IL TERZO GIORNO capitolo terzo

Il Terzo Giorno- Capitolo Terzo

Guglielmo

A chi gli chiedeva cosa l’avesse portato a Rocca San Pietro, Guglielmo Scarpa rispondeva che ci era arrivato per caso e restato per amore. Era sincero, una serie di casi fortuiti l’aveva portato fin là, l’interesse ce l’aveva incollato e lui lo considerava una forma di amore: per sé stesso.
Guglielmo era il figlio unico di Giorgio Scarpa, veneziano e di Viviana Sartori, perugina. Era nato a Venezia, dove aveva passato i primissimi anni, aveva un ricordo preciso delle grandi stanze della casa dove aveva vissuto con i nonni e dei campielli in cui aveva giocato.
Entrambe le famiglie di origine erano benestanti, negli anni precedenti il primo conflitto mondiale Viviana e Giorgio avevano potuto sia studiare sia fare diversi viaggi con i genitori e i fratelli e soggiornare nelle città d’arte. Nel 1911 Viviana a 17 anni si era diplomata maestra e durante il viaggio per premiare il suo ottimo risultato, aveva conosciuto Giorgio, di poco più grande, anche lui in vacanza con i genitori. Nel soggiorno a Siena i due ragazzi avevano scoperto le affinità dei loro caratteri e due anni dopo si erano sposati, il 12 settembre del 1913. Giorgio aveva interrotto gli studi in giurisprudenza. I due sposi avevano preso residenza a Milano, per accontentare i genitori lei si era iscritta a Lettere, lui ripreso il suo corso, ma era un paravento, in realtà lavoravano a singhiozzo e presero a viaggiare per divertimento oppure per necessità, quando capitava di fuggire dai creditori. Perché i genitori, non vedendo risultati, a volte tagliavano loro i finanziamenti. Entrambi avevano ricevuto lezioni di musica da privatisti e da studenti avevano frequentato piccole compagnie di attori dilettanti, attività che sporadicamente ancora amavano fare.
La loro vita e quella dell’intero mondo cambiò due anni dopo, il 28 giugno del 1914 con l’assassinio a Sarajevo dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria. Nel 1915 L’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa e Giorgio fu arruolato. Viviana tornò dai suoi a Perugia, dove fu raggiunta dai suoceri. Gran parte del patrimonio delle due famiglie andò perso, ma Giorgio tornò vivo dal fronte.
Ritrovò Viviana che assieme ai suoceri e alla famiglia di origine si era trasferita a Priora, fuori Perugia, in una casa di proprietà dei Sartori che poi vi si stabilirono, preferendo il paese alla città, più dispendiosa.
Avevano superato l’anno più terribile, il 1917, ma non tutti i familiari erano sopravvissuti. Da ambo le parti, alcuni parenti erano morti in guerra. Nei due anni successivi la “febbre spagnola” non aveva risparmiato le donne e i bambini, due cuginetti e una zia ne erano morti.
Orazio e Maria Scarpa tornarono in Veneto solo nel 1919, il suocero di Viviana fece parecchia fatica a riprendere la sua attività di notaio, come del resto suo padre in quella di avvocato, la clientela era cosa rara, le risorse della famiglia calarono.
Il primo e unico figlio della giovane coppia nacque nel 1923, Giorgio e Viviana traslocarono nella casa di Venezia, le rispettive famiglie sperarono che i due avessero messo la testa a posto, ma presto i due genitori lasciarono il piccolo Guglielmo alle cure dei nonni, ora paterni, ora materni.
Guglielmo ricordava un’infanzia bella, i nonni e gli zii lo circondavano di affetto e Giorgio e Viviana erano genitori premurosi, spensierati e allegri, quando erano presenti. Cambiavano spesso città, dopo i primi anni passati con i nonni, per alcuni periodi lo portavano con loro e lui non faceva in tempo a farsi degli amici che già dovevano caricare tutto sull’auto e partire. Genova, Napoli, Trieste, Roma. Ma anche brevi soggiorni all’estero, Parigi, Costa Azzurra, altre città che nemmeno ricordava. Il periodo a Roma era stato il più lungo, l’unico in cui aveva iniziato e concluso un anno scolastico. Giorgio e Viviana, toccati dall’esperienza della guerra, avevano deciso che niente era sicuro, tutto poteva esplodere da un momento all’altro. Non valeva la pena di passare la vita, che poteva essere spazzata via in un istante, logorandosi tutti i giorni in un lavoro “stabile”, magari remunerativo ma che a nessuno dei due piaceva. Ora facevano parte di una compagnia di attori teatrali.

