Di Gatti e di altri Amori- 2^ parte

foto - Di Gatti e di altri Amori- 2^ parte
Puntino © Copyright Paola G.

La mia nonna materna Erminia, Mimma per tutti, a volte ci raccontava fiabe e cantava filastrocche, altrimenti dopo aver aiutato mia madre nelle faccende o aver annaffiato le decine di vasi di fiori in giardino, se ne stava silenziosa a sferruzzare coperte e calzetti di lana. In quanto ai nostri felini domestici, pur dando loro da mangiare, non amava averli in giro per casa, del resto dopo aver preso qualche gnoccata sul muso, questi si guardavano bene dallo starle fra i piedi. Non occorreva nemmeno che lei dicesse “Pussa via!” che erano già spariti.
L’altra nonna era inaffidabile in quanto a faccende di casa, doveva aver già abbondantemente dato lavorando quarantanni come maestra e allevando otto figli ( più uno che era morto nel 1917 a solo un anno d’età). Non le si poteva chiedere di guardare una pentola: diceva di sì con convinzione, ma poi si perdeva a fare rebus e cruciverba con l’inseparabile Settimana Enigmistica, oppure lavorava a uncinetto centrini di ogni misura e la pentola poteva fondersi senza che lei se ne accorgesse. In questo ho preso da lei sin dalla più tenera età: quando leggo, può cascare il mondo.  Ma in quanto a felini, era una gattofila nata.
Da piccola era stata una monella, sempre in giro per le strade e le piazze di Belluno a giocare e combinare guai con gli altri ragazzini. Orfana di madre, era stata cresciuta dal papà e da una balia che poi divenne la sua matrigna. Questa donna, preoccupata per l’affetto a suo vedere esagerato che la piccola dimostrava per la sua gatta che riempiva di baci (“Non baciarla sulla pancia, ché ti porta le malattie! Non portarla a letto…”) un bel giorno chiuse la bestiola in un sacco e la buttò nell’Ardo il quale si getta nel Piave che va a sfociare in mare. Fine dei problemi. A mia nonna disse che la gatta era morta improvvisamente e che l’aveva seppellita in profondità sotto terra. Mia nonna pianse tutte le sue lacrime, il papà la consolò: la micia ora era in paradiso, sulle ginocchia di San Pietro.  Non si sa come, la gatta saltò dalle sante ginocchia e sopravvisse.  Tornò a casa dopo un mese, magra, sparuta e conciata da far pietà, accolta dalla gioia incontenibile della padroncina. La verità venne a galla ( è il caso di dirlo) messa alle strette la povera matrigna confessò il misfatto e da allora non aprì più bocca per rimproverare la figliastra che non mancava di puntualizzare: “ Seppellita eh? Resuscitata dai morti nevvero?”
Da grande mia nonna sposò il nonno Giacomo, che oltre ad amare molto lei amava anche i gatti. Ne capitarono tante di storie, con queste piccole pesti.  I nonni avevano una grande cucina economica, la “stufa”. Di solito il nonno lasciava “covare” le braci in modo da poter poi riattizzare velocemente il fuoco quando doveva cucinare o riscaldare l’ambiente. C’era un gatto che trovava particolarmente comodo e gradevole il tepore che emanava il forno della cucina, miagolava chiedendo di entrarci e il nonno lasciava che vi si accomodasse, spalancandogli lo sportello che poi lasciava aperto. Prima di riavviare il fuoco, controllava che il gatto fosse uscito.  Una sera la famiglia era riunita per la cena, il fuoco scoppiettava, tutti erano in silenzio, si sentivano solo tintinnare i cucchiai nei piatti quando un rumore di soffi diabolici invase la stanza e il tubo della grande cucina economica prese a vibrare sempre di più, sempre di più! I bambini avevano la pelle d’oca pensando alle storie di spiriti e di streghe, tutti guardavano allibiti il tubo che si scuoteva finché le varie parti si scomposero e rovinarono sul piano della stufa e una figura nera soffiante e indemoniata schizzò fuori dall’ultimo pezzo di tubo.  Era il gatto.  Non aveva chiesto di entrare, aveva trovato lo sportello del forno aperto e ci si era infilato… il nonno aveva chiuso…

Il nonno aveva anche allevato un pulcino caduto dal nido, questo piccino lo seguiva dappertutto, mangiava dalle sue mani e gli beccava dolcemente il viso e la bocca, per puro affetto. Il nonno aveva in qualche modo insegnato ai gatti a non toccarlo (guai a loro) e i gatti rispettavano la consegna.  Un giorno il pulcino trovò un dito di vino nel bicchiere del nonno e si ubriacò. Andò a farsi passare la sbornia nel posto più sicuro e comodo che riuscì a scovare. Mio nonno non lo trovava più. Lo cercò in casa, esaminò la bocca di cani e gatti, non c’erano tracce di piumette. Indossò le pesanti zoccole di legno per uscire a cercarlo e CICK!  Schiacciò col piede qualcosa di morbido e tenero riposto in fondo alla calzatura. Il pulcino.
Non si dette pace per averlo ucciso, proprio lui che l’aveva allevato con tenerezza e amore. L’unica consolazione fu che era morto contento: puzzava di alcool, non doveva nemmeno essersene accorto.

Nonne e Dani Paola
da sinistra: mia nonna Mimma, Daniela a un anno col bambolotto Pierino, mia nonna Lina e io seduta. © Copyright Paola G.

