichella. Ma a volte c’era troppo poco tempo. Se c’era una signora circa della mia età da salvare, le davo provvisoriamente i miei documenti. Sai, quando “partivo” con loro spesso era una finta, in auto c’era una parente o un’amica di tua nonna. Io me ne stavo anche per una settimana tappata in casa di una sorella di Lucia. Solo una volta le mie carte non sono tornate indietro, Eve nella fretta le ha tenute in borsa e si è imbarcata. Dopo un mese ho denunciato che le avevo bruciate per errore nella cucina economica.”
“Ti hanno creduto?”
“Non c’era motivo per non credermi.” Angelica, quasi offesa, alzò i suoi occhi chiari verso il nipote.
Una rete di cospiratori, come chiamarli? Eroi? Pazzi suicidi?
“Un bambino, mi ricordo di aver visto un bambino, una sera”
“Eh, c’erano anche quelli. Quel bambino, sì, i tuoi l’hanno fatto passare per te, per il loro figlio. Era una bambina, poverina, le hanno tagliato i capelli e vestita col tuo completino bleu, per fortuna tua nonna l’aveva serbato.”
Anche questo. Lasciare lui per salvare una cugina di quarto grado.
“ A parte le buone parole, hanno dimostrato riconoscenza, queste persone?”
“Cosa vuoi dire?” gli occhi di Angelica diventarono due fessure.
Guglielmo lasciò cadere il discorso.
Quella sera, ricopiò su un quaderno i nomi che la prozia aveva vergato sul foglio e tutti gli indirizzi di lettere e telegrammi.
Aspettò. Un mese, due mesi. Era solo questione di tempo.


“Cosa significa QUESTA?” Angelica irruppe nello studiolo dove ospitava il nipote, brandendo una lettera. “COSA hai scritto ai parenti di tua nonna, ai TUOI parenti, come ti sei permesso, come hai osato!” Guglielmo non aveva mai visto Angelica in quello stato, alterata e furibonda.
“TU! Hai osato rivolgerti a loro per elemosinare, hai infangato la memoria dei tuoi, come hai potuto abbassarti a questo?”
“ Non ho elemosinato nulla io! Ho chiesto notizie…ricordato quello che han fatto i miei, che mi han lasciato orfano, e che qui in Italia non c’è lavoro! Accidenti, zia, cosa c’è di male?”
“C’è che una delle cugine di tua nonna Lucia ha ricevuto la tua vergognosa lettera e si è preoccupata, ha scritto A ME per chiedermi come meglio aiutarti senza offenderti, non offendere te che ti comporti da miserabile ricattatore! A quanti hai scritto, vigliacco assassino? Stanno organizzando una colletta, vogliono pagarti il viaggio! Ti ospiterebbero! L’hai fatta grossa stavolta, questa non te la perdono, Guglielmo, fuori da casa mia!”
La prozia era infuriata. Volle indietro il suo foglio, sequestrò le cose di Guglielmo, il quadernetto dove aveva copiato gli indirizzi, le brutte copie delle lettere spedite, ogni carta, ogni minuta. Minacciò di rivelare la vergognosa faccenda alla nonna Lucia e ai parenti. Ci avrebbe pensato lei, a sistemare le cose, avrebbe scritto a tutte le persone contattate dal nipote, spiegando che si trattava di un equivoco.
Guglielmo si trovò fuori di casa, la valigia in mano. Approfittò per un po’ di tempo dell’ospitalità di un amico, trovò lavoro al mercato ortofrutticolo, ma era troppa fatica e non sopportava l’alzata all’alba.
Pensò di rintracciare la Compagnia teatrale dei genitori, ma questa si era sciolta e gli attori dispersi in altri gruppi.
Con quel che gli restava dell’ultima busta paga partì per il Veneto in treno, terza classe, con l’animo incupito, aveva subito l’ennesima ingiustizia, il tradimento da parte della prozia Angelica.
Si trovò così alla stazione delle autocorriere di Tuiano, nel maggio del 1950. “Me lo ricordo come adesso” diceva spesso tra sé e sé “ Quella bella ragazza, quel fiore di donna che trascinava due pacchi di roba insieme alla madre, una bella signora.”
Aveva aiutato le due donne, non c’era stato tempo per le presentazioni, la loro corriera stava partendo, l’altra figlia stava tenendo loro il posto. “Quel viso mi diceva qualcosa, peccato non ricordarmi dove l’avessi già vista!”
Solo una volta arrivato a Costa, dai nonni, la memoria gli era tornata, doveva essere la stessa ragazza della fotografia che gli aveva porto più di due anni prima Adriano, il ragazzo brillo, all’osteria di Tuiano, ma dove diavolo abitava? Guglielmo non ricordava il paese, per quanto si arrovellasse. “Sono salite in corriera…dovevo stare più attento, doveva esserci scritta la destinazione.”
Anni dopo l’episodio glielo avrebbe ricordato spesso la moglie, Rosella. “Il nostro primo incontro, dove ho incrociato i tuoi occhi, io ero in corriera… te lo ricordi, caro?”
“Come ora, tesoro, il tuo primo sguardo, come potrei dimenticarlo?”
Non se la ricordava per niente, la ragazza sulla corriera, proprio per niente.
Non riebbe a Tuiano il posto di inserviente che aveva lasciato. Se ne lamentò con lo zio Antonio Riggi. “Che ti aspettavi? Sei stato via quasi due anni, mica potevano tenertelo in serbo. Datti da fare, per il tuo bene, invece di andare in giro conciato come un damerino.”
“Il mio bene, tutti sanno cosa è meglio per il mio bene! Tutti preoccupati per il mio bene, come se gliene importasse qualcosa. Mi vogliono fuori dai piedi.”
I nonni Renato e Maria morirono nel 1951 a poca distanza l’uno dall’altra. Guglielmo si sentì abbandonato. Occupava due stanze nella loro abitazione, ma la situazione era provvisoria, uno dei suoi cugini stava per sposarsi e voleva ristrutturare la casa. Trovò lavoro nella biglietteria del cinema. Provava solo rancore nei confronti dei suoi parenti. Doveva trovare una soluzione.

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