Di Gatti e di altri Amori – 3^ parte

Di Gatti e di Altri Amori –parte 3^

Una delle domande più odiose cui non mi piace rispondere (dopo di quella che ha perseguitato la mia infanzia: ”Vuoi più bene al papà o alla mamma, cara?”) è la classica “Sono meglio i cani o i gatti?” con dispute furibonde tra i sostenitori dell’una o dell’altra specie animale domestica.  A me non piace confrontare, i cani son cani e i gatti son gatti. Ognuno poi ha un suo carattere, non è che animali della stessa razza siano tutti simili. A me piacciono i cani, i gatti li adoro.
Non mi aspetterei mai un comportamento “da gatto” da parte di un cane e viceversa anche se a volte due cuccioli di razze diverse cresciuti insieme finiscono per imitarsi.
Avevo una gatta tigrata che mi aspettava ogni giorno quando tornavo da scuola. Ero alle medie e dal centro percorrevo via Feltre fino al n. 109 dove sul muretto vicino al grande cancello di ferro trovavo accovacciata la mia gatta, quando ero a tiro saltava giù e mi accompagnava lungo il vialetto e il cortile fino alla porta di casa. Fedele e affettuosa, ma da gatta. Immagino come, verso l’una, si avviasse indolente con l’aria di dire “Non ho niente di meglio da fare” fino al muretto e poi se ne stesse lì a guardare, inosservata, auto e pedoni che passavano.  Quando saltava morbida e aggraziata ai miei piedi emetteva un piccolo verso di saluto, accettava una coccola e si avviava a lato, mi passava poi tra le gambe, alzava il musetto, gradiva un’altra grattatina tra le orecchie ed eccoci arrivati a casa. E qui se voleva entrava (a rischio di essere cacciata fuori, a ora di pranzo niente gatti che saltino sulla tavola) oppure se ne andava per i fatti suoi senza vincoli né per me né per lei. Ho sempre ammirato questa qualità dei gatti, il rispetto che essi hanno per la loro libertà e la nostra, le loro movenze aggraziate nel girarti il didietro per squagliarsela movendo a esse la coda. Adoro la loro tirannia quando reclamano il cibo o le carezze, amo i loro dispetti e i graffi sulle mie mani. Non mi sognerei mai di disturbare un gatto che dorme, anche se questo m’impedisse di rifare il letto perché ci si è accoccolato sopra (e ha anche sporcato con le zampine tutte le lenzuola) o di alzarmi dalla sedia dal momento che ha deciso di appisolarsi sulle mie ginocchia. L’amore è questo, incondizionato, cieco, immenso.

foto - Di Gatti e di altri AMORI - 1^ Parte
Gatto goriziano © Copyright Paola G.

Ero ormai alle scuole medie quando trovai Cico. Da molte ore sentivo una bestiola lamentarsi, ma non capivo da dove provenisse il suono, una specie di latrato ora acuto ora sordo, e che razza di animale lo emettesse.  Nel tardo pomeriggio il verso assomigliava al “KRA-KRA” gracchiante di un corvo, con una nota di disperazione umana, il lamento si faceva sempre più flebile.  Alla fine trovai la direzione giusta e udii il figlio del vicino, un ragazzo di vent’anni, gloriarsi di aver lanciato con un calcio solo al di là della staccionata un gatto “ bastardo” scacciandolo dal “suo prato”. Mi precipitai sul posto e trovai un micino ormai senza più fiato, una miserevole creatura impaurita raggomitolata tra l’erba. Lo presi e lo portai a casa, per fortuna era sabato e lo potevo tenere con me.  Lo sistemai nella morbida tasca della mia vestaglia da camera, dove se ne stette al caldo e al sicuro due giorni, non spuntavano fuori nemmeno le orecchie.  Il lunedì dovetti andare a scuola e lui restò dentro la tasca della vestaglia appesa alla porta.  Gli davo da bere e da mangiare con un piccolo biberon ricavato da una bottiglietta di gocce per la gola. Il gattino si riprese, ma restò timoroso: aveva sofferto abbandono, fame, cattiveria e percosse.  Odiai il vicino.
Cico era bianco a macchie nere, una sul musetto sotto il naso che assomigliava a un paio di baffetti “alla Hitler” secondo mio padre e alla “ Charlie Chaplin” secondo me.
A causa dei traumi che aveva subito nella sua disgraziata infanzia era un poco tonto, della furbizia dei gatti manco l’ombra. Crebbe e diventò adulto, ma non sapeva cacciare e fu il gatto che più di tutti s’ingozzò di polmone cotto e avanzi del nostro cibo. D’estate sul prato che quasi circondava la nostra casa c’erano migliaia di cavallette, i nostri gatti le cacciavano: giocando e saltando sgranocchiavano croccanti spuntini.