“Sconsiderati! Trascinare con loro il bambino, senza mai mettere radici!”
A Guglielmo non pesava, non mettere radici, perché lui i porti sicuri li aveva.
Uno in casa dei nonni paterni Orazio e Maria Scarpa, prima a Venezia e poi nell’entroterra, i nonni avevano dovuto lasciare la città sulla laguna per ritirarsi nella loro abitazione di metà collina a Costa, all’inizio della Val di Tui, dove già viveva una delle due figlie, Giuliana, sposata. L’altro figlia si era maritata a Padova.
L’altro in casa dei nonni materni Renato e Lucia Sartori a Priora, dove risiedeva anche la prozia Angelica, sorella minore del nonno, col marito Alfredo.
Queste case erano a sue disposizione quando i genitori non lo portavano con loro, ci trovava affetto e tanta libertà: prati e campagne fuori dalla porta di casa e i divertimenti dei bambini di quegli anni: alberi da scalare, cugini e compagni di gioco con cui fare il bagno nei ruscelli o rubare frutti.
Il periodo scolastico fu un problema e non solo perché mise un freno ai suoi spostamenti, che comunque ci furono. Guglielmo iniziò il suo primo anno di scuola nell’ottobre 1929, avrebbe compito sei anni a fine mese. L’insegnamento era fascista, la scuola era stata riformata dalla legge Gentilini del 1923, riformata due anni dopo, la militarizzazione dei giovanissimi allievi era stata accentuata.
Giorgio e Viviana avevano altre idee e non solo a riguardo alle regole e ai programmi scolastici, ma dovevano essere cauti. Non volevano nuocere al loro figlio. Riuscirono a farlo esentare dagli esercizi fisici e dalle sfilate presentando un certificato medico che attestava un “soffio al cuore” del bambino. Il disturbo era stato rilevato per caso dal medico di famiglia dei nonni Sartori, durante una normale visita di controllo. Giorgio e Viviana portarono il figlio a Perugia, da un cardiologo. “ Non si tratta di una vera malattia, ma di un soffio funzionale, privo di significato patologico” li rassicurò lo specialista.
Per togliere il figlio dall’inquadramento fascista, trovarono un altro medico, amico di famiglia, che attestò la possibilità di un’anomalia congenita e patologica “ che poteva determinare un restringimento delle valvole cardiache e ostacolare il passaggio del sangue” per cui erano “ sconsigliati l’attività fisica e gli sforzi eccessivi”.
Guglielmo non fece mai parte dell’Opera Nazionale Balilla, senza rimpianti. Era insofferente alla disciplina, e inoltre non amava confrontarsi in attività o gare con i compagni. Non sopportava che alcuni fossero più bravi di lui. L’attività fisica la faceva quando andava in campagna. I cugini e le cugine gli riconoscevano una certa superiorità, e lui ne era contento.
Non gli piaceva nemmeno impegnare tutta la mattina stando zitto e fermo dietro a un banco, ascoltando un maestro che, lo intuiva, gli insegnava cose che i suoi genitori non avrebbero approvato. A casa Guglielmo, detto Mino, imparava altre cose, i genitori lo invogliavano a leggere, gli davano altre nozioni. Non leggeva volentieri, i genitori erano lettori accaniti, a lui libri annoiavano, nelle case dei nonni aveva a sua disposizione centinaia di volumi che apriva e lasciava a metà. A casa dei genitori i libri venivano presi in prestito dalla biblioteca, i giovani Scarpa non potevano disporre di una libreria con la loro vita vagabonda. I volumi spesso non ritornavano negli scaffali di origine: seguivano brevemente gli Scarpa nei loro spostamenti e poi venivano rilasciati, con discrezione e un lieve rimorso, sul tavolo della biblioteca di un’altra città per essere sostituiti con altri presi in prestito.
Dai genitori avrebbe potuto apprendere molto, ma l’insegnamento era discontinuo.
Giorgio e Viviana non avevano entrate sicure. Campavano alla giornata, dando lezioni private, ripetizioni, facendo i lavori più svariati, ora contabili, ora scrivani, pur che le occupazioni non li legassero in un posto in modo definitivo e permettessero loro di recitare. Quando la compagnia finiva le rappresentazioni in una città, la famigliola si spostava e Guglielmo cambiava scuola, compagni, abitazione. Ricevevano ancora qualche aiuto da casa, i nonni si preoccupavano per il nipote e in effetti quel denaro i genitori lo destinavano solo per lui. Un piccolo rivolo di denaro arrivava anche dalla prozia Angelica che, rimasta vedova e senza figli, li aiutò più volte nei periodi neri.
Per fortuna c’erano le feste, Natale, Pasqua e soprattutto le lunghe vacanze estive.
Guglielmo passava un periodo con i nonni e gli zii materni a Priora, l’altro con i nonni e gli zii paterni a Costa. A volte vi veniva lasciato anche durante altri periodi dell’anno, i genitori non avevano scrupoli nel togliere il figlio da scuola per i “gravi motivi familiari” per cui si assentavano o per l’aggravarsi del “soffio al cuore” del figlio. Di solito lo accompagnavano e si fermavano qualche giorno, ma presto i rapporti con suoceri o genitori si guastavano e scappavano via.
