IL TERZO GIORNO capitolo secondo

Il Terzo Giorno

Capitolo Secondo, la Signorina Ada.

La signorina Ada Crivellari, classe 1881, era approdata a Rocca San Pietro nel 1919.
Zitella stagionata, minuta, conservava dei suoi bei tempi lineamenti aggraziati che ne facevano intuire quanto fosse stata bella in gioventù, alcuni bei vestiti, cappelli fuori moda e un carattere indomabile. Nessuno sapeva con precisione da dove venisse, aveva vissuto in diverse città, né perché avesse scelto un paese così fuori mano per risiederci fino alla vecchiaia.
Il parroco glielo chiese, il perché : “Non le era più comodo Tuiano, invece di Rocca? E’ un paese grosso, sì, ma non ha le comodità di una cittadina.”
“ L’ho visto da giù, appena arrivata alla stazione. Si vede quel vostro bel campanile là in alto. In città mi ci sono fermata, un mesetto, e sempre guardavo su, al vostro paese sul colle. Poi ci sono venuta una volta a piedi, la strada è lunga, ma camminare mi piace. Qui ci resto ho pensato. Avete un bel cimitero al sole.”
E questo fu tutto. Ada non aveva l’atteggiamento pio delle zitelle del paese, non amava nemmeno il clero. Per il parroco fece un’eccezione, era “Un valente, un uomo di cultura si distingue sempre, tonaca o non tonaca”.
“Come il mare deposita una conchiglia sulla sabbia, così le vicissitudini della vita hanno consegnato Ada Crivellari al nostro paese. Dobbiamo essere grati al Signore per aver avuto il privilegio di accogliere questa sorella tra noi”. Il parroco annotò questa frase fra le sue carte, pensando di usarle un giorno lontano come epitaffio funebre.
Ada gli sopravvisse e arrivò a seppellire paesani ben più giovani di lei.
Quel luglio del 1919 arrivò in corriera, con una valigia e una cappelliera e in principio alloggiò nell’unica locanda del paese. La cappelliera destò grande stupore, nessuna donna ne possedeva una .
“ E nemmeno cappelli, a dire la verità. A coprire la testa qui le donne usano i fazzoletti!” si dicevano tra loro gli uomini giocando a carte.
“Che sia stata un’artista? Forse un’attrice…” bisbigliavano le donne, in paese si favoleggiò molto su questo argomento.
Le risorse economiche della signorina erano minime e cercò subito lavoro, dapprima nella stessa locanda, poi nel botteghino del lotto della tabaccheria Moro, sulla piazza. Trovò un appartamento nel sottotetto di una casa a tre piani, la finestra della cucina-soggiorno dava sulla piazza, le altre stanze guardavano verso la campagna e i monti. Quando si fu sistemata, chiese un permesso di due giorni e ritornò con la madre, una donnina sempre vestita di nero, ancora più minuta, caparbia e volitiva della figlia. Nemmeno Ada riusciva a tenerle testa.
Rosa Vignole, vedova Crivellari, usciva di rado di casa, ma riceveva posta da ogni angolo del mondo, lettere che si faceva leggere da Ada perché non ci vedeva quasi più. I paesani, già incuriositi dalla cappelliera, fantasticarono in vario modo su questa corrispondenza: per alcuni Ada era stata una famosa cantante lirica, per altri una ballerina dell’Operà di Parigi.
Giovanni Marcer detto Nanni e il suo compare Agostino Ferro detto “Stin”, giuravano di averla vista recitare in un film muto, con Chaplin.
Rosa, a suo modo, collaborava con la figlia: i paesani, soprattutto le signore, salivano volentieri i sessantaquattro scalini fino all’appartamento dove la vecchina consigliava i numeri del lotto, interpretando i sogni e leggendo le carte. Ci indovinava spesso e riceveva regali o piccoli compensi.
“Ma perché non li gioca lei, i suoi numeri?” le chiedevano stupiti i visitatori. “ Ci giochi, ha la mano fortunata!”