Cico le mancava sempre anzi, non ci provava neppure a prenderle. Provai a insegnargli il mestiere appostandomi tra le erbe e balzando sulla preda afferrandola tra le dita. Non ci riusciva, guardandomi perplesso diceva chiaramente “ Io non capire te, mamma.” Così cacciavo per lui.
Gli porgevo le cavallette, quelle più cicce e gustose, grosse cavallette che a volte riusciva a perdere ugualmente. Mi rassegnai a porgergli le prede togliendo le zampette alle povere bestiole.
Da piccino Cico aveva imparato a infilarsi dentro i miei pantaloni, saliva su per la gamba ramponandosi con i suoi unghioli e si nascondeva dietro al mio ginocchio. Avevo sempre le gambe graffiate.
Quando divenne un grosso gatto, tontolone com’era non smise mai di provarci ancora, ma riusciva a infilare solo il muso e se ne stava lì, col testone nascosto nella zampa del pantalone, convinto di essere invisibile.
E poi anche Cico scomparve.

Per fortuna avevo anche un altro gatto, Marco, il micio nero che restò con noi alcuni anni, almeno fino a che fui alle superiori. Era un micino affettuoso, morbido e vellutato e una mia amica mi convinse che andava battezzato, io avevo qualche dubbio religioso, per cui lei stessa officiò il rito.
“Marco, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e Marco si prese una sana lavata di capo scrollando le orecchie. Amavo tanto il mio gatto. L’ho visto crescere e diventare adulto.  Marco cacciava, giocava, si addormentava con me. D’inverno si appisolava sul termosifone della mia camera e dormiva fino allo svenimento. A volte cadeva dal calorifero nel sonno ed io lo pigliavo al volo, altre scivolava a terra: stordito riprendeva subito una posizione dignitosa leccandosi distrattamente le zampette e il deretano, con l’aria del gatto che no, non è affatto caduto, l’ha fatto apposta.  Mia cugina aveva una cagnolina e a volte la portava da noi, cane e gatto avevano imparato a giocare insieme rincorrendosi in ampi cerchi nel prato ed era divertente vedere che spesso era il micio nero a rincorrere la cagnetta, poi si scambiavano le parti.
Alle superiori avevo una cara amica (lo è ancora oggi) che a sua volta aveva un gatto molto amato. Lei e la sorella lo avevano chiamato Callisto, il significato del nome, in greco, è “il più bello”.  Io e quest’amica eravamo le uniche ragazze con le mani e le braccia solcate da graffi rossi perché ci piaceva lottare con i nostri gatti, prendere il loro testone fra le mani, aizzarli finché ci grattavano freneticamente con le zampe posteriori. Loro si divertivano un sacco e noi pure fiere che le nostre lesioni facessero concorrenza con le piaghe di san Rocco. Gli adulti ci avvertivano del pericolo di terribili infezioni causate da “graffio da gatto” ma noi dovevamo avere sani anticorpi perché nessuna delle nostre lacerazioni s’infettò mai.
Marco mi stava in grembo quando studiavo, si profondeva in fusa interminabili quando lo accarezzavo e apprezzava i “grattini”: mia nonna mi aveva insegnato l’arte di grattare i gatti dove erano più sensibili, dietro alle orecchie, sotto il mento, sulla fronte, lui mi ricompensava ronfando di soddisfazione. Riusciva a stare sulle mie spalle, come una sciarpa, andavamo a zonzo nei prati in questo modo.
Marco si ammalò, il veterinario non seppe dirmi cosa avesse.  Provai a somministrargli una cura ma in pochi giorni divenne sempre più debilitato e triste, allontanandosi verso il boschetto dietro casa. Una mia vicina mi disse che tutte le bestie fanno cosi, si allontanano quando sanno di dover morire. Io non volevo perderlo, andavo a riprenderlo, ma non potevo tenerlo con me tutto il tempo. Decise lui, si allontanò e non lo rividi più.