Mia nonna mi raccontava con dolore la morte del nonno, avvenuta sei anni prima che io nascessi.  Morì di tetano dopo giorni di lunga agonia, era un uomo forte e il suo cuore non voleva cedere. Accadde per colpa di una piccola ferita alla mano che non si preoccupò di disinfettare, ne aveva presi tanti di graffi e lacerazioni, lavorando nell’orto! Allora si usava fare in casa la veglia alle persone care decedute, il nonno fu composto e disteso sul letto, la nonna i figli e le figlie erano distrutti dal dolore, ma non poterono fare a meno di compatire anche la gatta preferita dal nonno, la povera bestiola triste e abbacchiata vegliava il suo amato padrone acciambellata sotto il letto, rifiutando cibo e carezze. Non uscì finché non fu portato in chiesa per il funerale, seguendo la triste comitiva fino sul sagrato della parrocchiale, dove dovette starsene fuori dalla porta.  Aspettò. Quando la bara fu portata fuori si unì ai familiari. Qualcuno trovò la cosa irriverente e tentò di scacciarla, ma il parroco, un uomo buono e saggio nonché amico dei miei nonni, non lo permise.  “ L’ha seguito fino a qui meglio di tanti cristiani! Che lo accompagni fino alla tomba.” Il corteo si avviò lungo il viale del cimitero, davanti la bara con i portatori, tra cui mio padre e suo fratello, subito dietro la gatta, poi il parroco con i chierichetti, mia nonna con le figlie, di seguito parenti e compaesani.
La gatta tornò ogni santo giorno sulla tomba del nonno, fedele e silenziosa, dalla mattina alla sera, per il resto della sua vita.

foto - Di Gatti e di altri Amori- 2^ parte
Sophie © Copyright Paola G.

Da parte mia ogni volta che un gatto moriva, ne facevo una tragedia, stavo male per giorni, anche da grande. Così quando sparì l’ennesimo gatto, giurai a mia madre che mai più ne avrei voluto un altro, troppo dolore.  Passò qualche giorno e incappai in due orfanelli, che dovevo fare? Li portai a casa e mia madre sbottò. “ Due! Avevi detto niente più gatti e te ne torni con un paio!” Erano bellissimi questi fratellini: un maschietto striato grigio chiaro e una femmina tigrata rossa. Giocavano insieme e facevano salti incredibili, sembravano due acrobati circensi, un giorno fecero entrambi un salto mortale all’indietro e si scontrarono di testa a mezzo giro, ricadendo a terra mezzi tramortiti. Dopo pochi mesi Sophie, la micetta rossa, sparì e mi rimase Pascal, il fratello. Diventò un bel gatto con due canini insolitamente lunghi. Purtroppo verso l’anno, come tutti i maschi, se ne andò in giro a esplorare e battagliare e tornò claudicante  con una zampa posteriore ferita. Avevo dei risparmi e lo portai dal veterinario, a Cavarzano, mio padre ci accompagnò in auto.  Con gran stupore del mio genitore il dottore gli fece nientemeno che una lastra e mi vide pagare senza battere ciglio l’astronomica cifra di sessantamila lire. Per fortuna la zampa non era rotta, il veterinario si complimentò per il bel gatto: “Questa bestiola non ha due canini, ha dei fanoni!” Ed io ne fui molto orgogliosa.  Guarito, il campione tornò a baruffare e perse uno dei suoi tanto decantati, aguzzi canini. Poi cominciò ad allontanarsi, ingrandendo la sua zona di dominio, attraversò la strada e vi morì, piccolo mucchio di pelo grigio perla travolto da un’auto.
Per quanto provassi, non c’era modo di tener lontani i gatti da quella maledetta strada, dalle altre parti avevano tutto lo spazio che volevano, prati e boschetto, una stradina sterrata in cui passavano piano rarissime automobili, ma niente qualcosa li attirava al di là dello via non solo nella stagione degli amori: osservavano che noi umani ci allontanavamo verso quella direzione e curiosi andavano anche loro verso l’ignoto.
Dopo Sophie arrivò un altro piccolo gatto rosso che allevai  per alcuni mesi con ogni cura, avevo passato i vent’anni e lavoravo a Longarone, in banca. Mi assicuravo che non mi seguisse alla mattina, ma i gatti hanno un olfatto migliore del nostro e senz’altro lui sapeva per dove sparivo. D’inverno invece che andare in auto, io e una mia collega prendevamo il treno, facevamo il viaggio insieme ad altri due ragazzi che lavoravano in Comune a Longarone. Una mattina, in stazione, fu annunciato un ritardo di un’ora, io proposi ai tre amici di andare a casa mia che era la più vicina e prendere la mia auto. Trottammo per via Feltre, fino al Capitello sull’incrocio e lì, quando ero in procinto di attraversare la strada, vidi il corpicino inerte del mio gattino rosso, buttato sul ciglio. Ero costernata, lo presi in braccio: era tiepido, delicato, morto. La mia collega tentava di convincermi che poteva non essere il mio gatto, figurarsi, avrei riconosciuto il muso dei miei gatti tra altri mille. Io ero affranta, i miei amici mi parevano solo preoccupati che non facessimo ritardo, dovetti ricacciare le lacrime, lasciare il mio micetto involto in un panno a mia mamma e partire per andare al lavoro.
I miei gatti riposano sotto le rose del giardino, mio padre si occupava di scavare una piccola, profonda fossa nell’aiola e lì finivano accompagnati dalle nostre lacrime.

 

Paola Marini Gardin
© Copyright Paola G.

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