Rosa scuoteva la testa. “ Il denaro vinto al gioco va in farina del diavolo.”
D’inverno offriva agli ospiti il the, versando nella teiera l’acqua che prendeva col mestolo dal bollitore della stufa. Lo stesso recipiente dove, velocemente, si “ sbollentava” le dita afflitte dai geloni. Riempita la teiera, ci metteva le foglioline di the e a tempo debito lo versava nelle tazzine.
Gli ospiti , già sgomentati dall’immersione delle dita nel bollitore, guardavano atterriti la goccia che pendeva dal naso dell’anziana signora, pregando che non cadesse nella loro tazzina. Toccava, con equità, ora all’uno, ora all’altra. Si rassegnarono, pareva portasse fortuna.
Morì ultranovantenne a Rocca San Pietro e fu sepolta nel cimitero del paese che occupava la parte più bella di un poggio al sole, dietro alla chiesa.
In seguito Ada trovò lavoro da Pietro Molin che allora, insieme ai fratelli, aveva un mulino appena fuori dal paese e un piccolo forno con rivendita di pane nella piazza. Lavorò per loro molti anni. Era svelta, affabile con i clienti e persona di fiducia. Cosa abbastanza rara per una donna della sua epoca, era in possesso della patente di guida, non avendo un’auto nessuno lo sapeva: Pietro lo scoprì per caso. Ada assunse l’incarico di fare le consegne nei paesi limitrofi, nelle frazioni più lontane, fino alle case sparse sui colli, dove prima con la vecchia automobile dei padroni, poi col furgoncino della ditta, affrontava stradine sterrate e tornanti senza protezione. Rivelò un’abilità straordinaria nell’organizzare i suoi giri, in modo da soddisfare le richieste nel minor tempo possibile.
Nel tempo libero faceva lunghissime passeggiate e alla sera trovava il modo di continuare, in casa, un suo antico lavoro, la sarta. Si confezionava i vestiti e i cappelli “alla moda”. Le signore del paese presero ad andare dalla “modista” per rinverdire anche loro il guardaroba, chi andava a Tuiano era incaricato di comperare e recapitare alla signorina Ada le riviste con i nuovo modelli. Confezionava anche i cappellini, con veletta o senza, graziosi ornamenti che presto presero il posto dei fazzoletti da testa, in chiesa, per le signore più giovani e audaci.
I Molin si ingrandirono, la piccola rivendita divenne pastificio, panetteria, pasticceria. Il negozio dava sulla piazza, dove si aprivano anche altre attività, il negozio di alimentari, l’osteria e più tardi una pizzeria. Lungo le stradine altri negozi, ciabattino, ferramenta, fruttivendolo, latteria. Non mancava nulla, in paese.
I figli e i fratelli di Pietro Molin si divisero i compiti nella ditta, ma non c’era lavoro per tutti, molti presero altre strade trasferendosi con la famiglia lontano dal paese. La sorella Maria prese la gestione di una malga in Alta Val di Tui, il fratello Roberto aprì una ditta di trasporti a Tuiano, suo il figlio Giuliano un’officina meccanica.
L’ultimo dei figli, Giovanni, ebbe la responsabilità insieme con la moglie Angela Ricci del panificio-pasticceria che poi trasferirono ai figli.
Anche il paese si sviluppò, negli anni cinquanta non c’era più una sola locanda con bar come all’arrivo di Ada, ma due alberghi- pensione, un cinema (oltre al cineforum parrocchiale), la farmacia.
La strada a tornanti che lo collegava a Tuiano venne ingrandita e asfaltata. Rocca San Pietro diventò un piccolo paese turistico, quando ciò significava, per le famiglie della pianura, godere di un soggiorno tranquillo con “l’aria buona” e poche pretese.
Col tempo, cresciuti tutti i figli, nata una schiera di nipoti, la famiglia di Pietro Molin si trovò a non aver più bisogno di Ada come autista o commessa, pareva che maschi e femmine nascessero con la voglia di impastare il pane, lavorare in bottega, in officina, nelle malghe, i più giovani scalpitavano per andare in giro con i furgoncini a fare le consegne.