Marco 1976 circa.jpg
Marco, il mio amato gattone nero © Copyright Paola G.

E arrivò una gatta nera, nera come Marco, la chiamai Marica. Era una gran cacciatrice e mio padre era molto fiero di lei. Un pomeriggio mio papà stava lavorando il suo grande orto con la gatta che lo osservava quando un uomo che portava a spasso il suo grosso cane lo apostrofò dalla stradina accanto: “ Signore, porti via il suo gatto, il mio cane non li può vedere  e non vorrei che lo azzannasse!”. Il mio genitore guardò il cane che già digrignava i denti e rispose: “ Senta, piuttosto stia attento lei al suo cane, che la mia gatta non ha paura di niente!” Il cane partì all’attacco, Marica gli saltò addosso e lo arpionò sulla testa, sopra gli occhi, il cane ululò disperato e fuggì come un razzo, la gatta tornò tranquilla al suo posto.  L’uomo restò  a bocca aperta e quando riuscì a spiccicare una parola emise un “Ah beh! Non ho mai visto una cosa simile…complimenti alla sua gatta!”.
L’abilità di Marica cacciatrice ebbe uno sviluppo negativo per l’economia domestica. Mio padre allevava parecchi conigli nelle gabbiette, in primavera e d’estate però, voleva lasciarli più liberi mettendoli sul prato. Costruì un gabbione mobile chiuso su tutti i lati, tranne il fondo, da una rete metallica a maglie larghe. I coniglietti ogni giorno potevano brucare l’erba e fare piccole corse, inoltre rasavano il prato zona per zona. Ben presto mio padre si accorse, rimettendo le bestiole nelle gabbiette per la notte, che qualcosa non tornava: prima uno, poi due conigli mancavano all’appello. Mio padre non se ne dava spiegazione: possibile che i conigli avessero trovato il modo di squagliarsela? Non c’erano segni di buche. Così si mise di guardia, una sera, dalla finestra della camera. “ E cosa ho visto? La gatta che si avvicina alla gabbia, afferra con le zampe un coniglio, mi guarda , miagola per dirmi – non posso proprio farne a meno!- e poi gli affonda i denti alla gola. “ Riusciva a uccidere un coniglio restando col corpo fuori dalla rete, zampe e muso dentro le maglie. Poi lo trascinava fuori. Pronto il pranzo per i piccolini. I conigli tornarono in gabbia.