Tornavano a riprenderlo, se lo pigliavano in collo e via di nuovo, spesso senza ritornare nell’ultima abitazione che Guglielmo aveva lasciato. Era sempre diversa, non solo di luogo: a volte un albergo di lusso, a volte due stanze disadorne, un’altalena ora di ricchezza ora di miseria. Ma la mamma e il papà non erano mai abbattuti e a lui pareva un gioco. Guglielmo ricordava pranzi con molte portate, saloni con tanti invitati, gente importante, i genitori parevano conoscere tutti, lui vi era ammesso per una breve presentazione, veniva lodato. E ricordava anche un giorno in cui si erano seduti su una coperta per terra, in un appartamento semivuoto, e avevano mangiato pane condito con l’olio.
Che i genitori oltre a recitare tentassero la fortuna nei casinò, Guglielmo venne a saperlo solo molti anni dopo.
Nel 1937 il ragazzo frequentava il Ginnasio e viveva con i nonni materni per dare continuità agli studi. I genitori andavano e venivano. Fu l’anno delle leggi razziali e dei provvedimenti antisemiti anche nelle scuole. Alcuni professori vennero sostituiti e diversi compagni di scuola non poterono più presentarsi alle lezioni. Guglielmo cominciò a trascurare gli studi e subì una bocciatura.
Non sapeva perché, ma aveva paura, come se eventi terribili stessero per precipitargli addosso.
Il nonno paterno aveva sperato di avviarlo alla professione notarile, quello materno all’avvocatura, sostituendoli nelle loro ormai fruste mansioni. Guglielmo non finì mai il Liceo, troncando i sogni di famiglia.
La madre e il padre non se ne rammaricarono, poteva sempre fare l’attore, o qualsiasi altra cosa avesse in mente.
L’ampia platea di nonni, zie e zii lo scusavano, ma si dannavano per la preoccupazione : “Con l’esempio dei suoi genitori, poverino, che altro vuoi pretendere? E sono stati i nostri figli, che abbiamo educato noi, a combinarlo così!” Esclamava la nonna Lucia.
La cognata Angelica cercava di confortarla “ Ci siamo noi , non aver paura, lo aiuteremo e troverà la sua strada, qualcosa farà…”
“Ma cosa? Noi vecchi non dureremo in eterno, quei due scriteriati sfarfallano nei teatri e lui povero figlio sta qui a bighellonare, non può continuare così.”
Guglielmo lo sapeva, ma non riusciva a darsi un indirizzo. Stava bene dove stava, accudito dalle nonne di turno, che lo riempivano di manicaretti. Aiutava un poco i nonni, del resto un po’ di studi li aveva fatti. Qualche lavoretto nei dintorni o in città, lavori manuali che lasciava presto perché inevitabilmente finiva per litigare col padrone.
Provò con gli zii, esaurita la cerchia di Priora esasperò quella veneta, nemmeno con la parentela paterna riuscì ad andare d’accordo, secondo lui pretendevano troppo, perché era un parente, secondo gli altri era lui a pretendere uno spregiudicato trattamento di favore in quanto nipote. Giudizio unanime: svogliato e impertinente. Cugine e cugini, con cui da piccolo si era dato importanza, ora quasi non lo consideravano e a Guglielmo rodeva il fegato.
Intanto si avvicinavano i 18 anni e la minaccia del servizio premilitare obbligatorio. Due parenti erano al confino, per le loro aperte idee antifasciste.
I genitori, inaspettatamente, tornarono a Perugia e le cose parvero mettersi meglio per lui.
Altrettanto sorprendente, tutti in famiglia presero la tessera fascista. Anche il nonno, anche i genitori. Guglielmo era attonito.
Il nonno Renato Sartori impugnò i vecchi certificati medici attestanti il “soffio al cuore” del nipote, scovò tra i parenti e gli amici medici e ufficiali ben disposti e Guglielmo fu esentato dal servizio di leva.
L’anno dopo, nel 1939, nonno Orazio Scarpa riuscì a fare lo stesso per il figlio Giorgio perché non venisse richiamato.
“ Ha mosso mari e monti” assicuravano entrambe le nonne riferendosi al rispettivo marito. “ E quanto gli è costato…” senza specificare se in denaro o in orgoglio.
La famiglia materna e quella paterna tornarono a fargli da scudo, nessuno più gli rimproverava di non lavorare o non proseguire gli studi. Madre e padre risiedevano con lui a Priora, da cui partivano a volte improvvisamente con l’auto per viaggi non ben precisati, a lui dicevano “ Dobbiamo seguire la compagnia per alcuni giorni, un buon ingaggio”. A lui non sfuggiva la stranezza di quei viaggi, il tramestio in casa, ma non poteva parlarne con nessuno, i nonni e persino la prozia Angelica avevano la bocca cucita, non trapelava alcun indizio o notizia che riguardasse i suoi genitori.

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