I Molin non volevano però disfarsi della signorina Ada e lei si reinventò. Oltre che proseguire nella sua attività di “modista” si propose come governante e balia asciutta dei numerosi pronipoti di Pietro e Eleonora, visto che anche le donne di famiglia lavoravano in ditta o in altri esercizi.
Ada, che non era mai stata madre, dimostrò doti notevoli nel curare la marmaglia affidatole. Era stata perentoria: “ I bambini li prendo dopo l’anno, da svezzare, prima han bisogno della mamma”.
Inquadrò i ragazzi più grandi e allevò i più piccoli, cantava filastrocche per loro, ritagliava pupazzi e animali di carta, giocava a nascondino.
Appena erano in grado di camminare, li portava fare passeggiate sempre più lunghe sui colli, oltre le malghe, fino in cima al Pizzo, sulle creste dove crescevano le stelle alpine.
D’inverno la prima tappa delle passeggiate era il cimitero, in estate l’ultima, per deporre mazzi di fiori di campo sulla tomba della mamma Rosa, i bambini facevano a gara per trovare i più belli. Con la sua figurina minuta, la si distingueva appena dai ragazzini, davvero era una piccola, vecchia ragazza inossidabile, dal passo svelto e deciso, in testa a tre o quattro marmocchi.
Ada era affettuosa, ma sapeva essere ferma e autorevole quando serviva.
“Il Sergente” la chiamavano in famiglia. Anche da adulti, i ragazzi Molin zittivano immediatamente se la signorina alzava un ciglio in segno di disapprovazione.
Partecipando alla vita della famiglia allargata, tante gioie e parecchi dolori, finì per essere considerata una parente, una zia estrosa e molto amata. I figli minori di Giovanni erano i più affezionati, anche se erano stati presi da grandicelli, in particolare Rosella che le era attaccata quasi quanto a sua nonna Eleonora. Quando si sentì troppo vecchia per correre dietro a un bambino, Ada andò in pensione. Ma era oramai di casa e quindi restò sempre molto presente.
C’erano stati periodi bui, negli anni. Ogni famiglia, in paese, aveva perso qualcuno, ucciso nei conflitti o morto per malattia e miseria.
Antonio, classe 1919, il primo figlio di Giovanni e Angela, morì sul fronte russo. Franco, di due anni più giovane, rientrò in patria dopo un anno passato da prigioniero, con un tortuoso viaggio durato sei mesi. Due suoi cugini sopravvissero, mutilati. Gli altri, dopo i lutti e le privazioni, ripresero a lavorare per risollevare le finanze della famiglia.
La vita continuò. Ada ricordava quando la signora Angela, asciugate le lacrime, aveva rispolverato le ricette di dolci e focacce della suocera Eleonora e il negozio aveva aggiunto il settore pasticceria, torte al cioccolato, delizie di panna e crema.
Elena, terza figlia di Giovanni e Angela, si diplomò maestra, seguita quattro anni dopo dalla sorella Rosella. Giovanni e Angela avevano voluto che tutti i figli frequentassero le scuole, spalleggiati dalla “zia” Ada: “Panettieri va bene, ma studiati, che carta canta e villan dorme.”
I due primi maschi, Antonio e Franco, non ne avevano voluto sapere e si erano fermati alla quinta elementare, Adriano, di un solo anno maggiore di Rosella, aveva fatto “le Industriali”. Franco lavorava col padre, poi da sposato nell’azienda agricola del suocero, continuando però a collaborare in panificio. Adriano prese il suo posto nella ditta Molin, a tempo perso aiutava lo zio Giuliano in officina, la sua passione era una vecchia moto Guzzi, sempre in riparazione.
Elena, a parte rare supplenze come maestra nei paesi, aveva la responsabilità della pasticceria insieme con la madre Angela.