Marica aveva partorito quattro gattini neri che non permisi passassero la selezione post-natale: potevano essere i figli di Marco! Gatta e cuccioli avevano una cassetta posta in alto su un ripiano nella legnaia dietro la casa. I piccoli non avevano ancora imparato a scendere da soli quando la madre scomparve. “ E’ stata travolta da un’auto” mi disse la mamma “ Sai andava a cacciare…” Non era vero, solo decine di anni dopo seppi la verità, la gatta era rimasta schiacciata sotto la legna che le era rovinata addosso, una catasta non ben sistemata.  Temendo che addossassi la colpa a mio padre, ero adolescente e in guerra col genitore, mi raccontò una versione credibile ma non colposa.
Restarono i quattro gattini da allevare, mia madre li sistemò in un confortevole scatolone in cucina e si curò di questi orfanelli con più amore e dedizione delle altre volte. Anche noi due sorelle collaboravamo contente, i piccoli erano quattro, due maschietti e due femminucce, andavano allattati ogni tre ore. Crebbero, anche se la dieta di latte vaccino annacquato forse non era appropriata (dopo la poppata assomigliavano a quattro piccoli Buddha col pancino pieno e l’aria assonnata) e furono i primi a poter giocare sul divano di casa. I miei genitori erano insolitamente tolleranti, non potevamo sapere che questa disposizione d’animo era dovuta al rimorso di aver causato, involontariamente, la morte della gatta: cercavano di risarcire in qualche modo i poveri orfani. Ora non ricordo più i loro nomi, solo quello della più piccina che chiamammo Valentina.
Quando furono grandicelli e avevano imparato a mangiare dalla ciotola i miei decisero di riportarli nella legnaia, riordinata. E questo fu il primo errore. La notte li mettevamo nel loro nido-scatola dotato di copertine e straccetti, i bordi erano alti perché i micini non ne saltassero  fuori e si perdessero.  Ponevamo lo scatolone sul pavimento della legnaia e questo fu un secondo, fatale errore.  Le gatte mettevano sempre in alto i loro piccoli e insegnavano loro una via di fuga.
Io ogni giorno andavo a scuola, ora non mi ricordo se in IV^ o in V^ Istituto Tecnico Commerciale, comunque ero già grande e vaccinata.  Poiché abitavamo nella casa del custode, ad un passo dalla mia aula, a ricreazione andavo a dare un’occhiata ai miei quattro cuccioli. Ma una mattina trovai la legnaia deserta e, entrando in casa vidi con stupore mia madre seduta con Valentina in grembo, lei che non coccolava mai i gatti la stava accarezzando.  Era scossa “ Ho trovato i gattini sgozzati” mi disse “ Sono andata a portargli la pappa ed erano lì, morti, la più piccola era nascosta sotto i corpicini dei fratelli e tremava tutta, si è salvata…”.
La campanella suonò la fine della ricreazione e dovetti tornare al mio banco. Ero fulminata.
Tre gattini erano stati uccisi in modo tremendo, non avevano trovato scampo perché non avevo saputo proteggerli. Era colpa nostra, ma di più mia, avevo sempre osservato con quanta cura le gatte nascondessero i loro piccoli ed io li avevo lasciati soli in balia delle bestie selvatiche.
Non mi davo pace e cominciai a lacrimare come una fonte. Le lacrime mi riempivano gli occhi e scendevano sul viso, le asciugavo e tornavano a riempirmi gli occhi, continuai a piangere fino a fine lezioni. Il professore se ne accorse e mi chiese se erano le lenti a contatto a darmi fastidio, dissi di sì e lui annuì, era un professore severo ma simpatico e per fortuna aveva problemi con le lenti a contatto. Solo a Patrizia, la mia miglior amica, dissi quanto era successo, ma non quella mattina perché se avessi solo spiccicato una parola sarei scoppiata in singhiozzi. Tornai a casa con la morte nel cuore, non scoprimmo mai se la bestia assassina fosse una faina o una volpe o un altro predatore, ci prendemmo cura di Valentina che crebbe e divenne una bella gattina nera di piccola taglia. Lei non predò mai i coniglietti, la facemmo crescere insieme ad una cucciolata.

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Valentina, figlia di Marica, e i coniglietti. © Copyright Paola G.

Un passo indietro, un altro ricordo.  Il 6 maggio del 1976 alle 21 un terribile terremoto colpì il Friuli con tragiche conseguenze e le scosse furono avvertite in tutto il nord Italia, Belluno compresa. Ci spaventammo molto, ma non avemmo nessun danno. Le scosse poi si ripeterono alla fine dell’estate, l’11 settembre alle 18.30 circa (due scosse successive) e il 15 settembre alle 5.15 e poi alle 11.21. In settembre avevamo proprio la cucciolata dei quattro gattini nello scatolone in cucina. Quando alle 18.30 del l’11 settembre sentimmo chiaramente il boato e la scossa che fece tremare la stanza, io e mia sorella scattammo come due molle e afferrato lo scatolone, ci mettemmo sotto l’architrave della porta, con un unico pensiero: in ogni caso, PRIMA I GATTI e poi donne e bambini.
Ce ne stemmo lì impalate e ci fu la seconda scossa, poi uscimmo di corsa da casa con il nostro prezioso carico.  Il 15 settembre la scossa delle 5.15 fece schizzare dal letto mia sorella che scappò giù per le scale esterne (le camere erano al primo piano) inseguita da mio padre che la convinse a stento a ritornare a casa.
Io mi svegliai più per le urla di Daniela “ Il terremoto! IL TERREMOTO!” che per il resto, ero piena di sonno e mi rigirai dall’altra parte: lo scatolone con i gatti era posizionato sotto l’architrave già dalla sera.  Quella delle 11.21 non la ricordo, di tutto mi è restato un senso di allarme ai rumori che ancora oggi a volte mi fa svegliare di soprassalto.

Paola Marini Gardin
© Copyright Paola G.

 

 

 

 

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