Rosella, anche lei maestra, all’insegnamento preferiva il lavoro con la madre e le sorella. Per frequentare le superiori le ragazze avevano dovuto lasciare San Pietro e scendere fino a Tuiano, ospiti di parenti. Tornavano per i fine settimana e per le vacanze, allora venivano accolte dai nonni e coccolate dalla zia Ada, era un passare da un desco all’altro, nonostante le ristrettezze.
Un’estate, Rosella era in seconda magistrale, la signorina Ada fu raggiunta da una sua sorella, una delle maggiori, Virginia.
Virginia Crivellari, vedova De Piccoli, sopravviveva con poca pensione di reversibilità. Dei suoi sei figli, cinque maschi e una femmina, gli era rimasto l’ultimo, Giuseppe, gli altri avevano trovato lavoro ai quattro angoli della penisola, si erano sposati e avevano figli.
Il figlio minore era un uomo solo per l’età anagrafica. A nove anni era stato colpito dalla poliomielite, tutti gli arti deformati. La gamba destra era più corta dell’altra, rattrappita, il ragazzo camminava con un apparecchio ortopedico che gli dava un’andatura da automa. La madre l’aveva portato in vari ospedali, dando fondo a tutti i risparmi, lasciato per un periodo in una colonia marina, perché si rafforzasse le ossa, ma tutto era stato inutile.
Dall’ultimo periodo, quello nella colonia gestita da religiosi, il ragazzo aveva riportato un trauma psichico che ne aveva arrestato lo sviluppo mentale. Era stato un bambino vivace e intelligente, prima della malattia, la lontananza dalla famiglia da cui si era creduto abbandonato, la severità e la durezza dell’istituto religioso, uno o più episodi di violenza carnale di cui non si seppe mai se era stato vittima o solo testimone, lo avevano reso un eterno bambino. Di questi episodi non era pienamente cosciente, ma tornavano spesso nei suoi incubi notturni scuotendolo tutto. La famiglia aveva appreso con sgomento “le brutte cose” che erano accadute “Non a me, a un altro Giuseppe” e nascose per sempre l’accaduto.
La madre gli si dedicò tutta, il marito era quasi sempre lontano prima in guerra, poi emigrante, trascurando i figli sani, che se ne risentirono. Si vergognavano un poco del fratello, preso in giro dai coetanei, allontanato dai giochi cui non poteva partecipare, bersaglio di scherzi e derisioni.
La madre lo aiutava a vestirsi, a calzare le scarpe, lo portava in bagno, lo lavava, lo imboccava, lo trattava come un infante. Da questo suo prodigarsi Virginia ricavava conforto, senza rendersi conto che Giuseppe, invece di migliorare, regrediva ad uno stadio infantile.
Rimasta vedova, Virginia non aveva potuto più permettersi di vivere in città, a Bologna, dove aveva passato parte della sua vita da sposata. Scrisse alla sorella e Ada, ormai libera da impegni, la ospitò col figlio nel suo appartamento, dove aveva ostinatamente voluto rimanere, nel sottotetto della casa a tre piani, quattro considerando il sottotetto. Vi aveva sempre abitato, in affitto, con la mamma.
Diventò proprietaria, perché i Molin, per riconoscenza e come liquidazione, glielo regalarono dopo aver invano tentato di offrirle un’abitazione più comoda, alla fine del paese, senza rampe di scale.
Niente da fare, con la signorina Ada: “ Da quassù posso vedere il cielo, i monti e il Camposanto, così quando sarò decrepita potrò salutare la mia mamma senza arrancare fino là. E dalla finestra della cucina vedo la piazza e il negozio con sopra la vostra casa. Così posso salutarvi, con la mano”.
Non era la sistemazione migliore per il nipote Giuseppe, che impiegava quasi mezzora per scendere le scale e di più per salirle, ma era un alloggio economico, non c’erano molte spese, si scaldava con poco  (erano abituate a riscaldare la sola cucina ), era luminoso (risparmiavano la corrente elettrica) il che permetteva alle due sorelle di mettere da parte qualcosa per il futuro del ragazzo, per quando sarebbe rimasto solo.
La città aveva isolato Giuseppe, il paese lo accettò. Nessuno lo respingeva e riacquistò fiducia negli altri, ritrovando la vivacità di sé stesso bambino, come prima della disgrazia. C’era stato un primo momento di diffidenza davanti a quell’individuo con la testa sproporzionata rispetto a braccia e gambe, claudicante, un uomo che si comportava e faceva discorsi da bambino, ma era passato presto. I paesani avvicinavano madre e figlio con naturalezza, senza falsa compassione.
“ Ciao, ciao! “diceva a tutti Giuseppe e chiamava”zio e zia” ogni estraneo che lo salutasse. Per tutti rimase “il ragazzo” anche quando i capelli gli diventarono bianchi, gli occhi però rimasero gli stessi, grandi, castani, fiduciosi.
Grazie a Virginia, trapelò qualcosa del passato di Ada Crivellari. “Intanto il nostro cognome è Crivellaris, ci è stato cambiato dalle leggi del duce, che il diavolo se lo porti”. Virginia era una delle maggiori e Ada la più piccola di ventidue fratelli: “Tutti figli della stessa madre e padre, e nessun parto gemellare” precisava. A San Pietro tutti ricordavano la mamma, Rosa Vignole vedova Crivellari, cui non mancavano mai i fiori freschi sulla tomba.
“C’è da non credere, una donna così piccina, quel passero da due soldi, sfornare tutti quei figli!”
C’erano le vecchie foto a testimoniare il passato, poche fotografie in bianco e nero del gruppo familiare in espansione: padre e madre al centro, attorniati da figli e figlie sempre più numerosi, i grandi in piedi dietro ai genitori seduti, ai lati altri con i calzoni corti o le sottanine al ginocchio, i piccoli con le gambe incrociate davanti. Onnipresente, l’ultimo nato in ordine di tempo in braccio alla mamma. “Non siamo mai tutti, qui manca Renato che faceva il minatore in Belgio, la Rosanna e la Giulietta già sposate e emigrate in Argentina. Queste sono loro sulla banchina del porto, a Genova. Renato lo vedete qui, in questa foto dove ha ancora i calzoni corti… In questa mancano Luca, Massimiliano, Anna, Lucia e Ada che sono nati dopo ”. E così via, una nidiata che presto si era dispersa in giro per il mondo, questo spiegava le lettere con i francobolli esotici che arrivavano alla madre e alla sorella da ogni parte del globo, Germania, Belgio, Francia, Argentina, Brasile, perfino Australia. Missive che ancora la postina consegnava alle due sorelle, anche se a cadenza più distanziata di un tempo, di solito per le ricorrenze religiose o per i compleanni.
Il fatto però non intaccò le storie che erano fiorite sul passato di Ada, che rimase nella tradizione orale di Rocca una cantante lirica, attrice di film muti, una leggenda.
Ai fratelli più piccoli e specialmente a Ada, i fratelli adulti avevano cercato di risparmiare le ristrettezze della loro infanzia, avrebbero voluto farli studiare, c’era stato un tempo in cui la famiglia aveva sperato in un po’ di benessere. Ma c’erano state due guerre, i trasferimenti, lo sfollamento, la morte del padre e poi del marito di Virginia, la disgrazia toccata a suo figlio Giuseppe. Anni di miseria. Virginia sciorinava tutti i nomi dei congiunti, alcuni dei fratelli e sorelle ritratti erano morti, e allora aggiungeva l’aggettivo “povero” al nome del congiunto. “ Questa è la povera Emma, questi sono i figli del povero Mario…”.
I fratelli e i loro figli nati all’estero, alcuni coetanei o addirittura più vecchi degli zii nati per ultimi, non sarebbero mai tornati in Italia, non ci sperava, chissà forse i nipoti, ma lei non li avrebbe visti “.
“Sono troppo vecchia e presto andrò a raggiungere la mia mamma sotto terra”.
Le amiche la rassicuravano: “ Che dice, siete fatte di acciaio, voi sorelle Crivellari, ci seppellirete tutti!” Discorsi allegri del pomeriggio, nel tinello del sottotetto.
Virginia continuava a raccontare. “ La mamma e i miei fratelli più piccoli hanno dovuto cavarsela da soli. Ada è riuscita a finire le medie, anche se lavorava da una sarta fin da bambina. Ha fatto le serali, è la più intelligente di tutti e la più determinata. Col diploma, ha trovato un vero lavoro, ma si sa, i soldi non bastavano mai. Lavorava tutto il giorno, solo qualche volta si prendeva un po’ di svago”.
C’era una foto che la ritraeva sugli sci “Sarebbe potuta diventare una campionessa, era tanto brava, brava in tutto. E tanto bella, guardate questo ritratto, se non assomiglia a Greta Garbo”.
Le signore annuivano, passandosi la fotografia che ritraeva Ada ventenne, giovane e bellissima, una diva. Prima che Virginia andasse veramente a raggiungere la madre al Camposanto, le estorsero la curiosità che più premeva loro: “Perché non si è mai sposata? Così bella, avrà avuto un codazzo di spasimanti!”.
Virginia taceva, non avrebbe voluto rivelare i segreti di sua sorella, ma tallonata dalle amiche alla fine si confidò, abbassando la voce. Le signore drizzarono le orecchie.
“ Ne aveva tanti sì, a volte andava a ballare, era invitata a qualche festa, ce la accompagnava uno dei fratelli. Ma Ada non voleva fare la fine di nostra madre, assediata da una masnada di figli, proprio no. Quasi non ci credo che poi abbia tenuto attorno alle gonne i nipoti dei Molin. Voleva essere indipendente, libera, anche se povera. E onesta! Onesta, sì, specchiata. C’erano tanti pretendenti, uomini che la chiedevano, anche benestanti e di uno si era anche innamorata, un bel ragazzo, distinto. Lì è stata la famiglia di lui a non volere, si sono opposti, loro erano ricchi e noi poveretti, cosa se ne facevano di una nuora bella e senza sostanza? Lui ha chinato la testa. Lo fecero fidanzare con una ragazza di buona famiglia, una settimana prima delle nozze lui si sparò. Anche per questo Ada poi non ha più voluto sposarsi, per rimanergli fedele.”
Di più non riuscirono a farle dire, Virginia si era già pentita e si cucì la bocca sull’argomento.
Il cruccio più grande di Virginia era sempre stato il futuro del figlio, Giuseppe,il suo Beppino. “Cosa ne sarà del mio Beppino quando sarò morta?” La sorella Ada giurò solennemente che sarebbe rimasto con lei, non l’avrebbe mai e poi mai fatto rinchiudere in un ospizio.
Giurò su quello che le due sorelle ritenevano più sacro, l’immagine di Padre Pio e il ritratto di Garibaldi. Padre Pio, uomo santo screditato dalla Chiesa, Giuseppe Garibaldi eroe e mangiapreti.
La famiglia Crivellari era anticlericale, ma credente.
Virginia si ammalò di cancro, chiuse gli occhi il due maggio del 1967 e andò a raggiungere la madre nel Camposanto al sole.
Ada si occupò del nipote. Gli concesse una settimana di pianti in cui chiamava la mamma, poi cominciò l’opera di rieducazione, per il suo bene.
Ci mise un anno, continuando ripetergli le stesse cose, fargli fare gli stessi movimenti, insegnargli per la centesima volta a cuocere un uovo, prima di concludere che non c’era speranza.
“Orpo di bio, sei proprio inetto!” sbottava la zia (di famiglia anticlericale, ma non bestemmiatrice).
“Non stare a piangere, Beppino, vieni qui dalla zia”.
Giuseppe dipendeva da lei, come dalla madre.
Riuscì però a farlo sbarazzare dell’apparecchio ortopedico, una scarpa apposita, fatta fare su misura dal calzolaio di Rocca, gli permise di camminare più spedito, aiutato da un bastone da passeggio.
La visita al Camposanto diventò anche per lui, come era stato per i ragazzi Molin, la prima tappa di qualche breve escursione invernale sui colli e l’ultima per più lunghi itinerari d’estate. Adesso c’erano due tombe a cui portare i fiori. Al ritorno veniva premiato con un gelato sullo stecco, o da una pasta alla crema.
Ada lo portò con sé a fare le commissioni, se in casa non sapeva destreggiarsi nemmeno per lavarsi il muso o far bollire un uovo, fuori era più autonomo, grazie al suo approcciarsi alle persone in modo immediato, infantile. Insieme prendevano la corriera e visitavano sempre un borgo diverso o andavano fino al capolinea, in città, tornando a sera. Giuseppe lo chiamava “andare in vacanza”. “Siamo andati in vacanza a Tuiano!”
La zia cominciò a farlo scendere di casa anche da solo, con la lista della spesa, non importava quanto ci mettesse a andare e tornare, avevano tutta la giornata per loro. Era bene che imparasse almeno questo, per quando lei non sarebbe più stata in grado di muoversi di casa. Passarono diversi anni prima che succedesse, ma poi il momento arrivò, Ada rimase nelle sue stanze, sempre al corrente dei fatti del paese, grazie alla sua rete di conoscenze disposte a salire al suo piano.
Non ci vedeva più tanto bene da vicino, ma le donne più anziane continuarono a salire da lei per consigliarsi tra loro su come stringere o allargare i vestiti o per lavorare a maglia, a volte accompagnate da figlie o nipoti. “ La stanza dei bottoni di Rocca” fu battezzato tra il serio e il faceto il tinello della signorina Ada.
Giuseppe era orgoglioso di essere utile e di uscire in autonomia. I negozianti oramai conoscevano “ il ragazzo” e la famiglia Molin aveva un occhio di riguardo per lui. “Ciao Rosi! Sono arrivato da solo! “ esordiva entrando nel Panificio.
“ Ma bene, che bravo sei, come sta la zia? Cosa di preparo?”
Giuseppe estraeva la lista compilata dalla zia, lui aveva disimparato a leggere e scriveva a malapena il suo nome, la mamma l’aveva ritirato dalla scuola per sottrarlo agli scherzi dei compagni.
“ Vuoi un cioccolatino?” chiedeva Rosella strizzandogli l’occhio.
“Io, sì!” esclamava contento, e aspettava con gli occhi gioiosi che lei glielo porgesse.
“ Grazie, e domani posso avere una caramella alla liquirizia?”.
Un giorno la caramella, un altro la pastina al pistacchio. Andava pressappoco così tutti i giorni, perché Giuseppe non poteva sobbarcarsi molto peso da portare su per le rampe di scale. Un po’ al giorno. Quando Guglielmo, lavorando al negozio, era testimone di questo teatrino, sbuffava .
“Tanta pazienza con quello scimunito! E vuoi dirgli di non chiamarmi Zio Tide? Non è neanche tuo parente, ma già, anche tu sei tutto zia Ada di qua, zia Ada di là. Se ha bisogno di qualcosa correte tutti, ha stregato il paese, la vecchia!”
“ Non capisco proprio il tuo astio! La zia Ada non avrà un legame di sangue, ma ci sono affezionata. E perché te la prendi col Giuseppe? Cosa ti ha fatto di male, è buono come il pane.”
Guglielmo girava le spalle, i vecchi suoceri “gli avevano tarpato le ali,” la Rosella gli rispondeva a tono, i figli lo criticavano…
Il risentimento verso la famiglia della moglie e alla fine verso tutto il paese, il suo mancato successo nella vita, gli facevano riversare tutta la bile contro Ada e il nipote. La vecchia megera era l’unica in paese a chiamarlo apertamente “Signor Aristide”, il suo primo nome, che detestava. Ada lo faceva senza malizia, il nome le pareva distinto, aristocratico. Il nipote usava altrettanto innocentemente il soprannome Tide, Nanni Marcer gli aveva detto che a Guglielmo piaceva molto.
Guglielmo era convinto che Ada lo facesse apposta e che avesse addestrato il nipote.
Li detestava entrambi.
Ada compì relativamente in salute 95 anni, superando un intervento alla cataratta e una frattura a tibia e perone.
Nanni Marcer aveva coniato per lei il soprannome “L’Inossidabile”, la maggior parte delle persone del paese l’aveva vista lì da sempre. “Ci seppellirà tutti” sentenziò Nanni.
Ada pensò che era tempo di pensare al futuro di Giuseppe, il cruccio che era stato della sorella Virginia passò a lei. Doveva affidarlo a qualcuno, non poteva nemmeno pensare finisse in un ospizio per vecchi.
Il suo terrore più grande tuttavia era morire di notte, nel sonno. Il nipote aspettava che lei lo chiamasse, alle otto, aveva bisogno di aiuto per alzarsi in piedi, calzare la scarpa speciale, andare in bagno. Un bambino. Senza di lei sarebbe rimasto disteso, chiamandola per chissà quanto tempo, finché qualcuno non fosse venuto a buttar giù la porta, terrorizzandolo. I pensieri le frullavano in testa come le ali nere dei corvi che di sera lasciavano la valle per rifugiarsi in collina tra le fronde degli alberi, a centinaia.
I Molin la rassicurarono, Giuseppe sarebbe rimasto a casa sua, avrebbero pensato loro a trovare una persona che lo accudisse.
“Ha una pensione di invalidità, non gliel’ho mai toccata e siamo vissuti con la mia. Gli lascerò anche tutti i miei risparmi” proruppe Ada quando entrarono in discorso “ Tutto a suo nome, nel libretto postale”. “Intanto, ci lasci una copia della chiave, si fida di noi, no? Magari alla Rosella, così nessuno le butterà giù la porta”.
Ada si fidava, sì. Lasciò le chiavi a Rosella, ma non le bastava. Ideò un piano, un segnale che divenne una complicità tra la vecchia signorina e la giovane donna. Ada alla sera chiudeva tutte le tapparelle, abitava in alto, ma “ Coi ladri non si sa mai, quelli possono anche passare dai tetti!”.
Ogni mattina, prima delle sette, avrebbe alzato la tapparella della cucina, quella che era dirimpetto alla terrazzina che stava sopra al negozio, sarebbe stato il segnale che era viva e vegeta. Poi avrebbe fatto le sue cose con calma, preparato la colazione, alzato il nipote che sarebbe sceso per le commissioni.
Rosella la assecondò, anche lei si alzava presto, salutare la vecchia balia dal terrazzo diventò una consuetudine, anche in altri momenti della giornata. A volte Ada sventolava un fazzoletto, mandava un bacio.
Ada scribacchiava la lista della spesa, la grafia peggiorava, ci vedeva sempre meno da vicino e presto non le bastò un foglio di quaderno per scrivere quattro cose che poi qualcuno doveva decifrare.
“Da lontano, però, ci vedo ancora. Oggi ti ho vista, con i bambini, come sono cresciuti!”
Rosella la convinse a installare un telefono, Ada non se ne serviva, non ci vedeva, trovava difficile individuare i numeri e girare il disco dell’apparecchio a muro “ Ho l’artrosi alle dita! ”.
Però riceveva le telefonate.
Rosella la chiamava dopo le otto, altrimenti Giuseppe nel dormiveglia si sarebbe spaventato, si faceva dare la lista della spesa, la commessa preparava tutto e poi il nipote di Ada scendeva a ritirare.
Alla sera le telefonava per la buona notte.Guglielmo si trovò pian piano invischiato in questa situazione non appena, da sposato, mise piede nell’appartamento sopra il Panificio, che i suoceri Giovanni Molin e Angela Ricci lasciarono ai novelli sposi, spostandosi in una casa vicina.

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